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Anorexia

In: Philosophy and Psychology

Submitted By dalilasposato
Words 43553
Pages 175
Università degli Studi di Milano
Facoltà di Studi Umanistici
Corso di laurea in Scienze filosofiche

Corpo e immagine corporea nell’anoressia nervosa

Elaborato finale di Dalila Sposato
Matr. n. 827269

Relatrice: Prof.ssa Miriam Franchella Correlatore: Prof. Piero Giordanetti

Anno Accademico 2012/2013

INTRODUZIONE

L’ uomo dopo aver cercato di raggiungere una conoscenza quanto più universale del mondo che lo circonda, ha mostrato il bisogno di sviluppare la conoscenza di sé sul piano corporeo e mentale. E’ necessario appropriarsi della conoscenza del corpo, analizzandone gli aspetti prettamente fisici e psicologici e quelli di distacco tra queste due dimensioni che procurano malessere. Gli aspetti riguardanti le dimensioni del corpo ruotano intorno ai concetti di immagine e schema corporeo secondo i livelli psicologico e fisiologico che interagiscono fra loro. La filosofia studia il significato del corpo, di cui spesso viene considerata solo la materialità a scapito della dimensione spirituale. Inoltre, si occupa del rapporto con la realtà, approfondendo il tema della conoscenza che ha radici nella concezione di corpo.
Possiamo considerare la conoscenza filosofica come basilare per lo studio delle altre discipline perché l’ uomo in quanto essere più complesso ha bisogno di studiare ed analizzare se stesso sotto più aspetti: neurologico, psicologico, etc.
Pertanto è indispensabile scoprire il significato di schema e immagine in tutte le dimensioni della sfera umana e capirne l’ importanza a partire dalla patologia. E’ proprio in situazioni patologiche che si può comprendere al meglio il valore di queste due componenti.
Per questo motivo, ho deciso di affrontare il tema dell’anoressia nervosa secondo le indicazioni fornite dagli studi riguardanti la dispercezione dell’ immagine corporea e la necessità di rivalutare il significato del corpo: realtà e corpo sono indispensabili ai fini della conoscenza e dello stare al mondo; l’ equilibrio di corpo, coscienza e anima e l’ interrelazione tra questi conferiscono identità all’ uomo.

Capitolo primo

PREMESSE FENOMENOLOGICHE ALLO STUDIO DELLO SCHEMA CORPOREO

Il significato cognitivo dello schema e differenze rispetto all’immagine
La cultura occidentale attorno alla concezione della persona umana è stata condizionata storicamente dalla divisione, stabilita dai filosofi greci, tra anima e corpo, tra psiche e materia: divisione metafisica, e perciò anche etica, per cui la mente era il luogo del bene e del giusto, mentre il corpo, provvisoria prigione dell’ anima, era il coagulo delle iniquità. La psicologia si è cosi’ apparentata storicamente con la filosofia, la morale, la religione, studiando, come proprio oggetto, un uomo disincarnato, che ben poco aveva a che fare con le scienze positive, con l’ osservazione scientifica. Lasciando alla medicina il compito di studiare il corpo, la psicologia si è trovata nell’ ambito dell’ ideologia a cercare di stabilire cos’ è norma, e si è spesso messa a servizio di concezioni etico- sociali tese alla ricerca del bene e del male, del giusto e dell’ ingiusto, in un contesto astratto e metafisico. La medicina, dal canto suo, ha giocato ben volentieri il ruolo complementare di studiare il corpo del vivente, anche con la vivisezione, come fosse un cadavere, cercando di prescindere, come interferenti variabili fastidiose, da sentimenti ed emozioni. Non a caso l’ anatomia è il fondamento di tutto l’ impianto della ricerca medica, mentre la psicologia non è neppure prevista come disciplina necessaria alla preparazione del medico nelle università italiane. Nel corso dei secoli il corpo è stato relegato in questa funzione di luogo inerte, ospitante uno spirito che, per definizione, non può essere oggetto di studio: l’ eredità platonica della “follia del corpo”, lo sdegno biblico per i peccati della carne, la separazione cartesiana tra res cogitans e res extensa, la concezione capitalistica del corpo come “forza- lavoro”, sono alcune delle formule culturali che hanno ribadito questo ruolo subalterno del corpo e questa scissione attraverso cui l’ uomo ha vissuto e interpretato la propria realtà. Tuttavia alla fine del secolo scorso, nello scontro tra Romanticismo e Positivismo, si innescò il processo che, alla ricerca dell’ unità smarrita della persona umana, avrebbe posto le premesse per l’ avvio di una concezione psicosomatica delle scienze dell’ uomo e per una revisione radicale della relazione mente/corpo.
Il corpo è stato tema di discussione fin dagli esordi della filosofia. Nella filosofia antica e in particolare con Platone il corpo assume una valenza negativa poiché ritenuto “prigione dell’ anima” ed elemento che caratterizza la sua parte animale in contrasto con quella razionale. Secondo la concezione cartesiana la mente e il cervello non hanno nessuna particolare correlazione strutturale, nel senso che per Cartesio non è possibile né sensato tentare di mettere in rapporto (più o meno biunivoco) attività mentali e attività fisiche, pertanto, secondo questa concezione, lo studio degli stati mentali è completamente indipendente dall’ organizzazione fisica dell’ organismo. In seguito si avvertirà la consapevolezza che un’ anima non può esistere separata dal corpo, poiché non avrebbe un mezzo tramite cui esprimersi. Il corpo è fisicità e materialità, pertanto va riscoperto nel suo rapporto con se stesso e la realtà circostante, il quale si realizza in un primo momento tramite la percezione. L’ approccio fenomenologico di Merleau-Ponty va in questa direzione descrivendo l’ essenza della percezione e della coscienza, nel suo intreccio con il corpo, a partire dai principi del metodo fenomenologico. Con Merleau Ponty si arriva al completo superamento della divisione tra soggetto e oggetto. Con Merleau Ponty la riflessione filosofica si sofferma sul chiasma corpo – mondo, sulla capacità di “ aprirsi al mondo, abitando la nostra soggettività, come se l’ intenzione dell’ altro abitasse il nostro corpo”. La riflessione filosofica di Merleau Ponty si spinge verso “un atteggiamento anti introspettivo”, che conduce il filosofo, per mezzo dell’ empatia, al superamento del solipsismo cartesiano. Questo tipo di approccio riguarda la fondazione dell’ essere addentrandosi nell’ analisi specifica che la psicologia compie sulla percezione (poiché è colei che la studia a partire dal soggetto) adottando una visione critica dei suoi presupposti, in particolare a partire dalla descrizione di alcuni casi clinici e delle interpretazioni che essa ne ha tentato. L’ essere si mostra nel divenire ed è fatto di spazio e tempo, dove vi è il corpo; in ciò si riconosce la sua importanza in relazione alla mente senza la quale non potrebbe esistere, né esprimersi. E’ necessario capire come la coscienza e la mente non possano separarsi dal corpo, unico mezzo mediante cui possono crescere e affermarsi. La conoscenza avviene mediante la valorizzazione di dati più semplici che vengono offerti dai sensi. La percezione fa da tramite tra soggetto e oggetto.

1.Il corpo vissuto
Io non colgo la mia mano nell’ atto di scrivere, ma solamente la penna che scrive: ciò significa che io utilizzo la penna per tracciare delle lettere, ma non la mia mano per tenere la penna. In rapporto alla mia mano io non sono nello stesso atteggiamento utilizzante in cui sono in rapporto alla penna: io sono la mia mano. Essa è il termine dei rimandi e il loro sbocco (J.P. Sartre, 1968, 401). E’ questo un esempio dello stile di pensiero che, inaugurato da Husserl con il nome di fenomenologia ( dal greco fainomenon: ciò che si manifesta), entrò presto in dialogo con la psicologia e la psichiatria, proponendo un modo particolare di interpretare la realtà in prospettiva antropologica. I fenomenologi, criticando in generale le scienze occidentali, sollecitano il ritorno alla fonte originaria del sapere, ossia la persona umana “in carne ed ossa” e le sue esperienze esistenziali vissute “ in prima persona”. L’ interesse per il corpo diventa perciò fondamentale. Il corpo non è più considerato come semplice strumento della psiche, come luogo abitato dall’ Io che se ne serve in modo più o meno consapevole e che vi si esprime simbolicamente: esso è presenza aperta al mondo, è evento originario che pone la persona nel suo rapporto con la realtà e fonda la sua visione del mondo. L’ analisi fenomenologica ci ha mostrato che il corpo non è al mondo opacamente come lo sono le cose ignare di sé e di ciò che le circonda, ma come quell’ apertura originaria in cui solamente sono possibili sensi e significati. Chiamiamo questa apertura originaria che precede ogni distinzione tra soggetto e oggetto, tra interiorità ed esteriorità, tra conscio e inconscio: presenza, intendendo con questo termine quell’ assoluto che non ha nulla “dietro” di sé, perché ciò che è e ciò che si manifesta coincidono ( U. Galimberti, 1987, 138). Si esprime, qui, una radicale polemica col pensiero dualista tradizionale che separava ciò che è ( il noumenon dei greci) da ciò che appare ( il fainomenon) e considerava quest’ ultimo accidentale, caduco e contaminato: se il corpo era dell’ ordine fenomenico, la verità andava cercata altrove e al di là, nello spirito immortale che, anzi, desiderava liberarsi dalla carne e dal sangue. Se invece “ ciò che è e ciò che si manifesta coincidono”, allora io che scrivo sono ciò che appaio, sono il mio corpo scrivente: come dice Sartre: “io sono la mia mano”, perché la persona è una totalità indivisibile, e qualunque zona del corpo venga toccata è la persona che viene toccata – con amore o con odio, con gioia o con tristezza. Gli studi sull’ arto fantasma e sul senso di menomazione complessiva che prova la persona amputata, sono una chiara conferma di tale prospettiva ( Shilder, 1984; M. Merleau- Ponty, 1965). Si riconosce che il corpo appartiene all’ ordine dell’ essere, non dell’ avere: io non ho un corpo, ma sono il mio corpo, e perciò non posso più parlare del mio corpo se non parlando di me stesso, delle mie emozioni, dei miei vissuti. Nel linguaggio quotidiano è ormai di uso corrente la locuzione: “ Questo è il mio vissuto”. Chi usa questa espressione forse non è consapevole di assumere un atteggiamento fenomenologico, che correla l’ esperienza del mondo delle cose alla percezione del proprio organismo vivente: spesso infatti la frase è pronunciata quasi per giustificarsi di fronte agli altri, affermando che, per quanto relativa e unilaterale, l’ esperienza che si sta provando è imprescindibile ed indiscutibile. Un vissuto non è mai sbagliato: se mai possono esserci vissuti contraddittori e non sintonici. Se io ti sento aggressivo, questo è il mio vissuto, anche se tu qui ora non hai consapevolmente alcuna effettiva intenzione: tuttavia, se qualcuno vuole capirmi, deve iniziare inevitabilmente da questo mio modo di vedere e sentire le cose. Talvolta, addirittura, tale atteggiamento viene assolutizzato affermando l’ egocentrismo originario del corpo come presenza: infatti, se è vero che io ho coscienza del mio corpo attraverso il mondo, che esso è intenzione aggressiva nei miei confronti forse io percepisco dei segnali che tu non vorresti inviarmi, o forse le mie emozioni mi fanno decifrare dei segni che tu non vorresti inviarmi, o forse le mie emozioni mi fanno decifrare dei segni in modo difforme dalla loro, al centro del mondo, il termine inosservato verso il quale tutti gli oggetti volgono la loro faccia, è anche vero, per la stessa ragione, che il mio corpo è il perno del mondo: io so che gli oggetti hanno svariate facce perché potrei farne il giro, e in questo senso ho coscienza del mondo per mezzo del mio corpo (M. Merleau- Ponty, 1965, 130). Queste considerazioni spostano la critica dalla filosofia alla scienza. Il progresso delle ricerche tecnologiche, biochimiche ed elettroniche, produce sempre più sofisticati marchingegni per esplorare sempre più minuziosamente il corpo nelle sue parti e particelle. Senza rinnegare l’ utilità, la fenomenologia ricorda che manca la fondazione epistemologica di un progetto d’ insieme, atto a recuperare l’ unità globale della persona. Paradossalmente la scienza positivista ottiene lo stesso risultato della metafisica dualista: il corpo è studiato come oggetto privo di intenzionalità, e il senso complessivo della sua esistenza (dal latino: ex – sistere, ossia protendersi verso l’ esterno, avanzare, crescere): il corpo, cioè, si pone al mondo come tensione verso progetti nuovi in cui coinvolgere la realtà circostante. Io esisto: vale a dire, sono in grado di farmi conoscere o riconoscere sia dagli altri, sia da me stesso (…). Essere incarnato, mi manifesto come corpo, come questo corpo, senza identificarmici completamente, ma senza distinguermene – identificazione e distinzione infatti, sono operazioni tra loro correlate, ma possono esercitarsi solo nella sfera degli oggetti (G. Marcel, 1940, 35). Il corpo umano invece non è un oggetto, ma è un concreto slancio vitale, un’ energia in continua crescita e trasformazione. Tutto ciò che sarebbe puro fatto fisiologico diventa evento significativo se accade in un corpo umano: e sul senso del comportamento umano la fenomenologia s’ incontra con la psicologia. Il senso del gesto non è contenuto nel gesto come fenomeno fisico o fisiologico. Il senso della parola non è contenuto nella parola come suono. Ma il corpo umano è definito dalla sua appropriazione, in una serie indefinita di atti discontinui, di nuclei significativi che eccedono e trasfigurano i suoi poteri naturali. Questo atto di trascendenza lo incontriamo dapprima nell’ acquisizione di un comportamento, poi nella comunicazione muta del gesto (…). A sua volta, il linguaggio non pone altri problemi: una contrazione della gola, un’ emissione di aria sibilante fra la lingua e i denti, una certa maniera di fruire del nostro corpo si lasciano subito investire da un senso figurato e lo significano fuori di noi. Ciò non è né più né meno miracoloso che l’ emergere dell’ amore nel desiderio o quello del gesto nei movimenti non coordinati dell’ inizio della vita (M. Merleau- Ponty, 1965, 266). Si scopre, cosi’, che il modo più corretto di far psicologia è osservare il corpo prima di ascoltare la parola: se il corpo è il modo di essere al mondo dell’ uomo, nell’ analisi individuale della corporeità riconosco lo stile particolare con cui ciascuna persona si rapporta a sé e alla realtà. Anche i sentimenti, allora, diventano un modo di incontrare e comprendere la realtà: per la scienza tradizionale il sentimento non è altro che la colorazione effettiva di uno stato di coscienza che accompagna le percezioni, e viene relegato fra quei fenomeni soggettivi che nulla aggiungono al sapere, anzi talvolta sono d’ impaccio ad una conoscenza oggettiva dei dati. La fenomenologia suggerisce che i sentimenti sono una maniera di sperimentare e comprendere il mondo: il mondo vissuto. Anzi sono la misura delle disponibilità del soggetto nei confronti delle cose: disponibilità, ma se ti avvicini troppo possiamo soffocarci a vicenda, e se resti troppo lontano non concludiamo nulla. E i sentimenti sono appunto i segnali che ci fanno comprendere i modi più opportuni per avvicinare efficacemente le nostre disponibilità reciproche, senza abusarne. Tutti gli studi psicologici sulle relazioni interpersonali, compresa la relazione d’ aiuto tra terapeuta e paziente, hanno trovato materiale fecondo in queste riflessioni. Psichiatri e psicologi hanno individuato la possibilità di rifondare la riflessione sull’ uomo attraverso l’ interpretazione del codice corporeo come codice fondamentale della condizione umana. E. Minkowski (1973) e L. Binswanger (1970), ma ancora più esplicitamente R. D. Laing, hanno prodotto studi originali su come la nostra cultura ci impedisce, di solito, di avere un rapporto sereno e sintonico con noi stessi “ in carne ed ossa”, e su come spesso, una psicoterapia debba porsi, come obiettivo ultimo, quello di conciliare il soggetto col proprio essere corporeo. Una conciliazione che non è, tuttavia, assoluta identificazione nella fatticità del corpo come cosa, come oggetto nel mondo: ma è, insieme, come notava Marcel, continua distinzione da esso, continua crescita, voglia di trascendere i limiti posti da questa modalità di rapportarsi con le cose. La persona corporea possiede il senso di essere fatta di carne, di sangue e di ossa, e di essere biologicamente viva e reale e sostanziale; essendo completamente “dentro” il suo corpo, avrà anche il senso della sua continuità nel tempo. D’ altra parte, immersa com’ è nei desideri, nei bisogni e nelle azioni del proprio corpo, è soggetta al senso di colpa e all’ ansietà attinenti a tali bisogni, azioni e desideri; alle frustrazioni ed ai piaceri del corpo (…). Bisogna andare oltre al proprio corpo per sapere chi si è veramente (R.D. Laing, 1969, 77- 78).

2.Il corpo come mezzo
Il corpo è il mezzo mediante cui ho esperienza del mondo, è il mio tramite con esso, ma è anche uno degli oggetti di questo mondo. L’ uomo è sia oggetto che soggetto. Vi è una contraddizione apparente, apparente perché in fondo l’uomo si rende cosi’ un essere completo in grado di abitare il mondo. Può vivere allo stesso tempo le due condizioni. Si è soggetto quando si agisce in prima persona sulla realtà, ma si diventa oggetto quando la si subisce, quando ci si perde nello sfondo. Rende l’ idea l’ esempio del toccarsi: se con la mano destra prendo la sinistra, percepisco la mano che afferra e quella che è afferrata. D’ altronde non si smette mai di essere nel mondo: di fronte a me c’è sempre qualcosa di cui posso avere percezione. Se ho gli occhi aperti vedrò sempre qualcosa: non ci si può sottrarre alla realtà dal momento in cui si è in vita, altrimenti dovrei negarla. Ogni sguardo si pone su una parte di mondo, perché il corpo è il luogo grazie a cui il fenomeno si attua. Corpo e mondo sono in un rapporto di continua interazione: ognuno proietta se stesso nell’altro arricchendosi di conseguenza. Guardare è appurare l’esistenza di quello che si pone davanti agli occhi: so che qualcosa esiste perché posso averne percezione. Vedere, sentire è abitare il mondo. Ma per vivere questo contatto è necessario che sia oggetto.

3.Lo schema corporeo
Lo schema corporeo corrisponde alla percezione diretta del proprio sé fisico e presiede all’ orientamento delle parti del corpo in relazione le une alle altre. Grazie a recettori esterni e interni, il nostro organismo è in grado di percepire e percepirci: sappiamo dove recepiamo gli stimoli senza esplorare ogni angolo del corpo; sappiamo come coordinare i movimenti per portare il cibo alla bocca, senza ripeterne tutta la sequenza. Sappiamo tutto questo grazie allo “schema corporeo”. Questo concetto è piuttosto importante e dimostra che l’argomento “uomo” è uno dei più complessi e non si può pretendere di esaurirlo con un solo studio. Per il soggetto il corpo non è semplicemente un aggregato di organi posti correttamente nello spazio. Egli lo possiede in modo unitario e conosce la posizione di ogni singola parte grazie a questo schema, in cui sono presenti tutte le membra. La consapevolezza dell’avere un corpo è appunto in questo schema che si organizza a partire dall’ azione di olfatto, tatto e udito nel neonato per poi caratterizzarsi di tutti quegli stimoli che arrivano dall’esterno. Il bambino rappresenta più di tutto l’essere oggetto, perché prima di tendere verso il mondo attivamente deve definire il confine tra dentro e fuori, deve avere esperienza del suo corpo come superficie limitata. Nello schema c’è tutto questo, c’è il nostro saper sul mondo, perché ogni passo che facciamo per aumentare la conoscenza ha come presupposto una modifica di esso, segno del forte coinvolgimento che il corpo vive nel relazionarsi con un oggetto e nel suo essere suscettibile al tempo. In un passo di “L’Essere e il Nulla”, Sartre scrive che il corpo è ciò che rende unica l’anima. Solo sarebbe inutile supporre che l’anima possa staccarsi da questa individuazione, separandosi dal corpo con la morte o con il pensiero puro, perché l’anima è il corpo in quanto il per sé è la propria individuazione...” (Sartre, 1943, p.338). Non si deve considerare il corpo come una prigione, poiché ha un ruolo indispensabile nella formazione dell’identità di un uomo che spesso è stata associata all’anima. Allo stesso tempo questa frase è consona allo schema del corpo dato che racchiude in sé quello che noi siamo, il nostro presente, passato e futuro. Questo non vuol dire che l’anima è lo schema corporeo, ma solo che quest’ultimo è il punto di partenza della nostra storia, dell’identità e infine della crescita dell’anima che è intesa come la parte spirituale dell’Io. Con lo schema del corpo, infatti si raggiunge l’unità del corpo, quella dei sensi e dell’oggetto. Molte definizioni ruotano intorno a questo argomento: come riassunto dell’esperienza corporea, come associazioni di immagini e disegno del corpo, da un punto di vista dinamico come base per la costruzione del sé. In realtà non si può riconoscere che una sia più valida di un’altra, perché tutte queste lo rappresentano. Non possono essere esclusi gli studi fisiologici visto che dalla pratica clinica è risultato come disturbi cerebrali e cerebellari (cioè a livello del cervelletto) possono generare distorsioni sulla rappresentazione di sé. Un esempio è dato dalla cecità psichica di Schneider in cui un soggetto ad occhi chiusi non è capace di dire in che punto viene toccato, non in grado di conoscere il proprio corpo se non può vedere. Un altro caso preso ad esempio è il cosiddetto “arto fantasma” che vivono le persone conseguentemente ad una amputazione: queste hanno la percezione dell’arto anche se questo non c’è più. E’ come se la loro immagine non fosse mutata e il processo di negazione e rimozione è talmente forte che anche fisicamente si avverte qualcosa che in realtà non c’è più Proprio perché appartiene al nostro vissuto ed è un disegno di noi stessi, nel caso della malattia si sottolinea una difficoltà estrema a vedere come stanno realmente le cose.
Lo specchio che proietta l’immagine da fuori non si accorda con quella che permane nella mente. Si pensi ancora all’anoressia o alla bulimia: in questi casi una ragazza può diventare scheletrica, ma quello che vede di lei sarà pur sempre un corpo ingombrante troppo grasso e troppo grosso. Tutte queste visioni distorte sono legate anche a danni cerebrali, ma basta dire che la fisiologia afferma l’esistenza di una mappa corporea a livello sia della corteccia cerebrale che cerebellare. Per questo ragione lo studio di Merleau-Ponty mostra il bisogno di una collaborazione tra psicologia e fisiologia: non si può spiegare certi fenomeni affidandosi all’una o all’altra disciplina. Somatico e psichico si fondono tra di loro realizzandosi in quella che è la persona. La mente e il cervello, quindi si spartiscono il controllo del corpo da un punto di vista rappresentativo e delle funzioni. Il movimento può essere un’ azione consapevole o no, ma rimane sempre una modificazione temporanea dello schema e un modo di rendere proprio lo spazio e il tempo. Queste due categorie sono quelle che caratterizzano la vita, nel suo luogo e tempo.
Noi stessi siamo spazio e tempo che ci caratterizzano come soggetti. Il corpo è una linea di confine tra l’Io e la realtà esterna. Assume quindi il significato di limite nello spazio fisico, temporale e sociale.

4.Il corpo e il tempo
In base all’ età del soggetto è definita quella dell’ oggetto. Il corpo è il mezzo tramite cui ci confrontiamo con la vita, perché quando muore gli oggetti del mondo rimangono, ma la nostra percezione finisce ed è sostituita da quella di altri soggetti che daranno a loro volta senso allo spazio, al tempo e alla realtà. Di conseguenza lo spazio corporeo non è solo posizionale, ma anche situazionale. Lo scorrere del tempo ha senso perché c’è qualcuno che lo misura contando le ore. Viene messo in risalto in questo caso il tema della misura che è conseguente alla necessità di controllo e di dover chiudere ogni cosa in tempi ben definiti. Questo non vuol dire che il mondo viene costruito, perché altrimenti si andrebbe contro il fine della fenomenologia, ma in ogni attimo si mostra il tentativo di descriverlo nel modo più esauriente. E’ l’individuo che si rapporta al mondo e nel corso della sua vita lo abita appropriandosene nello sforzo di superare il limite stesso che porta con sé: il corpo. Le dimensioni temporali in realtà sono tutte dipendenti dall’essere corpo: il presente è infatti, l’essere nel momento dell’oggetto che si manifesta agli occhi di un osservatore. Il passato è ciò che torna confrontandosi col presente. Il futuro è la percezione di ciò che sarà. Di conseguenza il futuro e il passato influenzano il presente dal momento in cui ogni attimo svanisce immediatamente nell’ una o nell’ altra categoria temporale.

5.Il corpo nella società
Il corpo è uno spazio confine tra l’Io e il l’ Altro. Io mi posso toccare sfiorando una mano e quello che ne ricevo è una sensazione doppia: quella della mano che sfiora e quella che è sfiorata grazie all’ azione dei recettori interni ed esterni. Tramite la vista conosco l’ oggetto, diventa uno strumento per il mio corpo, ma nella situazione opposta assumo la consapevolezza del non poter essere senza altri. Quello che è il mio io, quello che conosco di me è il riflesso formato dallo specchio degli altri corpi che mi circondano. Questo specchio rimanda un messaggio riguardo le possibilità e permette di rendere attuali le potenzialità. Io posso essere cosciente solamente di ciò che i miei occhi vedono. Ho necessità di uno specchio per osservarmi come sono. Lo schema corporeo mi rende consapevole dei miei limiti, di distinguermi dagli altri, mi dà, la coscienza di esistere. L’altro è mezzo di comunicazione che rende il mio il corpo un mezzo per creare legami. Secondo Merleau Ponty, il corpo infatti è soprattutto spazio di espressione. Esso è possibilità di linguaggio nei confronti degli altri soggetti ed oggetti, perché innanzitutto quello che faccio è un movimento verso la realtà che mi circonda. La parola rende esprimibile la coscienza stessa. Un esempio sulla forza comunicativa è fornito dai disturbi alimentari: sono un urlo represso di disagio che si manifesta. Il neonato che vive come oggetto non ha ancora stabilito i suoi confini: il corpo della madre, o generalmente quello della figura di attaccamento, è considerato come un’estensione del proprio. Il formarsi dello schema corporeo è un processo in fieri e un primo passo è appunto la discriminazione tra il “mio” e il “tuo”. Nel corso della crescita si afferma questa percezione, ponendosi come individui e ciò che si vive nell’apertura con l’Altro è, oltre a un incontro tra corpi, un rapporto tra coscienze.

6.La coscienza
Coscienza, è un termine forte che spesso si è trovato in contrasto con il corpo: in realtà sono inseparabili, perché il secondo è origine, è mezzo, è fine, è tempo e spazio. Nell’incontro il dolore può diventare più forte perché come coscienza si tende a staccarsi dalla fisicità e tramite la conoscenza a trascendere la realtà stessa alla ricerca di una dimensione assoluta che si esprime attraverso il giudizio. Il dramma sta nel ritrovarsi radicati in quella stessa dimensione da cui ci si voleva sottrarre e scoprirsi come un singolo legato allo spazio e al tempo. Infatti la coscienza si proietta nel mondo fisico e per farlo necessita di un corpo. Lo stesso accade quando si getta nel mondo culturale e ha degli habitus: perché non può essere coscienza se non agendo su significati dati nel passato assoluto della natura o in quello suo personale. Ogni forma vissuta tende inoltre, verso una certa generalità e questo vale sia per gli habitus culturali, che per le funzioni corporee (Merleau-Ponty, 1945, p.193). La coscienza non può essere aldilà del mondo, dal momento che è “pensiero di...”, cioè anch’essa ha bisogno di avere qualcosa di fronte per potersi definire: i pensieri divengono l’oggetto e lei si situa di fronte in un atteggiamento di tensione. Non si può parlare di coscienza senza aver introdotto il corpo, perché è l’inerire alla cosa tramite il corpo (Merleau-Ponty, 1945, p.194) e non si può parlare di corpo senza lo schema corporeo, perché senza consapevolezza non potremmo essere soggetti e saremmo ridotti a organismi oggettuali senza vita. Quindi “lo schema corporeo è un sistema di equivalenze, questa invariante immediatamente data in virtù della quale i diversi compiti motori sono istantaneamente trasponibili. Vale a dire che esso non è solo un’esperienza del mio corpo, ma anche un’esperienza del mio corpo nel mondo, e che è proprio questo schema corporeo a dare un senso motorio alle istruzioni verbali ”(Merleau-Ponty, 1945, p.197). Questo sistema è vissuto come una sintesi dello stare al modo, la possibilità di vivere in modo completo e totale ogni esperienza che si presenta. Il corpo viene definito anche come un’opera d’arte, come dotato di una certa armonia. L’opera d’arte è la perfezione, il raggiungimento di un equilibrio (Merleau-Ponty, 1945, pp.214-216). “Io sono il mio corpo” (Merleau-Ponty, 1945, p.271). Questa frase può essere presa come sintesi di ciò che è stato detto. ”Io” è il rappresentante dell’identità. “Corpo” è la fisicità. “Essere” è divenire. “Mio” che separa dall’Altro. Quindi: “Io sono il mio corpo”, possiedo il mio corpo, mi identifico con esso perché senza non potrei percepire, non potrei conoscere, non darei voce alla coscienza. E se si scava ancora si scopre lo schema corporeo come origine dell’essere persona. Questo perché alla fine tutto collassa sulla nozione di movimento l’esplorazione del mondo è movimento, il contatto con l’altro è movimento, la conoscenza è movimento. L’evoluzione stessa è un movimento che permette al bambino di divenire un adulto capace di rappresentazioni seguendo in definitiva quello che è lo sviluppo del pensiero. Lo scopo sostanziale è quello di dimostrare che non esiste una mente scissa dal corpo.Il bambino inizialmente non ha rappresentazioni né del mondo esterno né del suo funzionamento sia corporeo che mentale. Vive e basta. Una parte di questo essere bambino rimane anche da adulto: c’è una parte della nostra fisicità che resta enigmatica non potendo essere rappresentata completamente. Questo elemento è vissuto attraverso la sensazione del “sentirsi”, del vivere il simbolo del corpo. Questo termine non deve essere inteso in senso psicoanalitico, come “sostitutivo di qualcosa”, ma come capacità di distanziarsi dagli oggetti in quanto pura fisicità. Se rimane una parte prettamente corporea che non può essere rappresentata dalla mente, in virtù di quella dicotomia di soggetto/oggetto, allora essa non potrà mai liberarsi da quella radice simbolica che è il corpo (Ferrari, 1992, pp.28ss.). Quest’ultimo diviene, quindi, l’oggetto concreto della mente e la sua realtà prima da cui non si può separare. Si tratta di un oggetto concreto in quanto non è uno dei tanti possibili presenti nel mondo, ma un oggetto dentro il quale si trova la mente e che è la fonte di tutti gli altri grazie alla sua capacità di percezione. Si parla di oggetto perché si assume il punto di vista della mente che cerca di rappresentarlo. Ed è originario e originale, in quanto è il punto di partenza per la crescita di ogni individuo. L’essere oggetto del corpo non è mai completo in quanto è ciò grazie a cui vi sono degli oggetti: non è esterno al pari di tutti gli altri, altrimenti avrebbe la semplice peculiarità di essere sempre presente. Inoltre si arricchisce del connotato “affettivo” mentre le cose esterne sono solo rappresentate (Merleau-Ponty, 1945, pp.143-145). Infatti il corpo ha un suo mondo e lo comprende senza delle rappresentazioni, cioè senza sottoporsi a funzioni simboliche e oggettivanti (Merleau-Ponty, 1945, p.195). Il primo passo è appunto dato dall’organizzazione dello schema corporeo che è controllo, rappresentazione cosciente del movimento secondo tutte le modalità che assume. E’ pertanto necessario sottolineare come possa essere la base della conoscenza, poiché si rende come struttura primitiva su cui l’individuo si costruisce in quanto abitante del mondo.

Capitolo secondo

DUE CONCETTI A CONFRONTO: SCHEMA E IMMAGINE CORPOREA

Dopo aver evidenziato il valore del corpo come presentazione dell’individuo nel mondo, bisogna capire come avviene la raccolta di informazioni e l’organizzazione della conoscenza. Quindi lo schema corporeo viene arricchito di significati e contenuti cognitivi: cioè come struttura primitiva per l’ elaborazione di concetti, in primo luogo quello che riguarda il sé e che rimanda alla presenza di una “immagine corporea”.
Schema e immagine del corpo sono aspetti importanti perché capirli significa comprenderne il ragionamento sul sé e il mondo.

1. Le attività cognitive umane
La possibilità di conoscere, non solo nel senso di esplorazione dell’ambiente per la sopravvivenza, ma a livelli superiori, è una prerogativa dell’uomo. L’insieme delle attività cognitive, quindi dei mezzi per raggiungere questo obiettivo, è considerato come il modo mediante cui l’ intelligenza umana si manifesta.
Quotidianamente l’uomo è sottoposto a moltissimi stimoli provenienti dall’esterno e la risposta, a questa raccolta dati che si fa con facilità e abitudine, richiama una serie di operazioni fondamentali: si va dalla percezione e riconoscimento dello stimolo alla codificazione dello stesso per organizzarlo in modo tale da essere utilizzato o semplicemente memorizzato.
In un certo senso il pensiero, il ragionamento, la memoria, insomma tutto ciò che appartiene alla sfera delle attività cognitive, può essere considerato come il mezzo attraverso cui l’uomo rende proprio il mondo.

2. Il ragionamento
Caratteristica della mente è quella di essere perennemente attiva, a volte senza che ce ne sia un’esperienza cosciente. In particolare il ragionamento è un mezzo quotidiano attraverso cui si gestiscono le informazioni o si risolvono problemi legati sia alla vita pratica che intellettiva (Evans et al.,1993, pp.2-3). Questo significa che nel momento in cui ci si trova in una situazione più o meno critica, si verifica una sospensione del giudizio in cui le possibilità cognitive vengono indirizzate alla risoluzione della questione.
Propriamente il ragionamento, esprimendo il pensiero logico, può assumere diverse forme: deduzione, induzione, abduzione. In particolare: * Deduzione: è la forma studiata dalla logica classica. L’esempio più rappresentativo è dato dal sillogismo aristotelico. In generale si tratta di fare inferenze a partire da delle premesse date e in cui la conclusione non arricchisce il contenuto d’inizio. E’ un tipo di ragionamento top down, cioè dall’alto verso il basso. * Induzione: in questo caso si parte da un’esperienza empirica e particolare per arrivare a formulare delle ipotesi o delle teorie attraverso un processo di generalizzazione. Il ragionamento qui avviene in senso contrario rispetto alla deduzione: si parla di bottom-up che va dal basso verso l’alto. * Abduzione: nella logica aristotelica era definita come fallacia.

In pratica si inferiscono conclusioni a partire da informazioni incomplete, poiché non è certo che dal conseguente derivi l’antecedente. Quest’ultimo tipo di schema è quello che si segue nel quotidiano, in quanto la capacità dell’uomo sta proprio nel saper trarre contenuti anche validi a partire da informazioni incomplete (Magnani et al., 1997, p.245).
Un esempio è dato dal ragionamento diagnostico in cui in base ai sintomi un medico , confrontando questi dati con la sua esperienza, è capace di diagnosticare la malattia.
Inoltre lo scopo finale, visto che in quest’ultimo caso si entra nel campo della possibilità, è quello di avere non necessariamente la soluzione esatta in assoluto, ma quella migliore, che conseguentemente ammette anche di poter essere messa in discussione nel momento in cui se ne trova un’altra più completa e semplice10. Bisogna anche aggiungere che deduzione, induzione e abduzione nel momento in cui vengono usati non implicano necessariamente l’esclusione degli altri. Infatti nella formulazione di una spiegazione si può ricorrere allo schema seguente (Magnani, 1997, p.34).

IPOTESI

Abduzione Induzione Deduzione

Dati osservati
Dati attesi

Partendo da dei dati osservati giungo a delle ipotesi tramite un processo abduttivo.
Queste possono essere verificate dalla deduzione se si ricavano dei dati che sono alla fine simili a quelli di partenza. Da questi attraverso un processo induttivo si arriva alle stesse ipotesi. In questo modo ho un controllo esercitato dalle tre modalità di ragionamento sulle ipotesi che potrebbero rappresentare la soluzione di un problema o la formulazione di una teoria.
Tuttavia, anche se la disciplina che si occupa delle strutture del ragionamento è la logica, da solo non basta a spiegare cosa accade quando questa attività diventa un processo di un soggetto, quando cioè si applica quest’analisi all’uomo. In questo caso infatti vi sono una serie di variabili che non possono essere sottovalutate e che vanno dalle esperienze al proprio bagaglio di conoscenze, alla percezione del compito, al modo in cui viene presentato ed interpretato. Queste variabili aprono quindi il discorso sull’errore e sulla possibilità, che si pone a metà tra il vero e il falso (Evans et al., 1993).
La logica, quindi, nel momento in cui applica le sue conoscenze all’uomo, deve essere aperta anche alla psicologia e ad altre discipline (neurologia, intelligenza artificiale, linguistica e filosofia) che appartengono alle scienze cognitive.
Ragionare è conoscere indipendentemente dal fatto che nella conclusione ci sia un arricchimento delle informazioni o una conferma delle stesse date in partenza. Questo perché per ragionare si necessita di un contenuto, di qualcosa che riempi lo d’inferenza e le strutture studiate dalla logica.

3.Verso la conoscenza
I concetti compongono la conoscenza. Quindi la prima cosa da fare è chiedersi quale sia l’origine di essi e come si formano. Il fatto che un soggetto abbia il concetto di qualcosa, presuppone l’esistenza di questo qualcosa che si deve rendere disponibile all’indagine. La prima condizione allora è la presenza di un mondo o, più in generale, di un oggetto. Prima di conoscerlo, bisogna riconoscerlo, altrimenti passerebbe inosservato, come se fosse inesistente. Riconoscere, significa che quell’oggetto ha delle caratteristiche tali da ricordare particolari nozioni che permettono di comprenderlo e assimilarlo a quelle preesistenti per modificarle o semplicemente arricchirle. Oppure deve possedere delle particolarità che incuriosiscono e quindi la scoperta del nuovo, che permette tra l’altro l’evoluzione e la crescita dell’individuo. Il mondo esterno in sé è uguale per tutti, quindi questo farebbe pensare ad una conoscenza oggettiva, ma è anche vero che il mezzo attraverso cui ci accostiamo ad esso è vissuto in modo soggettivo. Questo mezzo è il corpo, costituito da tanti aspetti che sono il risultato delle esperienze personali. Cosa significa questo? Significa che se io vedo un fiore, questo in sé è lo stesso che vede la persona che mi sta accanto, ma il modo in cui io lo assimilo (e lo conosco) è del tutto diverso da quello di un botanico o di qualsiasi altro soggetto. Perché quel fiore può incuriosirmi per i suoi colori per la forma dei suoi petali o ancora posso associarlo ad altri ricordi. l risultato è che il concetto di quel fiore non è dato solo dalla sua forma oggettiva, ma anche dal valore soggettivo attribuitogli dal soggetto conoscente.
La formazione del concetto è il risultato di un processo che parte da altre strutture primitive: gli schemi(Levorato, 1993, pp.163-165).Questi, presenti già dalla prima infanzia, hanno lo scopo di gestire quelle iniziali informazioni con lo scopo di imparare a vivere. Successivamente queste strutture diventano più complesse di pari passo con la crescita dell’individuo. Se la conoscenza che è fatta di concetti, passa attraverso le percezioni del corpo e se questi concetti sono il risultato dell’evoluzione degli schemi, allora si può parlare di schema corporeo, come di una struttura indispensabile per la costruzione del concetto del Sé, che racchiude nel suo significato, anche l’immagine del corpo. Lo “schema corporeo” è la consapevolezza del corpo ed è sostenuto da teorie di tipo neurologiche e cognitive.

4. La memoria
La nostra conoscenza è contenuta nella memoria che non contiene soltanto nozioni astratte che ogni tanto vengono recuperate, ma anche un insieme di neuroni e connessioni sinaptiche (Fuster, 1998, p.67)
Secondo la teoria di Hebb la memoria a breve e quella a lungo termine14 si differenziano non solo per le loro funzioni, ma da un punto di vista neurofisiologico, per l’organizzazione dei neuroni. Questo vuol dire che la MBT sarebbe il risultato di circuiti neuronali, cioè le continue scariche di potenziale che danno origine alle sinapsi si ripeterebbero permettendo il mantenimento e perdurare dell’informazione. Un’informazione che noi percepiamo come contenuto ed esprimibile attraverso il linguaggio, ma che in questa sede diviene una scarica elettrica grazie a meccanismi di codificazione e trasduzione.
La MLT, a sua volta è data da modifiche strutturali, come se questi circuiti alla fine si stabilizzassero in modo definitivo.
La memorizzazione dunque è un’esperienza che comporta alterazioni dell’attività elettrica a livello dei neuroni e delle sinapsi. Nel caso di uno stimolo particolarmente intenso queste ultime potenziano la loro attività ed efficienza in uno stato di Long Term Potentation (LTP), che provoca la formazione di circuiti nervosi locali in cui l’alterazione è solo a livello funzionale, ma che diviene di tipo strutturale se l’attività sinaptica persiste e non subisce interferenze da parte di altri stimoli. In questo modo si passa dall’abituazione al consolidamento vero e proprio della conoscenza (Oliveiro et al.,1997, pp.59-61).
Bisogna aggiungere che non si può parlare di una memoria, ma di reti di memoria (Fuster, 1997, pp.67-75). Come per tutte le funzioni corporee, esiste anche in questo caso una struttura gerarchica che va dalle memorie di tipo percettivo e motorie, a quelle semantiche, dichiarative... Questi diversi livelli, non sono però separati, ma strettamente collegati, tant’è che attivarne una implica necessariamente tutte le altre. La connettività fa in modo che la memoria sia ampiamente rappresentata facilitando così le operazioni di accesso e di recupero.
L’evoluzione e l’arricchimento del contenuto della memoria è conseguente ad un processo di riformulazione che si ha nel tempo, a partire da informazioni estrinseche ed intrinseche. Le prime sono elementi che possono arricchire le rappresentazioni cognitive, le seconde fanno capo a circolarità delle esperienze e dei diversi tipi di memoria: ogni nuovo tipo di informazione sensoriale viene confrontato con schemi preesistenti attraverso un lavorio della mente che sottopone quelli vecchi a rinnovamento (Fuster, 1997, p.74).
Il tempo non agisce solo come fonte di arricchimento per i contenuti della memoria, cioè non porta solo eventi che ampliano le nostre conoscenze, ma è responsabile di una diminuita efficienza nei meccanismi di recupero: si tratta di invecchiamento. Le reti neuronali rimangono infatti aperte per tutta la vita, disponibili a ricombinarsi e ad espandersi, ma sono vulnerabili al tempo stesso sia per quanto riguarda i singoli neuroni, che le intere reti.
Gli schemi, quindi, in quanto struttura primitiva e base per i contenuti successivi accompagnano l’individuo nell’intero percorso della sua esistenza . Questo vale ancora di più per lo schema corporeo, visto che prima di avere coscienza del mondo, occorre averla di se stessi.

5. Due concetti a confronto: schema e immagine corporea
Il percepire il corpo è un’esperienza vissuta in modo consapevole, che è propria di ciascun individuo. Nei bambini equivale a comunicare quei bisogni che devono essere soddisfatti dalla figura materna, ma nell’adulto non avviene più a livello cosciente. A meno che non ci siano motivi particolari, non capita, tuttavia, di fermarsi concentrando l’attenzione su un muscolo in tensione o un arto appoggiato ad un tavolo.
Ci sono delle dimensioni del nostro essere che vengono date per scontate.
Solo in presenza di distorsioni sull’immagine del corpo, si inizia una sorta di rieducazione durante la quale si impara a sentire il piacere e il benessere che può derivare da esso.
Prima di chiarire il significato di schema, occorre comprendere quale differenza intercorre tra immagine e schema corporeo. Infatti non è sempre chiara, al punto che spesso più definizioni sembrano equivalenti e intercambiabili.
Nell’introduzione di “The Image and Appareance of the Human Body “, Schilder (1950, p.11) definisce lo schema come il modo in cui il corpo appare a noi stessi, come se fosse una specie di quadro mentale. Tuttavia egli aggiunge anche: “ … lo schema corporeo è l’immagine tridimensionale che ciascuno ha di se stesso: possiamo anche definirlo immagine del corpo…” In questo modo però fa coincidere due termini che andrebbero separati per il diverso valore che hanno e il livello a cui operano (Bruni, 1995). Schema e immagine del corpo si differenziano per due aspetti: innanzitutto nell’ambito dell’organizzazione della conoscenza e inoltre per la valenza che hanno, l’uno neurologica e l’altro psicologica. Infatti lo schema corporeo è da ricondurre al significato in sé dello schema: cioè sottolinea la sua funzione di struttura originaria e base di organizzazione primitiva. In un certo senso è come un contenitore all’interno del quale sono contenute le nozioni sul mondo. Dunque rappresenta una premessa prima di arrivare al concetto. Inoltre in quanto riferito al corpo la sua funzione diventa particolare: fornisce la consapevolezza passando attraverso i sensi e la percezione. Infatti definisce la sensazione che l’individuo ha delle caratteristiche spaziali del proprio corpo, a partire dalle informazioni raccolte dagli organi di senso (Bruni, 1995). Anche l’immagine costituisce una base per qualcosa di più elaborato, in particolare se si parla di immagini mentali, quello che si va a formare dalla loro unione sono i modelli mentali, ma già in sé essa è un’organizzazione più complessa, perché è rappresentazione di concetti .
Questo equivale a dire che io non posso avere l’immagine di un albero se non ne possiedo il concetto. Lo stesso accade per il corpo: come posso rappresentarne la forma se non ne possiedo il concetto? Ed è diverso dalla consapevolezza, perché questa si intende nel suo valore percettivo e attuale.
Quindi schema e immagine hanno in comune il riferimento al corpo e un carattere fondamentale per la costruzione di elaborazioni superiori. Entrambe vanno verso la costruzione del sé e servono per comprendere il ragionamento sul mondo, la loro complessità si rivela nella stessa ambivalenza del corpo.
Di conseguenza prima di arrivare all’immagine occorre spiegare come si formano gli schemi e il loro ruolo a livello della conoscenza e del sé.

6. A partire dalla memoria
A partire dalla memoria si può risalire alle prime definizioni di schema e alla differenza che corre tra questo e l’immagine. Il primo a collegare il termine “schema corporeo” alla memoria e al suo aspetto fisiologico è Head.
Secondo una sua definizione (Head, 1920, pp.605-606) lo schema del corpo è “un modello posturale di noi stessi” che in un certo senso può essere interpretato come la percezione di tutto ciò che accade al corpo. Si tratta di una raccolta degli impulsi che arrivano dalle aree periferiche e vengono organizzati in circuiti, che non sono altro se non quegli engrammi o strutture della memoria di cui si è parlato poc’anzi.
Sempre nelle stesse pagine Head aggiunge anche che non si tratta di un immagine mentale, perché se così fosse dovremmo mantenere la percezione della stessa postura anche quando questa è stata modificata. Nel momento in cui io sono seduta su una sedia, so di avere le ginocchia piegate, sento il mio corpo a contatto con il cuscino o le mie braccia appoggiate ai braccioli. Ma se io cambio la posizione questa percezione scompare sostituita da un’altra. Io posso continuare a immaginarmi seduta sulla sedia, nella posizione precedente, ma l’immagine non riguarda il tempo presente. Ecco una differenza sostanziale tra schema e immagine: il primo corrisponde a uno stimolo presente e attuale, perché la sua attivazione è legata alla percezione; al contrario l’immagine è senza tempo, perché posso richiamarla in qualsiasi istante. D’altra parte il corpo stesso si divide in cinque aree: muscolare, articolare, nervosa, psichica e mentale. Quest’ultima riguarda l’aspetto logico - formale, strettamente legata alla dimensione temporale, mentre la sfera psichica, in cui compare l’Io, non conosce limiti di alcun genere. Di conseguenza lo schema rimanda al mentale e l’immagine allo psichico. Questo però non significa che rimangono separati. In realtà c’è un influenza reciproca tra i diversi aspetti.
Il suo essere legato al tempo, permette di definire lo schema come “plastico”, cioè capace di modifiche, giustificate dal semplice fatto che i nostri movimenti cambiano continuamente. La consapevolezza che noi abbiamo riguarda sia la localizzazione delle singole parti che la posizione del corpo nella sua unità.
Come si collegano questi spetti alla memoria se lo schema stesso è sottoposto a cambiamenti, mentre la memoria presuppone una certa fissità? Bisogna intendere lo schema corporeo come una specie di punto di riferimento, nel senso che “qualsiasi cambiamento posturale riconoscibile, giunge alla coscienza dopo essere stato posto in relazione con qualcosa che è accaduto in precedenza, esattamente come su di un tassametro la distanza viene presentata direttamente sottoforma di denaro. Così il prodotto finale dei test sulla valutazione della postura o dei movimenti passivi giunge alla coscienza come un cambiamento posturale misurato” (Head, 1920, pp.605-606).
Questo significa che lo schema è una specie di magazzino di impressioni legate alla percezione corporea. Esse vengono riprese dalla memoria nel momento in cui si compie un’operazione di riconoscimento.
L’immagine del corpo invece viene assunta da Head e da Koffka come un paradigma di rappresentazione cognitiva inconscia: esso viene visto come un’integrazione centrale di tracce e segnali provenienti da diversi organi di senso all’interno dello schema di noi stessi (in Scheerer, 1954, p.112). Quello che si vuole puntualizzare è l’importanza della memoria che forma una struttura di referenza nei confronti della percezione consapevole della postura. Un altro aspetto interessante è la distinzione che viene fatta tra schema produttore e schema prodotto: quest’ultimo può essere inteso come uno standard inconscio sottoforma di tracce che rappresentano il modello del corpo dopo che è stato eseguito un cambiamento posturale.
Questa teoria di Head apre gli studi di molti altri tra cui Bartlett il quale si occupa degli schemi come parte fondamentale per la costruzione di una teoria della memoria, ma si allontana da Head criticandolo.

7. L’ importanza del tempo
Bartlett afferma che lo schema è una struttura organizzata delle reazioni e delle esperienze passate che vengono recuperate in situazioni adeguate (Bartlett, 1932, p.265) ciò permette di osservare un continuum tra passato, presente e futuro: infatti la risposta che si attiva in un dato stato è il risultato di un confronto tra l’attuale e il passato, per cui il risultato finale è una reazione simile alle precedenti. Questo significa che grazie a queste strutture viene registrato ogni vissuto e riattivato nel momento giusto sia in modo cosciente che non. Applicare questo allo schema corporeo vuol dire che ogni movimento o postura che si assume viene registrata: lo dimostra pensare che quando si impara a nuotare, si apprende una sequenza di movimenti cioè un nuovo schema motorio, che viene ripreso ogni volta che ci si tuffa in acqua e si riattiva spontaneamente senza dover necessariamente ripensare a tutta la serie di controlli che si esercitano la prima volta.
Lo schema corporeo non registra semplicemente i movimenti, ma possiede anche un carattere di progettazione: infatti contiene sia il movimento in corso sia il risultato che si vuole raggiungere. Si tratta perciò di una struttura predefinita e controllata che facilita sia le operazioni di recupero che di attuazione. Inizialmente il percorso può essere sconosciuto e il piano parte da un nucleo che si realizza grazie alle informazioni di tipo cinestesico ed esterocettive (Schilder,1950, pp.50ss.).
Un’interpretazione più complessa è data da Schmidt il quale ipotizza la presenza di due schemi: * Recall schema: riguarda le relazioni specifiche di risposta, le condizioni iniziali e il risultato attuale. Si basa quindi su esperienze passate, ma è suscettibile di modifiche; * Recognition schema: riguarda le relazioni tra le condizioni iniziali, il risultato attuale e le conseguenze sensoriali, quindi dà maggiore importanza a quello che succede al corpo dal punto di vista fisiologico.
Quando il soggetto produce un movimento avvia il primo schema con il risultato desiderato a partire dalle condizioni di partenza e lo schema di regole produce la risposta corporea specifica per quel movimento. In base alle conseguenze sensoriali si può recuperare lo stesso schema di regole per eventuali modifiche o correzioni (in Tiemersma, 1994, p.164).
Il carattere cumulativo è un aspetto che viene affrontato anche da Neisser (1976, p.34). E’ necessario affermare che più che analizzare lo schema dal punto di vista della memoria, nesottolinea il ruolo nel rapporto con la percezione. Definisce lo schema come una struttura preesistente che permette la classificazione e la categorizzazione degli oggetti con cui si entra in contatto. Esistono quindi degli schemi anticipatori che preparano il percettore ad accettare determinati tipi di informazioni piuttosto che altri, esercitando quindi anche un certo controllo sull’intera attività. A livello temporale agisce in due sensi: * come anticipazione; * con natura temporale.
Nel primo caso le esperienze passate vengono riattivate dallo stimolo presente e creano un clima di aspettative e di predisposizioni. Nel secondo caso si intende il fatto che certi schemi hanno il compito di cogliere il movimento che alla fine non risulta coscientemente come un insieme di sequenze rigidamente separate, ma come un pattern, cioè un quadro costituito da diversi istanti continui.
In pratica sia che si ponga in primo piano l’attività cognitiva o neurofisiologica, in un primo momento c’è l’apprendimento grazie a meccanismi di assimilazione e di accomodamento, mentre successivamente si passa a una sorta di razionalizzazione, in cui i nuovi schemi vengono rimandano ai bisogni e alle capacità dell’individuo stesso, andando infine a costituire il nucleo della sua personalità. Si arriva quindi a introdurre un aspetto che era stato trascurato da Head, vale a dire quello emotivo.

8. L’ elemento emotivo
In ogni esperienza l’individuo porta se stesso e quindi un carattere proprio nel modo di assimilare e di rievocare. D’altra parte la stessa memoria risente dell’emotività di una persona: gli eventi rievocati più facilmente e con precisione sono quelli con una maggiore connotazione emotiva, cioè vissuti più intensamente.
Questo aspetto emotivo viene sottolineato anche da Schilder (1950, p.265) nonostante la sua sovrapposizione di termini quali schema e immagine. Non è una casualità che parla di schema, ma di immagine posturale del corpo che, benché sia in primo luogo un’esperienza dei sensi, provoca atteggiamenti di tipo emotivo e tali attività sono inseparabili dall’esperienza sensoriale. Il giudizio circa il corpo deriva quindi da entrambe le fonti ed è possibile solo sulla base di fattori sensoriali ed emotivi fondamentali. Quindi lo schema ha due aspetti: uno emotivo, legato all’organizzazione delle pulsioni, e un altro cognitivo. La stessa conservazione degli schemi è un fattore dell’intelligenza, così come la possibilità di evoluzione e progresso.

9.La pluralità degli schemi
Un aspetto da evidenziare è che la rigidità e la stabilità dello schema sta nell’essere limite e confine, non nel fatto che siano poveri di contenuto o immutabili per tutta la vita. Non potrebbe essere così, perché altrimenti lo schema corporeo dovrebbe essere fisso su una posizione, mentre una persona sana si muove continuamente. Lo schema in sé è una struttura formale, un modo per organizzare gli stimoli o più in generale ogni tipo di informazione, per capire quale risposta è necessario dare, ma anche e più semplicemente per costituire la nostra esistenza, quello che riempie questi “contenitori” cambiando di continuo; il loro spazio interno viene occupato da qualche altro contenuto simile. Lo schema accetta le informazioni mano a mano che si rendono disponibili a livello di superficie sensoriale e a seconda di quello che viene comunicato, è in grado di modificarsi (Neisser, 1976, p.69).
Se non esistessero strutture di questo tipo, di fronte ad ogni situazione bisognerebbe apprendere nuovamente con enorme spreco di tempo e di energia. Il modo in cui queste strutture vengono riattivate è strettamente personale.
A tal proposito Bartlett afferma che gli schemi sono vivi, si sviluppano e aiutano a determinare i nostri modi giornalieri di comportamento, cioè ad affrontare qualsiasi cosa ci venga presentata, indipendentemente dalla difficoltà (Bartlett, 1932, p.279). Infatti gli schemi non sono tutti uguali: esiste una sorta di gerarchia che va da quelli istintuali, tra cui si può inserire quello corporeo, a quelli legati ad interessi, valori o situazioni che richiedono una particolare conoscenza. Perché lo schema corporeo compare in quelli istintuali? Perché ciascun uomo costruisce se stesso e le proprie capacità cognitive a partire dal corpo: il riconoscimento di sé e il primo sforzo che il bambino deve compiere per potersi appropriare del mondo. E’ come se ci fosse una specie di piramide, per cui alla base compare il corpo come recettore di sensazioni e spostandosi verso l’alto si trovano schemi legati a capacità cognitive via via più complesse. Anche gli schemi seguono lo sviluppo dell’intelligenza umana, ma questo non implica che quello che c’era prima viene annullato: può essere modificato, corretto o arricchito, ma nel caso di quello corporeo, questo rimane identico nella sua funzione. Durante tutta la vita avremo sempre la percezione e la consapevolezza del nostro corpo, ma questo perché la nostra stessa personalità si costruisce a partire dal corpo.
In particolare “gli schemata sono organizzazioni attive delle reazioni o delle esperienze passate che agiscono in qualsiasi risposta organica appropriata, cioè quando c’è ordine e regolarità di comportamento, una risposta è possibile in quanto è in relazione ad altre risposte simili organizzate in serie, ma che agiscono in modo unitario. Queste strutture originano da impulsi afferenti con determinate caratteristiche. Formano una sorta di gerarchia: visivi, uditivi, cutanei; ed esperienze legate a un interesse comune” (Bartlett,1932, p.265).
La necessità di ordine e regolarità fa riferimento alla caratteristica di formalità, non alla mancata possibilità di cambiamento. Allo stesso modo l’organizzazione seriale è dipendentedalla sequenza temporale, cioè ogni schema nuovo è influenzato sia per le capacità motorie che cognitive dal tempo in cui viene interiorizzato. D’ altronde l’organizzazione seriale è una forma di ordine e di regolarità, nonostante ciò l’agire in modo unitario mostra la capacità di adeguarsi al presente , ma può essere anche inteso nel senso di un’unità dell’individuo stesso. Ogni senso costruisce i suoi schemi, ma alla fine possono anche intrecciarsi perché lo stesso movimento è il risultato della collaborazione tra apparati diversi.
Ugualmente, quando si ricorda si costruisce qualcosa sulla base di uno schema, ma questo è il risultato di una combinazione di diversi schemi che alla fine risultano dare qualcosa di nuovo. Un tono polemico nei confronti di questa classificazione si può leggere in Neisser: secondo lui gli schemi non sono visivi, cutanei o tattili, ma semplicemente percettivi (Neisser, 1976, p.41).
Questo significa che lo schema è il risultato di un’interazione tra i diversi sensi, anche perché la percezione stessa non agisce con un solo senso, ma implica un coinvolgimento dell’intero corpo, benché siano richiamate particolari capacità in base allo stimolo presentato. È, infine, un insieme di strutture di base per la percezione, la cognizione e il controllo dei movimenti del corpo (Tiemersma, 1994, p.210).
Lo schema come limite conferisce una specie di traccia, un orientamento da seguire, ma può essere influenzato anche dall’immaginazione che al contrario non conosce limiti. Lo schema è razionale, perché all’origine c’è il corpo, qualcosa di concreto e finito, mentre l’immaginazione può superare questi stessi confini. La loro collaborazione può comparire nel modo di organizzare gli eventi, di associarli o ribaltare l’ordine che potrebbe impedire la risposta più adatta a un input dato.

10. Il fine degli schemi
Se si affronta il discorso a partire della percezione, bisogna considerare lo schema come una parte dell’intero ciclo percettivo che è interna al percettore, è modificabile dall’esperienza e in qualche modo specifica rispetto a ciò che viene percepito (Neisser, 1976, p.69). Lo schema costituisce un ponte tra il mondo e la percezione del soggetto, dal momento che lo predispone ad accogliere dati esterni. La percezione risulta essere fondamentale non solo perché dà coscienza di un mondo esterno, ma anche perché tramite la percezione dell’esterno si accumulano informazioni su di sé. Questo è un aspetto curioso del saggio di Neisser, che non parla esplicitamente di schema corporeo, ma di uno schema appropriato in grado di accogliere stimoli provenienti da una propriocezione visiva. Ad esempio, se sto camminando le proiezioni retiniche di ogni superficie visibile nella metà anteriore dell’ambiente diventano via via più grandi. Questo non è dovuto a un puro cambiamento ambientale, ma specifica e registra il movimento del mio corpo (Neisser, 1976, p.124). Uno schema con una funzione fondamentale, perché se negli altri casi si trattava di un incontro tra il soggetto e l’ambiente, in questo caso si parla di Ego collocato nel mondo, quindi si entra in contatto con una struttura psichica.
La memoria aiuta l’ organismo a interpretare meglio l’ impulso aiutandolo ad agire al meglio nella vita attiva. Tale orientamento è dominato da reazioni o esperienze precedenti e per staccarsi da queste lo schema deve essere un mezzo tramite cui l’organismo può agire in maniera attiva (Bartlett, 1932, p.272). Quindi alla fine l’individuo deve essere in grado di utilizzare i suoi “schemata” in modo consapevole, cioè a livello della coscienza.
Perché ciò avvenga è necessario che alcuni elementi risultino dominanti, e questa connotazione è determinata dall’elemento emotivo.

11. La comparsa delle immagini
Le immagini sono considerate proprio come il mezzo in grado di estrarre elementi dagli schemi rompendo in questo modo il rigido ordine sequenziale in cui sono collocate le varie parti. Esse non sono direttamente legate a stimoli sensoriali, piuttosto vengono viste come modi per aumentare la variabilità nella ricostruzione di stimoli e situazioni passate, in modo tale da superare l’ordine cronologico delle presentazioni. E’ come se si restituisse un maggiore grado di libertà ai vari elementi che sono stati inglobati nello schema. Grazie ad esse un individuo può risalire dagli schemi, per esempio, giungendo a conoscenza di qualcosa che è accaduto anche un anno prima; ripristinarlo con gran parte, se non con tutta, della sua individualità inalterata e, infine, combinarlo con qualcosa che è accaduto il giorno precedente (Bartlett,1932, p.285).
Quando si presenta un problema da affrontare si verifica un attimo di sospensione in cui si esercita una valutazione proprio tramite le immagini, prima di arrivare alla soluzione. Inoltre poiché sono libere dai vari vincoli, risultano essere influenzate dall’Io stesso, quindi hanno a che fare con le caratteristiche individuali di ognuno. Per questo motivo l’immagine varia da soggetto a soggetto e ancora di più si mette in rilievo il ruolo determinante dell’elemento emotivo. I fattori costituenti sono quindi di origine psicologica e perciò strettamente individuali (Bartlett, 1932, p.379).
Questo discorso vale a maggior ragione per l’immagine corporea, in quanto partendo dallo schema corporeo vengono estratti elementi che si combinano con i fattori psichici, giungendo a una rappresentazione del sé che è fondamentale per la crescita emotiva e lo sviluppo dell’individualità. In questo senso allora l’immagine è postschematica e non può essere confusa con lo schema come accade leggendo la definizione di Schilder.
Se l’origine è diversa significa che i modi di manifestarsi dell’immagine si diversificano rispetto allo schema: infatti quest’ultimo si esprime come consapevolezza della postura e movimento, mentre l’immagine vive attraverso la parola. Quindi non si tratta più di stimoli sensoriali, ma verbali, anche se alla fine c’è comunque un corrispettivo fisiologico per quel che riguarda il linguaggio.
Dunque l’immagine si presenta in una fase successiva e di elaborazione superiore che non può nascere senza lo schema, ma che allo stesso tempo non può neppure ridursi ad esso. Precedentemente ho affermato che avere l’immagine di qualcosa corrisponde a possederne il concetto. A questo punto è allora necessario fare chiarezza intorno a quello che si intende con concetto, proprio perchè questo riguarda anche gli schemi.

Capitolo terzo

IL CONCETTO DI IMMAGINE CORPOREA

Con gli studi di Bartlett e di Head inizia un nuovo modo di affrontare lo studio dello schema e dell’immagine corporea al punto da poter essere considerati come i capostipiti di questo filone di ricerca.
Introdurre il discorso sul concetto significa rimanere nel campo della conoscenza e mettere in evidenza quale differenza intercorra, a questo livello tra schema e immagine, ma soprattutto intervenire e comprendere il valore assunto dal concetto di sé e il ruolo che questi due elementi svolgono.

1. Il concetto di schema corporeo
Considerando la linea che si è tenuta fino a questo momento appare un po’ anomala questa domanda, ma il motivo è dato dal fatto che Wolters (in Tiemersma, 1994, p.153) estende la teoria di Bartlett al pensiero concettuale, rinnovando il significato di schema.
Secondo lui l’origine del pensiero è ricondotto all’origine del comportamento. Questo nel senso che se si osservano gli animali, si nota che seguono comportamenti non necessariamente causati da reazioni innate, ma che sono il risultato di apprendimento. L’animale che costruisce la tana o ancora più nel caso di animali domestici che vengono “istruiti” dal proprio padrone, imparano qualcosa e ogniqualvolta lo ripropongono, seguono uno schema ben preciso. Se questo si osserva negli animali, a maggior ragione accade nell’uomo. Oggetti diversi sono trattati in modo diverso a seconda del bisogno che soddisfano, sintomo del fatto che uno stimolo agisce a livello dell’organismo attivando un elemento particolare. Questi elementi sono appunto gli schemi, che a questo punto, pare possano essere dedotti dal comportamento. Essi vengono considerati come un nucleo integrante della personalità, perché sono modalità di risposta di un organismo, non qualcosa che si può possedere come un oggetto fermo e statico, ma devono essere considerati nel loro aspetto dinamico.
I legami tra gli schemi, inoltre riguardano la comprensione del valore funzionale degli oggetti e la conoscenza di come usarli.
Ma per parlare di schemi come concetti, occorre riconsiderare il significato. Il concetto non è più “oggetto di pensiero”, ma “strumento”. Questo vuol dire che non conta il contenuto o la rappresentazione, quello che importa è la possibilità di avere un mezzo per costruire la conoscenza e ancor prima di essere dotati di una predisposizione ad accogliere gli oggetti del mondo circostante. Ecco cosa diventa lo schema: un sistema di orientamento, che mette in grado il soggetto di muoversi, apprendere e costruire il proprio pensiero.
A questo punto il concetto risulta distinto dal contenuto, cosa che pare contraddittoria (Northway, 1940). Infatti se lo schema è una struttura deve essere riempito con un contenuto, se anche il concetto diventa tale o viene ridotto a essere una possibilità di tensione verso qualcosa, di cosa è fatta la conoscenza?
È giusto parlare di concetti a proposito di schema, ma nel senso in cui questo costituisce lo spazio entro cui va a inserirsi la conoscenza. Lo schema necessita di essere arricchito, si modifica di continuo contenutisticamente. Il concetto è questo contenuto, è uno schema che si è evoluto, arricchito e non ha più un valore generico, ma specifico.
Ci sono varie definizioni di schema legate non all’aspetto della memoria, ma propriamente cognitive, che sottolineano il suo ruolo nell’organizzazione della conoscenza.
A parte quelle viste in precedenza, anche Norman e Rumelhart (1975, p.406) sottolineano la sua funzione di “ struttura che collega i diversi aspetti di un corpo di conoscenza.” Assume i caratteri e le funzioni dell’argomento di cui si arricchisce, compresa la possibilità di modificarsi e di essere applicato a nuove situazioni. Così per Minsky, lo schema è paragonabile a un frame, cioè a una struttura dati piuttosto complessa con la funzione di cogliere la rappresentazione stereotipica di un concetto. In questo modo ci sono schemi a seconda della situazione o dell’evento in cui ci si imbatte. Processare le informazioni per mezzo dello schema, equivale a determinare quale modo aderisce meglio agli input in arrivo. Infine vengono a crearsi delle configurazioni coerenti di schemi che cooperano per la migliore rappresentazione dei dati (in Rumelhart, McClelland, 1986, pp. 267-268).

2. A partire dallo schema
Lo schema è un mezzo che facilita la produzione di concetti, a partire da dati attuali e fornendo loro un organizzazione coerente.
Il concetto è il prodotto di una categorizzazione (Mc Shane, 1991, p.127) e, come si è visto, lo schema ha la funzione in primo luogo di classificare gli oggetti di conoscenza dando inizio ad una fase di apprendimento o di approfondimento delle nozioni già acquisite.
Se si cerca una definizione di “concetto” nella storia della filosofia, si nota come sia passato attraverso significati differenti a seconda lo si intendesse legato ad una particolare entità o in senso universale. Da un punto di vista più cognitivo si può ricorrere alla definizione di Piaget (1970), secondo cui il concetto è uno schema operazionale che è stato sottoposto a un processo di astrazione a partire da una situazione concreta e che si mantiene senza una percezione primaria o un motore di sviluppo. Si tratta cioè di una costruzione mentale frutto di un’attività di decisione, verifica, ipotesi e selezione attiva degli stimoli. Per arrivare alla sua formazione occorre passare attraverso degli stadi di sviluppo.

Si verifica questa successione: riflessi innati schemi rappresentazioni

Gli schemi sono strutture organizzative non simboliche che mediano il rapporto bambino/mondo. In questo modo comincia la raccolta di dati che fornirà la base per costruire le rappresentazioni mentali vere e proprie. Durante questo processo di sviluppo il bambino esce dal suo egocentrismo che si esprime sia in senso intellettivo che fisico, per costruire una rappresentazione oggettiva della realtà.
In ogni caso quello che va messo in risalto riguarda il fatto che si tratta di un contenuto o di un oggetto mentale, quindi possedere il concetto di qualcosa, equivale a dire che si ha la rappresentazione di quel qualcosa.
Come contenuto mentale non è legato né alla dimensione temporale né al contesto da cui si è generato. Una volta che l’oggetto è passato attraverso la classificazione e la generalizzazione, esso si ritrova a far parte della MLT, cioè del bagaglio permanente di conoscenze e può essere richiamato in base a delle associazioni in grado di superare e spezzare quei rigidi confini che al contrario formano lo schema. Inoltre scindendosi dal particolare esso non si riferisce più ad una singola entità, ma ad una pluralità di oggetti.
Riassumendo: lo schema è una struttura che necessita di un contenuto che è rappresentato da un concetto. In questo processo un oggetto esterno e appartenente all’ambiente, viene fatto proprio da un soggetto che lo ingloba al proprio bagaglio conoscitivo attraverso meccanismi di classificazione e generalizzazione che, allo stesso tempo, lo liberano da quei vincoli che ne han permesso l’ingresso nella sfera mentale. Il concetto allora è un prodotto mentale organizzato delle rappresentazioni dell’ambiente circostante che presiedono all’interazione con l’ambiente e servono a codificare le informazioni più rilevanti.

3.L’immagine di Sè

Un immagine, sia che la si consideri in ambito delle scienze cognitive, sia nel suo senso generale, rimane pur sempre una raffigurazione di qualcosa. E’ una rappresentazione in senso figurato di un oggetto, ma perché questo sia possibile è necessario che io conosca quello che vado a rappresentare. Alle spalle dell’immagine c’è un oggetto conosciuto.
Dalla definizione precedente di concetto, si nota una certa somiglianza con essa: infatti in entrambi i casi si tratta di un modo per ripresentare una conoscenza acquisita, quindi di un contenuto. Inoltre la corrente di pensiero che si è sviluppata a partire dalla relatività di Einstein ha riformulato la definizione stessa di concetto, che ben si adatta al nostro scopo. Infatti Bridgman (1927, p.5) definisce il concetto come “sinonimo di una serie di operazioni”. Questo vuol dire che concetto è tutto ciò che può essere ridotto ai suoi minimi termini, in pratica viene definito in termini operazionali. In questi termini di base sono comprese le procedure percettive, che quindi introducono l’aspetto fondamentale della corrispondenza tra esperienza e descrizione dello stesso. Un concetto che non può essere ridotto alle sue operazioni d’origine, non è un concetto.
Allora le condizioni sono due: * la definizione operazionale; * le stesse devono soddisfare i criteri di eliminabilità e non creatività, cioè avere una base concreta.
Tornando al discorso delle immagini questo funziona molto bene, nel senso che essa può essere ricondotta all’origine e in particolare all’esperienza che l’ha fatta nascere e consolidare. Spingendosi oltre si può passare a considerare le immagini mentali, ivi compresi i processi di memoria e l’organizzazione delle informazioni percettive in schemi.
Passando all’immagine legata al corpo occorre analizzare e capire quali sono le variabili che lo compongono: la difficoltà nell’applicare una definizione operazionale in questo caso sta nelle diverse tipologie di misurazione che possono essere fatto. Per ora comunque è indispensabile sapere che l’immagine corporea è formata da diverse componenti.

4. Il concetto di body image
Bisogna tenere insieme la definizione operazionale, senza perdere la complessità del concetto di immagine corporea, ma non ridurla a aspetti empirici, sottraendole il suo aspetto dinamico e psicologico. Quindi è necessario trovare un approccio di studio che prosegua la linea dell’operazionalismo e al tempo stesso fornisca un punto di contatto tra le diverse discipline che si trovano implicate in questa indagine.
La “Receveid View on Scientific Theories” (Tiemersma, 1994, pp.197-205) è il tentativo di applicare il metodo scientifico basato su assiomi e regole a concetti di tipo psicologico. L’immagine del corpo, intesa come insieme di concetti, è un costrutto ipotetico. Le definizioni che si riferiscono a tali concetti risultano non osservabili e non dimostrabili da un punto di vista empirico. Di conseguenza è solo da un punto di vista ideale che, l’immagine come totalità, potrebbe essere derivata tramite proposizioni assiomatiche (Tiemersma, 1994, p.198).
In realtà questo approccio non giunge ad applicare tale sistema per l’immagine del corpo, ma dà l’avvio a uno studio cognitivo e alla scomposizione dell’immagine nelle diverse componenti. Questo avviene anche per lo schema. Infatti, in questo senso, esso risulta essere anche un concetto: è un raccoglitore di percezioni, sensazioni sensomotorie e ha un valore cognitivo. Pertanto si rivela un elemento piuttosto complesso e formato da diverse componenti. Affermando ciò lo si equipara a un linguaggio di informatica, nel momento in cui lo si considera come raccoglitore di segnali e al tempo stesso come un programma, visto che comunque ha una funzione sua propria (Neisser, 1976, p.71).
Riassumendo: lo schema si ritrova ad essere il punto di partenza per la costruzione del concetto del sé, ovvero l’immagine corporea; ed è concetto in quanto si presenta come momento di elaborazione superiore per quel che concerne le percezioni.

Secondo Shontz (1969) le funzioni del corpo sono gerarchicamente organizzate: lo schema è una struttura di base che permette di passare al valore del corpo in senso psicologico e al concetto relato. Successivamente aggiunge la presenza del cosiddetto body fantasy e body self, prima di giungere al body concept. Tutti questi componenti non sono altro che parti dell’immagine corporea intesa dunque come unità complessa che comprende non solo il rapporto verso sé, ma anche verso gli altri. C’è il tentativo, in generale, di tenere insieme diversi livelli che vogliono rispecchiare le varie funzioni a cui assolve il corpo.
Essa quindi viene intesa come una rete di concetti via via più elaborati che tengono conto non solo degli aspetti percettual-cognitivi, ma anche psicodinamici correlati al comportamento verso sé e gli altri (in Tiemersma, 1994, pp.202ss.).
A che livello sono definiti i concetti nel Body Image? 1. A un primo livello compaiono gli aspetti percettivi che comunque vengono organizzati secondo una struttura in parte gerarchica che permette una classificazione in base al livello di conoscenza in cui sono coinvolti. 2. I concetti formano il pensiero che si definisce come l’insieme di attività mentali svolte in modo consapevole dal soggetto. Questa manipolazione mentale si esprime tramite concetti me anche immagini e parole o più in generale di elementi simbolici. Se questa manipolazione non è conscia, allora si svolge in modo automatica e si esprime nel comportamento. L’immagine corporea ha in sé entrambi gli aspetti: si esprime attraverso il comportamento, influenzando dunque le attività dell’ Io, ma al tempo stesso è un elemento simbolico, che quindi viene manipolato dal pensiero consapevole circa i movimenti da eseguire o nella valutazione delle misure, ecc.. In ogni caso appartiene alla MLT. Essa è un implicazione del movimento, allo stesso modo in cui lo schema corporeo può essere considerata una funzione integrata dell’apparato sensomotorio. Il suo essere implicato si manifesta nell’intenzionalità e nella progettualità, legandosi di conseguenza a quella che è la conoscenza delle possibilità del proprio corpo per quanto riguarda l’ aspetto motorio. 3. Il body image può essere misurato, attraverso oppositi test e questionari. A questo punto i concetti vengono tradotti in un valore numerico. Il risultato è che la loro definizione è dedotta a partire dalle varie componenti dell’immagine corporea stessa.
In questo modo si definisce una sorta di sistema talmente complesso che non può ridursi ad assiomi o a regole rigide. La teoria struttural-funzionale non si è sviluppata completamente, ma questo è stato positivo in quanto permette di mantenere intatti i diversi costituenti e la complessità del tutto.

5. La psiche e l’ immagine corporea
Questa rappresentazione mentale che ognuno ha di se stesso, racchiude in realtà alcuni componenti che evidenziano le diverse connotazioni e ruoli che essa assume.
L’immagine corporea non può essere divisa da quello che viene definito come Sé corporeo, in quanto l’acquisizione della propria identità e la distinzione dal resto del mondo, passa proprio attraverso il corpo. Un corpo che non è solo fisicità, ma anche psiche con tutte le conseguenze che ne derivano sul piano relazionale e nel rapporto con se stessi (Wallon in Tiemersma, 1994, pp.143-154).
Dunque, quella che è l’immagine del corpo risulta dalla somma di: percezioni, elaborazione simboliche, legami con l’Io (Tiemersma, 1994, p.190). In particolare si distingue in: * Connotazioni percettive e cognitive: includono il body experience, body percept, body image, body concept, psychological body schema; * Connotazioni attitudinali e simboliche che riguardano il body attitude; * Funzioni dell’Io: body ego, cioè l’aspetto corporeo dell’Io. Per ciò che concerne il primo punto, in generale ci si riferisce a tutto ciò che il corpo raccoglie dall’esterno ed elabora. Il body experience, è il corpo che ha esperienza ed è in grado di cogliere le in cui le qualità del corpo sono date direttamente nella proprio- o enterocezione. Questo include anche il riconoscimento della superficie corporea o la stima delle dimensioni, ma non bisogna confonderlo con il body percept, nonostante siano fortemente collegati, in quanto, a questo livello si hanno anche aspetti emozionali che evidenziano l’armonia con cui si vive il proprio corpo. Un aspetto che riguarda il body percept è che spesso si sbaglia a giudicare le dimensioni proprie, ma non quelle degli oggetti esterni, che comunque vengono misurati in base all’orientamento del corpo. Inoltre esso ha a che vedere con i fattori sensoriali e somatici: la percezione più o meno intensa dipende dalla differente distribuzione di recettori sulla superficie corporea.
Lo psychological body schema, non deve essere confuso con lo schema corporeo perchè qui si carica di un valore psicologico, anche se in fin dei conti riguarda sempre la conoscenza della postura e l’orientamento nello spazio.
Compare poi il body image: in questo caso lo si intende come semplice immagine, come un dipinto che ognuno ha di se stesso. Esso viene esperito come riconoscimento delle diverse parti o dei singoli arti e come confine, se il corpo viene considerato nella sua unità.
Infine il body concept si lega a una rappresentazione più o meno astratta compresa la comprensione e l’uso delle funzioni del corpo.
La connotazione attitudinale e simbolica è perlopiù legata all’aspetto sociale del corpo, quindi l’importanza degli stereotipi o il riflesso che viene proiettato dalle persone intorno.
Il legame con l’Io si riferisce alla sfera più profonda della psiche e permette quindi una interpretazione psicodinamica della stessa immagine corporea.

6. L’ Io
Secondo Scheerer, l’Io è una struttura rappresentata nel campo fenomenico, cioè della percezione, che rivela la sua presenza anche nell’ambito di organizzazione inconsapevole (1954, p.111). In particolare costituisce un ponte tra l’interno e l’esterno del soggetto, ponendosi come un sistema di coordinate spaziali che permette l’orientamento spazio- temporale degli oggetti nei confronti del soggetto e del soggetto stesso nell’ambiente. Anche l’Io si pone come oggetto, ma la differenza rispetto agli oggetti esterni è data dalla presenza dell’aggettivo “mio” che indica l’appartenenza dell’Io al soggetto/oggetto. Inoltre può essere considerato come un’organizzazione silenziosa in quanto agisce come schema di orientamento per localizzare parti del nostro corpo o la posizione del corpo nella sua unità, in uno spazio definito.
In ogni caso, corpo ed Io sono interconnessi: gli stessi schemi hanno origine dal sistema dell’Io (Koffka, 1935, pp.516ss.). Non si può trascendere dal soggetto stesso: nel momento in cui si parla di schema o di immagine del corpo ci si riferisce ad un soggetto particolare: le esperienze che si riferiscono all’Ego o al sistema stesso sono quelle che acquistano il carattere del Sé sono fondamentali per la formazione e lo sviluppo della personalità di un individuo. Esse formano una sorta di polo soggettivo di memorie che seguono quello oggettivo delle tracce dei sistemi circostanti, cioè provenienti dall’ambiente esterno. In questo modo si formano “Ego- trace column”, cioè strutture autobiografiche che temporalmente localizzano ogni esperienza come presente, passata o futura. In questo modo si garantisce la continuità dell'Io e si permette di registrare i cambiamenti e i diversi eventi caratterizzanti la vita stessa.

7. Le tre nozioni di corpo
Il corpo risulta basilare nella costruzione di una dimensione interna: il Sé. Tuttavia perché questo avvenga è necessario passare attraverso diverse fasi, che coincidono con quelle dello sviluppo dell’immagine corporea. Sentire il corpo e concepirlo come proprio permette la costruzione della propria identità personale, in quanto esseri separati e distinti dal resto del mondo. Dunque corpo e rappresentazioni cognitive risultano essere il fondamento del senso di Sé.
A questo proposito si può ricordare la teoria di De Ajuriaguerra (1965) che recupera la teoria piagetiana per applicarla al corpo. In particolare egli sostiene che ci sono tre nozioni di corpo che devono essere prese in considerazione: * Nozione sensomotoria, in cui il corpo attivo occupa uno spazio d’azione. E’ il momento dell’esplorazione. * Nozione pre-operazionale, in cui il corpo è subordinato alla percezione e occupa uno spazio che è parzialmente rappresentato dai confini e dalla periferia che segna esso stesso. * Nozione operazionale, in cui il corpo esiste in una rappresentazione spaziale oggettiva.
In questo modo le diverse fasi di sviluppo cognitivo vengono legate alla consapevolezza del corpo. Questa prospettiva si sposa con l’ottica psicodinamica, cioè con i processi legati allo sviluppo dell’ Io.
Secondo Fenichel (1945) nello “sviluppo della realtà, la concezione del corpo gioca un ruolo fondamentale. Inizialmente si avverte una tensione interiore che successivamente viene placata assumendo un oggetto interno che permette di distinguere noi stessi dall’esterno. Il corpo di ognuno risulta quindi separato dal resto del mondo e in questo modo è possibile segnare una linea netta di demarcazione tra quello che è il Sé e il Non- Sé. Le rappresentazioni mentali del corpo e dei suoi organi, cioè l’immagine del corpo, formano quello che è l’Io e sono di fondamentale importanza per tutto lo sviluppo successivo” (in Krueger, 1989, p.3).
Lichtenberg aggiunge che il concetto di sé corporeo è composto di esperienze fisiche organizzate da quelli che sono state definite le connotazioni cognitive e percettive dell’immagine corporea. La prima realtà è quella di cui ha esperienza il corpo, una realtà che passa attraverso la madre, inizialmente vista come un estensione del proprio corpo e successivamente come il Non- IO del bambino.
Secondo la lettura psicodinamica che Krueger (1989, pp.3ss.) fa del Sé corporeo, ci sono tre fasi di sviluppo: * Esperienza psichica precoce del corpo. Nelle prime settimane di vita l’esperienza del corpo è prettamente tattile e solo in parte visiva e uditiva. Il tatto dunque è il senso delegato attraverso cui passa la consapevolezza dell’esistenza e si costruisce il legame madre/bambino. Il corpo della madre segna un confine, quello della superficie corporea: infatti questo non è qualcosa di innato, ma deve essere costruito proprio tramite il contatto. Un bambino che viene toccato, sostenuto, abbracciato, è un bambino che sviluppa qualità di sicurezza, consistenza, fermezza, qualità che potrebbero anche non esserci portando successivamente a mancanza di stima o, se eccessivamente formate, a disturbi narcisistici. Non sono solo stimoli esterni a cui il bambino risponde, ma anche a propriocezioni che permettono al bambino di sentire il proprio corpo registrando uno stato di benessere o, al contrario, di malessere nel caso in cui questi bisogni che lui avverte sono soddisfatti o meno dalla stessa madre. In queste settimane quindi gli stati affettivi, i movimenti, ecc.. vengono sperimentati tramite la figura, materna. Essa in pratica assume la funzione di uno specchio: rafforza il senso di esistenza del bambino. Infatti ognuno sa che qualcosa esiste dal momento che può percepirlo. La stessa cosa vale per il bambino: se si sente toccato, coccolato, se apre gli occhi e c’è qualcuno che lo guarda e interagisce con lui, allora è sicuro di essere al mondo.
Questa associazione dell’esperienza del corpo e dell’elaborazione cognitiva che assume la forma della certezza di esistere, permette l’integrazione “mente-corpo”. In caso contrario queste due parti rimangono nettamente distinte, creando conseguenze successive. Non esiste senso di realtà senza esperienza interiore del Sé corporeo che si specchia nelle risposte materne, così come nella vita successiva l’intensità di un evento si registra nel coinvolgimento del corpo separato, distinto e unico.
Questo primo stadio di sviluppo è possibile anche per alcune componenti neurofisiologiche: un sistema sensoriale, un feedback afferente e visuale dei movimenti, il senso del tatto. Questa precisazione mette in evidenza il fatto che la comunicazione è multimodale e multi sensoriale: se viene sviluppata solo in un senso permarranno delle carenze successive con il risultato che si limiteranno alcune possibilità del soggetto. * Consapevolezza precoce dell’immagine corporea con la distinzione di una superficie che separa l’interno dall'esterno. Si tratta di uno stadio che si sviluppa da pochi mesi fino ai due- tre anni di vita in cui si comincia a percepire il corpo come confine, qualcosa di distinto dal corpo della madre con bisogni propri. Il bambino quindi abbandona la forma di narcisismo primario per divenire un essere unico e con confini ben definiti. A questo livello il bambino percepisce maggiormente le sensazioni di soddisfazione/ insoddisfazione dei suoi bisogni. Tuttavia se qualcosa non è pienamente appagato, questa mancanza può essere anche interpretata in senso positivo per rafforzare il senso del Sé. Il soggetto quindi sulla base di sensazioni fisiche rielabora i suoi stati interni. La madre ha il compito di rendere accessibile l’ambiente all’esplorazione del bambino e di creare le condizioni ottimali per permettergli di vivere il suo corpo. E’ a questo livello che si sviluppa il body image. Esso è una formazione complessa in via di evoluzione di una rappresentazione mentale evocativa del corpo. La maturità di sviluppo è basata su una formazione individuale e sulla percezione di stimoli interni ed esterni (Krueger, 1989, p.10).
I vissuti corporei cominciano a divenire coerenti e consapevoli al punto che il bambino separando da sé la realtà di cui si appropria tramite i sensi, sviluppa la capacità di possedere delle immagini mentali. Questa acquisizione è il risultato di un processo di simbolizzazioni che dà al bambino un senso di sicurezza anche quando gli oggetti immaginati non sono realmente presenti.
Durante il secondo anno di vita si sviluppa anche la capacità di riconoscimento, frutto dello sviluppo della memoria evocativa. A questo punto lo specchio, come strumento serve a confermare cosa è dentro e cosa è fuori, cosa appartiene al corpo ed è sulla sua superficie, e cosa invece non lo è.
Ci sono pertanto tre dimensioni del sé corporeo che contano nella formazione dell’Io: la relazione con l’altro; dei patterns di comportamento che sono esperienze della realtà; il suo valore come concetto, inteso come frame che comprende immagini emozionali e corporee, elaborazioni cognitive ed esperienze.
Il risultato finale dovrebbe essere una certa stabilità che è indispensabile per una identità solida.
• Definizione e coesione del Sé corporeo come fondamento della consapevolezza di sé.
Si tratta di uno stadio in cui cresce l’autonomia e la consapevolezza di sé. Corrisponde a quella che Spitz (1971) definisce come la fase del “No!”. Questa espressione equivale a un pensiero del bambino: “Io non sono un’estensione del tuo corpo o dei tuoi desideri, tu hai un limite e io esisto come separato da te. Il mio corpo è mio e io sono unico”. In un certo senso è una dichiarazione di esistenza che il bambino fa nei riguardi della madre o di chi si occupa di lui.
Queste tre fasi dunque mostrano come a poco a poco possano integrarsi le diverse componenti del body self, body experience, body image e self image, andando verso la formazione del senso di Sé. Inoltre c’è un altro elemento che emerge: cioè che l’immagine corporea si rafforza e va di pari passo con la crescita fisica e psicologica.

Capitolo quarto

LO SVILUPPO DELL’ IMMAGINE CORPOREA

L’immagine del corpo è stata definita come un concetto che permette di arrivare alla definizione del Sé. Una delle sue caratteristiche più importanti è quella di modificarsi nel tempo, quindi di non essere limitata entro rigidi confini, anche perché appartiene alla sfera psichica. Le modifiche a cui è sottoposta riguardano le diverse fasi del suo sviluppo, che è caratterizzato anche dall’incontro con l’altro. L’altro non è solo la madre o le figure parentali che il bambino conosce dalla nascita. A poco a poco diventa tale la scuola , il gruppo di amici fino ad estendersi all’intera società.
Ma dove va a finire tutto questo? Dove si esprime l’immagine? Per lo schema del corpo ci si limitava alla postura o più in generale al movimento e alla consapevolezza di esso. In questo caso si arriva direttamente alla personalità, cioè a quello che caratterizza ciascun individuo.

1. Le fasi di sviluppo
La prima consapevolezza che si esperisce è dunque quella concernente il corpo. Tuttavia l’immagine deve maturare seguendo la crescita fisica e psicologica dell’individuo. Questo significa che l’influenza dell’ambiente e delle persone che lo abitano gioca un ruolo non indifferente sul suo sviluppo e sulla direzione verso cui tende. Poiché inoltre le immagini sono la prima elaborazione del pensiero, appare necessario capirne meglio come avviene questo processo e quali componenti sono implicate, dal momento che tutto questo alla fine va a riversarsi sulla personalità stessa dell’individuo.
In generale si può dire che i fattori coinvolti sono: * stimoli sensoriali; * processi cognitivi; * fattori sensomotori; * fattori della libido.
In questo modo sono compresi tutti gli elementi che vanno a formare un soggetto. I primi riguardano i sensi principali grazie ai quali il bambino costruisce il suo mondo, che come si è visto, sono il tatto, la vista e l’udito. Appropriarsi dell’esterno significa fare dei movimenti, esplorare i dintorni, meccanismi che richiedono lo sviluppo dell’apparato sensomotorio e una certa pianificazione a livello cognitivo che diventa via via complessa, arricchendosi di varie informazioni raccolte nel corso delle scoperte dell’ambiente. Se però non si garantiscono le condizioni di sopravvivenza questa ricerca di conoscenza non può avvenire: ecco il primo sostegno che arriva dalla figura materne. In ogni caso il contatto e il bisogno dello stesso vanno a confluire in quella che è la libido, cioè la parte pulsionale di ognuno (Tiemersma, 1994, p.49). Inoltre, i continui cambiamenti della struttura dell’immagine del corpo, sono da attribuirsi alle leggi dell’economia libidica e, di conseguenza, alla continua ricerca del piacere. Per questo motivo le zone corporee maggiormente investite sono quelle in cui si realizza la dinamica piacere- dispiacere (Carlini, 1981, p.41).
Secondo Schilder (1950, pp.138ss.) invece nello sviluppo dell’immagine corporea contano principalmente due cose: il dolore e il controllo motorio. Il suo discorso si riduce a quello precedente dal momento che il dolore è una sensazione vissuta in modo più o meno intenso, mentre il movimento è la tensione verso qualcosa che richiede non solo il coinvolgimento motorio degli arti, ma anche un controllo afferente di tipo fisiologico e cognitivo. Il dolore dà una connotazione emotiva alle esperienze che vengono fatte perché conferisce intensità alle stesse.
Quando si è parlato della memoria si è detto che gli eventi vissuti più intensamente sono quelli che si ricordano meglio, allo stesso modo se le prime esperienze del bambino, che sono essenzialmente legate a dei movimenti esplorativi, sono connotati emotivamente, verranno fissati con maggior facilità. E poiché comunque tutto è finalizzato alla scoperta e alla conoscenza del proprio corpo, compresi i limiti, è chiaro che il dolore permette di marcarli in maniera più definita. Inoltre esso è una esperienza prettamente soggettiva: nel senso che quello che posso percepire io come doloroso può non esserlo per un altro. Il dolore in sé ha diverse soglie: la differenza è data dal modo in cui le persone lo elaborano. Rimane pur sempre un’emozione che se associata ad un’immagine aumenta la sua intensità. Può essere anche considerato un modo estremo per avvertire il proprio corpo, una sorta di testimonianza dell’esistenza. Questo capita in particolare nei soggetti che vivono l’alienazione dal corpo, rifiutandolo e separandolo dalla mente. Il dolore diviene un mezzo attraverso cui si torna ad esso.
Di conseguenza per avere uno sviluppo completo l’ideale sarebbe avere un’associazione tra questi due elementi: immagine visiva e sensazione tattile. Appunto le due modalità usate in preferenza dal bambino. In questo modo si crea la consapevolezza della presenza. E’ stato detto che la prova dell’esistenza di qualcosa è data dalla possibilità di percepirla. Tatto e vista sono senz’altro i mezzi preferiti da tutti.
L’immagine corporea che va a formarsi è un insieme unitario, perché è la rappresentazione della persona. Questo non equivale a rigidità, ma è modificabile (anche perché se non fosse cosi’ non si potrebbe parlare neanche di processo di sviluppo). Tuttavia quando, ad esempio, si vive l’esperienza della vertigine, è come se si assistesse ad uno spezzarsi di questa unità, perché coscientemente io ho l’impressione che intorno a me ci sia del movimento quando invece è tutto immobile, o viceversa di essere io stessa in movimento quando non è così. E’ come se la vista percepisse qualcosa che non è confermato dalla realtà e non è coordinato con la parte sensomotoria del corpo stesso. Questo esempio permette di introdurre un altro elemento: cioè la presenza di diverse parti che vanno a formano quell’unità e alla loro rispettiva libertà ed indipendenza .
Il modo di cui il bambino si appropria del mondo permettendo la definizione dei suoi confini, comprende anche le persone che lo abitano. Schilder ritorna ad affrontare l’argomento del sociale: l’importanza dell’altro nella costruzione della propria immagine corporea. Ci sono alcune parti della nostra immagine che vengono spostate su altre e viceversa: in generale è un continuo scambio quello che avviene e non si può dire cosa venga prima (Schilder, 1950).
Infatti la nostra immagine e quella degli altri sono entrambi considerati dei dati primari di esperienza ed esiste una relazione piuttosto stretta tra le due che si esprime come singole parti o nell’intero complesso.
Il corpo e la relativa immagine si ritrovano a misurare delle distanze: ci sono cioè delle linee di interscambio tra le immagini corporee che sono fondamentali per la loro formazione e che sostengono l’idea della necessità dell’Altro, come fonte di arricchimento e di sviluppo per se stessi.

2. L’ immagine del corpo e le sue distanze
Ci sono tre tipi di distanze che rappresentano le linee di interscambio (Schilder, 1950, pp.275ss.) tra le immagini del corpo: 1. distanza spaziale; 2. distanza emotiva; 3. distanza sociale.
La vicinanza, quindi la riduzione della distanza spaziale è il primo modo per facilitare uno scambio. Questo vale ancora di più se si stabilisce un contatto: quello che si riceve dalla persona che ci sta di fronte è un’informazione sulla propria immagine positiva o negativa, che comunque influisce sul nostro sviluppo e sul modo attraverso cui ci rapportiamo agli altri. Ma basta pensare alla madre che si prende cura del figlio: la carezza o il minimo contatto per lui sono fondamentali. Lo stesso discorso si fa per due persone mature tra cui il contatto si esprima anche come rapporto sessuale. Le immagini in questo caso raggiungono addirittura la fusione: i corpi diventano uno solo.
La distanza che prima era misurata dal corpo tramite la vista si può ridurre nel contatto oppure diventare enorme, quando ci si allontana e in questo modo si nega la possibilità di scambio.
Ugualmente una persona che viene definita vicina, può esserlo anche in senso emotivo, non solo spaziale. L’unione di questi termini si trova nell’espressività del corpo stesso. Il viso è la parte del corpo maggiormente comunicativa, oltre che più esposta allo sguardo altrui.: se io osservo il viso di un altro sono capace di cogliere il suo stato d’animo e allo stesso tempo riceverò impressioni che andranno a influenzare il mio. Queste ultime non riguardano solo il modo in cui lui può influenzare me, ma anche come io vengo vista da lui.
L’altro è uno specchio di noi stessi in grado di comunicare sensazioni, emozioni, ma è, in primo luogo, atteggiamenti corporei. La mia immagine è in contatto con quella di un altro, perché sono cosciente della mia e della sua presenza, perché mi riconosco come separato da lui, ma al tempo stesso come persona che interagisce e si pone in atteggiamento empatico con lui.
“ Non conosciamo affatto il nostro corpo meglio di quello altrui. Non dovremmo usare curiosi lo specchio se fosse così. L’interesse che abbiamo per lo specchio è espressione della labilità del modello posturale del nostro corpo, dell’ incompletezza dei dati immediati, della necessità di costruire l’immagine del nostro corpo in un continuo sforzo costruttivo” (Schilder, 1950, pp.314-315).
Le immagini dunque non sono mai isolate, ma circondate da quelle degli altri. Sono cioè, sociali, per principio. Il rapporto fra di esse è determinato non solo dalla distanza spaziale, ma anche emotiva. Poiché si possono considerare da un punto di vista unitario e come unità composte da parti, si può dire che, a proposito di queste, è nelle zone erogene che le immagini corporee sono più vicine e hanno la possibilità di unirsi.Le variazioni erotiche che si verificano sono considerate come fenomeni sociali e accompagnate da modifiche nella immagine altrui.
Non si può tuttavia porre una prima dell’altra, perché sin dall’origine quella propria e quella altrui sono primarie.
Questa dinamica di interscambio avviene per processi di identificazione ed imitazione (Tiemersma, 1994, pp.86-87), attraverso i quali c’è proiezione ed appropriazione di elementi caratteristici di personalità. Le altre immagini del corpo possono essere integrate nella nostra e viceversa a formare un tutt’uno, oppure possono essere considerate come somma di singole parti. Il risultato di tutto ciò è la costruzione di qualcosa di creativo, perché dinamico e aperto a continue possibilità di cambiamento. Infatti anche quando la propria immagine del corpo è stata creata, rimane la possibilità di modifica della stessa. In ogni fase dello sviluppo si susseguono momenti di stasi e di cambiamento. Lo stesso capita qui: alla cristallizzazione segue uno stadio plastico che è determinato dalla situazione emotiva del soggetto.

3. L’ immagine corporea nelle fasi di una vita
Prima di arrivare alla distanza sociale, è opportuno mettere in evidenza come nelle diverse età conta l’interazione con l’altro (Tiemersma, 1994, pp.43ss.).
I primi giorni di vita sono caratterizzati da gesti facciali e manuali. Toccare e incorporare le varie parti del corpo con gli occhi aiuta ad avere una visione d’insieme del corpo e a costruirne un’immagine centrale che va oltre la consapevolezza sensoriale puramente immediata (Greenacre, 1979, p.228). Le mani e le braccia entrano solo casualmente nel campo visivo del bambino, nel secondo- terzo mese, guidando la sua attenzione sia verso gli oggetti esterni che verso il proprio corpo, nell’intervallo di tempo in cui permangono nel suo campo visivo. Oggetto interno ed esterno, non vengono esperiti nella loro totalità e permanenza, in quanto c’è un’immaturità delle vie nervose e delle strutture cognitive (Carlini, Farneti, 1981, p.20). Solamente tra i tre e i sei mesi cominciano ad affermarsi le prime associazioni intrasensoriali e la coordinazione tra la vista e il movimento delle mani. Si crea cioè, la capacità di individuare dei punti di partenza degli stimoli attraverso l’unificazione del campo percettivo (Wallon, 1967, p.69).
Verso i tre o quattro mesi comincia a esserci, inoltre, una separazione tra proprio corpo e mondo che si esprime come opposizione. Dai quattro mesi, il bambino impara sistematicamente a esplorare il suo corpo e a distinguerlo dall’altro, anche se il riconoscimento del viso avviene solamente se la posizione è frontale e sono ben visibili i due occhi, il naso e la bocca. Scrive Zazzo: “La mia immagine è il mio viso. Un’appropriazione, assimilazione, identità a dire il vero lungamente preparata nel bambino da tutte le attività della bocca e degli occhi, dai baci dati e ricevuti, da sguardi, lacrime e parole, dall’azione di tutti i visi che si sono rivolti verso di lui e ai quali ha improntato la propria forma” (Zazzo, 1977, p.6). Il volto quindi, è la prima parte del corpo che il bambino sfrutta per distinguersi e riconoscersi, avviando un processo di costruzione dell’identità .
Comincia a essere un corpo capace di vedere e toccare: vi sono i primi segnali propriocettori e interocettori. In questa fase la madre ha la funzione dello specchio, mentre se posto di fronte ad uno specchio vero riesce a riconoscersi solo più avanti, anche se il vedersi accelera la formazione dell’immagine. Questa non può nascere se non si raggiunge un livello cognitivo adeguato e cioè finché non si passa attraverso la simbolizzazione, che è la prima fase per arrivare alla rappresentazione e al concetto. L’alienazione di fronte allo specchio prepara il bambino all’alienazione provocata dall’incontro tra il sé e l’altro (non-sé).
Nella prima infanzia dunque comincia a formarsi quella che è l’immagine corporea grazie agli imput altrui: la funzione che domina è quella dello specchio. Successivamente c’è una fase di latenza in cui non avvengono grandi cambiamenti.
Tra i 6-10 anni si costruisce una linea di confine del proprio corpo, ma tra i 9-11 anni si ha la vera consapevolezza della propria struttura corporea. E’ il periodo in cui si esce dal periodo di latenza dove le pulsioni rimangono silenziose, mentre si assiste a uno sviluppo delle capacità intellettive. Le pulsioni sono quelle che all’inizio avevano dato la spinta per avviare la formazione dell’immagine, quindi arrivati a questo punto inizia un’altra fase piuttosto importante (Tiemersma, 1994, pp.43ss.).
Prima di entrare nell’età puberale, il bambino ha ancora una visione abbastanza egocentrica dell’immagine e delle rappresentazioni corporee. La sua attenzione è concentrata sul suo corpo. Durante l’adolescenza, però i cambiamenti fisici costringono il ragazzo a modificare la propria immagine. E’ un periodo difficile in cui si vive il lutto per il corpo che cambia e si deve modificare quell’immagine che era rimasta stabile per molto tempo. I cambiamenti sono vissuti con consapevolezza e l’elaborazione di questi è complicata, perché possono subentrare distorsioni che sfociano a livello comportamentale (Palmonari, 1993, p.76). Bisogna sottoporsi a una sorta di ristrutturazione: improvvisamente c’è il cambiamento e l’influenza dall’esterno diventa ancora più importante. Si cerca un modello di riferimento, ma non è più come nel bambino in cui l’altro era da imitare per imparare a stare al mondo. Qui il modello è fatto di caratteristiche fisiche e di personalità che si riconoscono a livello cosciente. Se non si è in grado di accettare i limiti del proprio corpo e le sue possibilità per identificarsi in qualche modello, il risultato può essere frustrante e si può arrivare all’irrigidimento della propria immagine con gravi danni sotto ogni punto di vista.
Nell’età adulta invece l’immagine dovrebbe essere stabile, essere definita come un regolare contorno che separa dall’altro, ma che è anche aperto all’incontro con l’altro. L’aver definito, durante l’adolescenza la propria immagine, è indispensabile per le età successive e sviluppare una identità stabile. In ogni momento dell’esistenza di un individuo, la presenza di un mondo esterno e del contatto sociale è dominante. D’altra parte non ci si può pensare soli a questo mondo perché l’uomo in sé è un animale sociale che ha bisogno dell’altro per crescere, vivere e permettere la continuità della vita stessa.

4.La distanza sociale
Parlare di distanza spaziale o emotiva implica comunque introdurre il discorso sull’altro. Di conseguenza questi due tipi di distanza possono confluire all’interno di quella che è definita come distanza sociale ed è basata sulla reazione emotiva. Essa si esprime tramite meccanismi di identificazione ed imitazione che sono alla base della costruzione della personalità dell’individuo.
“ Tutte le persone fuori di noi sono necessarie per costruire la figura del nostro corpo” (Schilder, 1950, p.315). Per fare in modo che questo avvenga è necessario che le figure altrui vengano introiettate all’interno: ciò avviene tramite l’imitazione. Essa può riferirsi ad atteggiamenti, convinzioni, sentimenti. E’ una forma di apprendimento semplice che può avvenire in qualsiasi momento della nostra esistenza, non riguarda necessariamente il bambino. Di conseguenza si pone come agente di progresso: è un cambiamento che si verifica nei propri usi e può apportare modifiche radicali o semplicemente arricchire ciò che fa già parte del nostro bagaglio. La fonte può essere una singola persona o addirittura si può parlare di interi popoli: in ogni caso è un processo che va dall’interno verso l’esterno, dal momento che occorre una tensione interiore che spinge verso l’altro e permetta di cogliere aspetti consistenti e utili per il proprio sviluppo, mentre in seguito questo apprendimento si deve esprimere all’esterno tramite il comportamento.
Se si restringe il campo al corpo, allora gli oggetti di imitazione divengono le posture o le espressioni. In particolare secondo Mac Dougall (in Schilder, 1989, p.284) ogni grande emozione primaria che ha la caratteristica di potersi esprimere tramite il corpo sembra essere suscettibile di stimolazione per via della sua immediata risposta simpatetica. In pratica accade che risulta semplice riprodurre un’espressione corporea su se stessi in quanto ciò che si vede viene ricondotto a sé. A questo proposito bisogna sottolineare il fatto che le persone a cui fa riferimento questo meccanismo sono quelle verso cui si sviluppa un atteggiamento empatico. Se così non fosse non ci sarebbe alcun interesse, nessuna stimolazione per appropriarsi di quell’atteggiamento.
All’interno della nostra mente si crea una rappresentazione che successivamente viene esplicitata tramite il comportamento. Ad esempio, se si vede un’espressione nel volto o un movimento corporeo espressivo non si può scioglierlo dalla persona che agisce. Quando lo imitiamo quindi lo facciamo sia nelle manifestazioni espressive, sia nelle azioni che le hanno accompagnate. La mia immagine corporea si ritrova così fortemente in connessione ad altri, perché è dal loro riflesso che si impara a esprimere o a usare il corpo in determinati modi. Il riso o il pianto sono innati nell’essere umano, ma è vero che si tratta di due manifestazioni di sentimento contagiose, che cioè provocano una reazione simile in chi assiste.
L’imitazione stessa può spingersi oltre nel caso in cui non si assuma nella propria immagine del corpo solo un’espressione, ma ci si immedesimi in una situazione: in questo caso si parla di identificazione. Durante questo processo viene riportata a sé un’immagine nella sua totalità. Quindi se prima si trattava di parti, qui si tratta dell’insieme. In particolare questo processo riguarda la formazione dell’identità durante l’adolescenza e l’infanzia. Sono momenti questi in cui si cerca un modello cui far riferimento per costruire il proprio sé e riuscire così a orientarsi nel mondo. Se però, durante l’infanzia questo modello è dato dai genitori, negli anni più tardi queste figure vengono sostituite da quelle extrafamiliari con tutte le conseguenze, e i rischi, che portano con sé.

5. Un nuovo modello La concezione di sé e le immagini corporee si evolvono anche in funzione della definizione sociale. Comprendono emozioni, inibizioni, difese, percezioni di stati correnti, si tratta in genere di diversi aspetti del sé che possono comparire anche simultaneamente come se venissero imposti su altri o da altri. Tuttavia a livello consapevole questi stati vengono percepiti uno alla volta. L’ambiente circostante e le situazioni interpersonali, comprese anche le fantasie che vedono altre persone come oggetto, hanno influenza sull’immagine di sé e anche sul grado di coscienza con cui vengono elaborate. Infatti se si tratta di immagini socialmente accettate, emergono a livello cosciente, altrimenti rimangono latenti. Per spiegare lo sviluppo della propria immagine corporea e del sé, Bahnson fa riferimento allo schema seguente.
Ogni cerchio rappresenta un nucleo che si sviluppa di pari passo con l’età. Questo schema mostra la formazione dell’immagine corporea e il destino a cui va incontro tenendo conto delle influenze e delle spinte che arrivano dall’esterno.
Le esperienze sono cumulative permettendo di avere uno sviluppo che va per fasi successive e sequenziali. In particolare: * La prima immagine di sé si costruisce a partire dal legame simbiotico che si instaura tra madre e bambino. Si tratta di un momento precedente all’uso del linguaggio, delle attività cognitive ed essenzialmente basato sull’elemento somatico e pulsionale. * Le immagini parentali vengono interiorizzate, così come le figure di riferimento del bambino in età scolare. In questi anni si passa attraverso il complesso edipico, seguito dal periodo di latenza.

Sé corporeo ( vita prenatale-1 anno)

Differenziazione del sé dall’ambiente
(1-3 anni)

Formazione dell’immagine di sé, complesso edipico, role-taking, importanza dell’ambiente familiare ed extrafamiliare (4-10 anni)

Pubertà, ristrutturazione della immagine del corpo
(11-14 anni)

Ridefinizione del ruolo sociale (15-18 anni)

Mondo adulto, investimento risorse nella società.
(Bahnson,1969,p.266)

Si arriva poi all’adolescenza in cui occorre una riconsiderazione dell’immagine corporea in relazione ai cambiamenti che stanno avvenendo al corpo stesso. La propria immagine risente in particolare modo delle contaminazioni esterne e viene integrata dalle immagini corporee altrui. Tutto questo fino ad arrivare alla stabilità dell’età adulta.
La messa in evidenza dei vari nuclei è importante per mostrare a che livello bisogna intervenire nel caso si verifichino distorsioni della propria immagine. Il punto è che essa ci accompagna sin dall’origine, rappresenta il centro da cui si diparte la nostra personalità. Per questo motivo in caso di distorsioni non ci si deve occupare solo del corpo, in quanto aspetto fisico, ma andare ad indagare i nuclei più profondi della psiche.
L’immagine del corpo non potrebbe esistere di per sé: necessita dell’interazione con l’altro e con le immagini corporee altrui.
Così, come succede per l’individuo, si ritrova ad essere una parte del mondo che assolve allo stesso compito nei confronti di un’altra.
Riflettendosi nel mondo l’immagine si può costituire perché viene limitata, o meglio ne vengono tracciati i confini. Non è più un insieme di pulsioni, ma una sfera delimitata con possibilità e carenze. Non è nient’altro se non quello che vive il soggetto nella sua interezza.

6. L’ esperienza e il confine corporeo
Fisher e Cleveland si riferiscono all’immagine del corpo sottolineando il suo valore di strutturazione delle percezioni fisiche, in particolar modo come organizzazione spaziale (Fisher, Cleveland, 1958, p.367) . Perciò si ha esperienza di essa come una linea di confine che permette la misurazione della distanza sociale.
Lo stato del confine di ognuno sembra essere, durante lo sviluppo, sottoposto a un fondamentale cambiamento che permette la costituzione di un continuum tra la reattività psicologica e l’interazione sociale. Caricata di questo valore sociale e attitudinale, l’immagine racchiude un significato comprendente anche i diversi patterns di attivazione che sono legati alle aree somatiche periferiche. In questo modo i segnali somatici hanno un impatto selettivo sulla percezione e la cognizione. In pratica via via che il bambino cresce, i confini si vanno ad avvicinare alla superficie esterna del corpo, più o meno rapidamente a seconda delle varie zone. Nei punto di intenso contatto con il mondo esterno la linea di demarcazione può coincidere molto presto con la superficie esterna, ma in altre zone può rimanere più a lungo sommersa all’interno.
Questo aspetto del totale coinvolgimento del corpo, riconduce al discorso sullo schema corporeo che risulta essere rappresentato in termini di attitudini che il soggetto adotta. Le esperienze vengono codificate come moduli di attivazione che seguono determinate regole. In pratica lo schema viene concettualizzato come una rete di sensazioni periferiche del corpo, ognuna delle quali è utile a sensibilizzare, o al contrario, a inibire la recettività verso varie classi di informazione (Fisher e Cleveland,1958, p.394).
L’essere confine dunque coinvolge sia aspetti emotivi che percettivi.

7. L’antropologia
Attraverso le fasi di identificazione si riesce, a costruire la propria immagine corporea. E’ un continuo prendere e dare, uno scambio ininterrotto tra la propria e l’immagine corporea altrui. Una volta che avviene la costruzione del proprio corpo, questo viene diffuso e fuso a quello altrui. Non si può parlare di un immagine corporea collettiva, ma semplicemente di parti comuni, frutto di un contatto. Studi in questo senso sono stati affrontati anche da antropologi, il che mette in evidenza il fatto che l’immagine del corpo, non è un invenzione moderna, ma al contrario appartiene alla struttura psichica più profonda dell’uomo. L’importanza che il corpo riveste è senza tempo, nel senso che se se ne parla oggi è semplicemente perché oggi più di ieri si è incrinato un equilibrio naturale che mette a repentaglio la stessa esistenza del singolo.
L’immagine ha importanza individuale e sociale: questo duplice aspetto è presente da sempre.
Secondo Levy- Brhul (1927) si può definire questo meccanismo di scambio come “legge di partecipazione e di rappresentazione primitiva collettiva.” Secondo lui la differenza tra il singolo e la massa non implica necessariamente la negazione di uno dei due termini, ma in virtù di quell’incontro e del contatto si crea un’ associazione che permette la sopravvivenza di entrambi. La creazione dell’immagine corporea è il risultato di questo incontro che non avviene necessariamente tra persone, ma anche con animali o piante. A questo proposito vengono ricordate le tribù dei Trumai, i quali sostengono di essere animali acquatici, o i Borroros che si identificano con una specie di pappagalli. In questo caso sono state le specie animali a fornire un modello di identificazione all’uomo. Questo fa cogliere il significato primo del corpo: se basta una pianta o un animale per permettere la costruzione dell’immagine del proprio corpo, e quindi per costruire la propria identità, vuol dire che il valore primo del corpo è quello della vita. Ogni essere vivente quindi può fungere da specchio grazie alla plasticità delle immagini e il fatto che ci siano molteplici immagini permette di parlare di collezione delle varie immagini dei corpi (Schilder,1950,p.316).
Tylor in “Cultura Primitiva” nel 1903, scriveva che i popoli primitivi erano impressionati da due problemi: la differenza tra il corpo vivo e morto; e la comprensione delle figure delle visioni e dei sogni. Il fattore comune è l’immagine. Entrambi gli interessi ruotano intorno al corpo. La vita lo mette in grado di agire e di sentire, il fantasma (cioè le figure che appaiono nelle visioni o nei sogni) è l’immagine o la seconda identità del corpo. La vita può abbandonarlo, il fantasma può perpetuarne l’esistenza anche dopo la morte.
In ogni caso esiste un immagine del corpo che si fonde con l’anima, che è causa della vita e del pensiero umano, che permette di fuggire alla morte, che non conosce limiti o confini, che si sposa all’incontro con l’altro, che si assume come un fantasma separato dal corpo reale e palpabile, capace di agire e dei entrare nei corpi altrui anche dopo la morte.
In realtà tutte queste concezioni degli indigeni, sono riassumibili in quello che è l’animismo: la dottrina che afferma che ciò che appartiene alla natura è dotato di un’anima. Una cosa da sottolineare è che questa credenza non appartiene solo agli uomini primitivi, ma a ciascun uomo nel suo periodo primitivo: ogni bambino attraversa questa fase in cui crede che ogni oggetto che lo circonda sia dotato di anima. Così la luna, gli alberi o il sole possono ridere o parlare. A testimonianza di questo basta pensare ai primi disegni: il sole viene raffigurato con gli occhi, la bocca e il naso.
In questo modo la funzione corporea viene riportata in tutte le cose. Cosa c’è del corpo? C’è il movimento e la vita. Il corpo non è inteso come materia informe, ma come uomo.
Tuttavia ancora prima dell’animismo c’è la fase del magico, che va a coinvolgere non l’immagine nella sua totalità, ma solo per parti. L’arte magica pare connessa a un modello posturale del corpo incompleto e non sviluppato. In particolare questo aspetto è legato ai genitali, quindi con la struttura libidica dell’Io.
Anche il tema del fantasma può essere ricondotto al magico: esso non è reale, ma un prodotto fantastico, non sottoposto a limiti di tempo né di spazio. E queste non sono altro se non le caratteristiche proprie dell’immagine. Quindi si può dire che la fisiologia e la psicologia delle immagini corporee costituiscono una base delle credenze primitive. Lo stesso sogno è un delinearsi continuo di corpi e di oggetti non palpabili, ma presenti e con le sembianze reali: si tratta di immagini. L’immagine è utile nella vita quotidiana, ma al tempo stesso continua a far sentire la sua presenza anche nel sonno e nei lidi più profondi della psiche di ognuno. La continuazione dell’immagine corporea in sogno e nella fantasia conserva una parte importante di ciò che percepiamo del prossimo (Schilder, 1950, p.322). Questo vale sia per i viventi che per i morti: attraverso l’immagine si supera la dimensione stessa del corpo, perché una persone morta viene sempre ricordata nel suo aspetto. In un certi senso si scioglie quell’ambivalenza dell’essere soggetto e oggetto , rimanendo come oggetto. In questo caso l’immagine è tutto quello che rimane nei suoi significati fisici ed emotivi.

8. Influenza della società nell’ immagine corporea
Il corpo è un riflesso del sé: l’immagine corporea è il modo in cui la gente percepisce se stessa e al tempo stesso è il modo in cui crede di essere vista. Conseguentemente è significativamente influenzata dalle circostanze della vita e dalle determinati socio culturali (Cash, 1990, pp. 51ss.).
Ci sono due tipi di immagine che devono essere considerati: una esterna, in cui la persona è un oggetto sociale; e una interna , cioè il modo attraverso cui la persona percepisce se stessa. Non per forza queste due immagini corrispondono: la bellezza riconosciuta a livello sociale35 non coincide con l’amore per il sé, allo stesso modo in cui il disprezzo vissuto a livello dell’Io non corrisponde alla bruttezza sociale. Quando si crea questo tipo di distanza tra sociale e individuale si vengono a sviluppare delle patologie legate sia all’identità che alle relazioni interpersonali.
La forma del corpo è il primo aspetto che viene percepito dall’altro: esiste perciò un immagine sociale positiva o negativa a seconda delle sembianze che si esaminano. La percezione visiva è di per se stessa continuamente soggetta a cambiamenti ambientali. Quando prevale l’influenza dell’altro (che può essere la persona, il gruppo o la società), la bellezza diviene un elemento relazionale fondamentale (Vandereycken, van Deth, 1994, p.251). Già dal secolo scorso cresce l’interesse per gli aspetti medici ed estetici delle dimensioni corporee e di conseguenza una maggiore repulsione per

35La società rimanda al singolo degli stereotipi che costituiscono dei modelli di riferimento, originanti non più solamente dalla famiglia, ma provenienti dal mondo dei mass-media (Cash, 1990, pp.51-72). L’importanza che la società riveste è anche il sintomo del bisogno del riconoscimento degli altri come accettazione e conferma. Questi stereotipi possono essere raggruppati in tre tipologie: * Bello e buono, cioè caratteristiche vantaggiose socialmente; * Sicuro di sé, possiede caratteristiche socialmente positive, ma viene considerato come egoista; * Essere attraenti, indispensabile nel rapporto con l’altro sesso.
Come si può vedere, agire sulla propria immagine per farla aderire il più possibile a quella socialmente più appetibile, equivale a ricercare il proprio ideale di bellezza. l’obesità. Comincia in poche parole quella che è la “lotta contro il grasso” (Vandereycken, van Deth, 1994, p.251).
L’obesità, da allora, è condannata socialmente: nella nostra società è un handicap sociale considerevole. Tuttavia l’immagine sociale negativa non corrisponde al vissuto personale, perché l’essere in sovrappeso può non creare alcun problema di disagio psichico e non intaccare la sicurezza nel rapporto con gli altri, o al contrario può essere visto come uno stato mentale che non ha nulla a che vedere con il reale stato fisico. Chi si dichiara in sovrappeso è generalmente insoddisfatto per la propria forma: questa situazione si verifica per la maggior parte delle persone che si percepiscono grasse anche quando non lo sono. La loro immagine corporea è distorta e si crea una distanza notevole tra quella che è la realtà oggettiva e soggettiva. Nei casi più estremi è quello che si constata in persone con patologie del comportamento alimentare36. L’impedimento dell’accettazione di sé è prodotta da alcuni stereotipi sociali che si impongono in maniera non indifferente soprattutto attualmente, in cui terminati i problemi legati alla sopravvivenza ci si concentra in special modo su quelli dell’apparire.
Il risultato è che l’attenzione è concentrata sull’apparenza fisica. Il punto di vista secondo cui l’attrazione fisica è statica, fissa degli attributi e di conseguenza un’immagine del corpo che è essenzialmente priva di varietà (Cash, 1990, p.67). Al contrario, la percezione e il comportamento verso l’immagine del corpo è fluttuante: si modifica di continuo, anche semplicemente per seguire i ritmi naturali di crescita e di invecchiamento e modificabile in virtù di eventi sociali o emotivi. Le persone agiscono di continuo sulla propria immagine in modo più o meno radicale, ma la difficoltà sta nell’accettare il fatto che i cambiamenti avvengono naturalmente e per questo non possono essere scelti, ma solo essere accettati. Il pericolo è determinato proprio dalla rigidità del tratto prospettico che non ammette modifiche o alterazioni: come se il corpo perfetto dovesse rimanere tale in eterno con quelle stesse caratteristiche che si possono avere a vent’anni, ma non a cinquanta.
Lo sviluppo psicologico di ognuno e le esperienze uniche del sé riflettono, non solo l’impatto estetico sul mondo sociale circostante, ma anche su quello in cui crediamo, sentiamo e nel modo di percepire il corpo stesso. L’immagine sociale del corpo non è la stessa immagine del corpo, perché come si è visto può esserci una certa distanza tra le due, è una componente che va a complicare lo sviluppo, le relazioni sociali e le stesse esperienze personali (Cash,1994, p.69).

9. La sfera sociale e culturale riguardo l’ immagine del corpo
Ci sono due correnti (Fallon,1994, pp.84ss) che cercano di spiegare il perché di questa ricerca del corpo ideale, fermo restando che la desiderabilità sociale per la donna risiede nell’aspetto fisico, mentre per l’uomo nelle prodezze.
Una è quella del determinismo biologico, l’altra è una prospettiva di tipo culturale. Questa teoria è quella che spiega meglio tutti i cambiamenti che ci sono stati nel corso dei secoli intorno al concetto di bellezza arrivando fino al 1800 in cui, secondo Perron “la taglia nel suo significato di altezza, spessore e peso in rapporto alle dimensioni degli abiti, diviene una prigione occulta, un mezzo di coercizione non fisico, ma mentale che rende necessaria una correzione, non fisica, ma mentale; la taglia diviene una nuova linea di demarcazione e ogni donna che la trasgredisce viene denunciata e stigmatizzata” ( in Vandereycken, von Deth, 1994,
p.255). Nella storia della bellezza si intreccia il tema dell’anoressia, che affonda le sue radici nella cosiddetta “inedia autoindotta” che trovava giustificazione nella santità e nell’ascesi. Si parla di sante digiunatrici, tra cui compare anche Caterina da Siena che rifiuta il cibo e quel poco che mangia lo rigetta provocandosi il vomito, inteso quest’ultimo come gesto di purificazione. L’eccessiva magrezza e il rifiuto del cibo sono in realtà il rifiuto di piaceri terreni in nome di una più alta spiritualità. Questo modo di raccontare la storia può essere collegato all’evolversi di un atteggiamento nei confronti del proprio corpo.
Il corpo però è anche quello che va a colmare vuoti affettivi ed emotivi, quello che si fa carico di conflitti psichici che altrimenti non troverebbero via d’uscita. Divorando o rifiutando il cibo, oggi le donne denunciano una forma di violenza sociale. Le bulimiche sono consumatrici coatte e le anoressiche si oppongono fino alla morte all’obbligo di consumare (Schelotto, 1992, p.178).
L’anoressia può essere vista come una tragica caricatura della donna autonoma e libera. L’unica spinta che ha è quella di conquistare un’indipendenza totale divenendo perfetta e superiore a tutti in modo sovraumano.
I fattori sociali che la influenzano sono legati all’idea di emancipazione. Rifiutare il cibo, che è il sostentamento primario del corpo, è affermare la propria superiorità su qualcosa necessario alla vita. La bulimia al contrario è la femminilità arrendevole e oppressa, quella incapace di far prevalere la sua volontà.
In ogni caso comunicano infelicità, in cui il corpo si fa carico di questo messaggio, costretto nell’apparenza e irrigidito nella forma.
L’universo culturale nel suo complesso è il contesto essenziale del comportamento umano normale e patologico. Solo su tale sfondo un quadro clinico assume l’aspetto di una Gestalt, cioè di una figura con forma e contenuti significativi. La cultura è quella che stabilisce l’ideale di bellezza e al tempo stesso, permette di passare dall’inedia autoindotta come segno di santità a spettacolo e a malattia (Vandereycken, von Deth, 1994, p.218). Le persone con disordini alimentari fossilizzano l’immagine del loro corpo su una determinata forma e sono incapaci di oltrepassarla. Per questo motivo un minimo aumento di peso viene vissuto tragicamente. Fermare il tempo sul proprio corpo, significa controllarlo e impedire di perdere quella dimensione psicologica che dà la certezza dell’esistere. Non cambiare significa anche non voler crescere, per questo motivo anche il più semplice gesto che porta un cambiamento41 all’immagine è fondamentale da un punto di vista terapeutico. Ad esempio un semplice taglio di capelli può nascondere un significato forte: è un atto di coraggio con cui si decide di modificare quell’immagine statica per staccarsi dal passato e andare verso il futuro, fatta di crescita e maturità non solo intellettiva, ma anche fisica. L’immagine del corpo quindi racchiude in sé la complessità della persona in tutta se stessa.

trovano sante digiunatrici, donne che sfruttano il digiuno come spettacolo e fonte di guadagno, finchè questa inedia autoindotta non si trasforma in un sintomo patologico.
41 A proposito del cambiamento della propria immagine cfr. anche Colombo, 1997, pp.36-43 in cui si affronta il tema del tatuaggio e del suo significato sociale. Cfr. inoltre Di Maria, Levanco, 1997, pp.18-27 a proposito dell’immagine femminile nell’immaginario sociale.

Capitolo quinto

LA DISTORSIONE DELL’ IMMAGINE CORPOREA

Nella sezione precedente si è cercato di evidenziare l’importanza dell’immagine corporea a livello della crescita individuale e sociale. In realtà non si sarebbe saputo niente di schema corporeo o di immagine del corpo, senza quei casi clinici che hanno permesso di chiedersi il perché di certi comportamenti devianti.
Infatti finora si è sostenuta l’esistenza di un legame tra psicologico e fisiologico.
La pratica clinica ha dimostrato che soggetti con devianze comportamentali avevano una rappresentazione distorta della propria immagine e questo influenzava la loro vita sia nel rapporto con il sé, sia nell’ambito sociale.
L’immagine del corpo si differenzia dallo schema corporeo perché si avvale di una connotazione psicologica che manca al secondo, il quale viene ristretto all'ambito neurologico. Premesso questo bisogna aggiungere che si è cercato di localizzare nel cervello una sede responsabile dell’immagine corporea, con l’ obiettivo di spiegare le distorsioni da un punto di vista neurofisiologico. Per chiarire meglio questo discorso è però opportuno capire quali sono le patologie legate a queste distorsioni che si manifestano nel ragionamento sul sé e il mondo circostante.

1. Il corpo malato
La malattia fisica è uno stato di malessere organico che è strettamente correlato alla presenza di un’immagine corporea deviata. In particolare possono verificarsi diverse condizioni che conducono a tale situazione: * danni a livello mentale e cerebrale; * danni ad altre parti del sistema nervoso; * disturbi metabolici; * condizioni psicosomatiche o stati corporei in cui sono fortemente coinvolti i fattori di personalità.
In generale dunque i danni a livello corporeo possono avere ripercussioni sulla percezione, sia per quanto riguarda lo schema che l’immagine corporea. Infatti, le componenti coinvolte sono sia fisiche sia psicologiche e cognitive (Cash, 1990, p.163).
Shontz (1977, pp. 207-210) elenca una serie di principi che affrontano il problema della malattia fisica e psicologica, mettendo in evidenza la percezione che il soggetto ha della stessa. 1. Le reazioni psicologiche alla malattia non sono necessariamente stressanti o vissute in modo negativo. Questo dipende dalla rielaborazione della malattia e dal significato attribuitole. Ad esempio, un veterano di guerra può considerare le ferite che ha riportato durante il combattimento, come simbolo della sua eroicità. Allo stesso modo molte volte la malattia viene considerata come un segno caratteristico della persona: una condizione che si protrae nel tempo, pur avendo conseguenze sull’organismo, può venir fusa nel processo d’identità e imporsi come un tratto distintivo dell’individuo. Conseguentemente non è scontato che la guarigione o il ristabilimento della condizione non patologica, venga vissuto positivamente. 2. Le reazioni psicologiche favorevoli o meno alla malattia non sono legate alle caratteristiche fisiche della disabilità. Il terreno che comprende queste risposte è l’immagine corporea che ne risente a più livelli e a più funzioni con un’intensità uguale al grado d’ansia o d’elemento emotivo associato. 3. Ad un livello esplicito, questi vissuti si realizzano nel comportamento che riguarda sia l’atteggiamento verso il Sé che verso gli altri (terzo e quarto principio). 4. L’ambiente e il contesto svolgono un ruolo importante nell’elaborazione della malattia: pregiudizi o comprensione favoriscono, in senso positivo o negativo, l’accettazione della propria condizione e il tentativo di superarla. 5. Caratteristica importante della malattia fisica è la capacità di andare a colpire la persona nella sua totalità, pur essendo lei stessa, una. Il problema è che, se la vita è comunque ricca e la persona ha avuto un processo solido nella costruzione della sua identità, una distorsione a livello dell’immagine del corpo, non produce conseguenze dannose; ma al contrario, se le basi sono instabili, allora il rischio cui si va incontro è enorme.
Questi principi servono per sottolineare il fatto che la gravità della malattia non implica necessariamente un profondo disagio psichico: in realtà non si può prevedere nulla quando si ha di fronte una persona. Infatti, le rielaborazioni e il modo stesso di reagire di fronte alla rappresentazione del proprio corpo, possono assumere modalità differenti legate essenzialmente al processo di sviluppo dell’identità.
Le conseguenze che riguardano i danni sull’immagine del corpo, vanno a colpire e a manifestarsi attraverso le tre componenti che la formano. In generale, essa si divide in tre aree: percettiva, cioè riguardante la stima delle dimensioni corporee; soggettiva, legata alla stima e alla soddisfazione di sé; comportamentale, riguardante il contesto o la situazione sociale che conduce il soggetto ad assumere determinati atteggiamenti verso il proprio corpo (Thompson, 1990, p.2). Di conseguenza, andando ad analizzare le distorsioni relative, occorre tener presente: aspetti corticali: la sovrastima della taglia corporea potrebbe essere relata a disfunzioni visuospaziali; fattori di sviluppo: occorre recuperare la storia individuale che permette di ricostruire le diverse tappe significative dell’esistenza ed identificare il momento in cui si è verificato un arresto evolutivo. Questi fattori in un certo senso racchiudono anche i successivi; fattori socio-culturali, che mettono in evidenza i valori dominanti che influenzano la formazione della personalità; fattori dinamici, in cui rientra la formazione di un Sé ideale distante dal reale; fattori percettivi, riguardanti la capacità d’autovalutazione.
Mentre malattie come la depressione e la schizofrenia sono associate a distorsioni dell’immagine corporea, i disordini del comportamento alimentare sono contraddistinti da esse (Pruzinsky, 1990, pp.170-189). Andando ad analizzare tali disordini, si vanno ad approfondire anche i disturbi legati al Sé (Sims, 1988, pp.51-56). Infatti come si è detto in precedenza, il Sé è inizialmente corporeo e i disturbi principali sono: * narcisismo, cioè un’esagerata concezione di sé e incapacità di rappresentare qualcosa o qualcuno fuori di sé; * ipocondria, caratterizzata da un’estrema preoccupazione per un possibile corpo malato che porta ad ansia e depressione; * isteria, un disturbo d’origine psicogena di devianza nelle funzioni di alcune parti del corpo; * psuedo-malattie, cioè patologie che non hanno un riscontro reale, ma sono create dalla mente del soggetto; * disamore del corpo, dovuto alla dismorfofobia, cioè a un’errata percezione del proprio corpo e ad una perenne insoddisfazione.
Andando ad analizzare i motivi delle distorsioni, in un primo momento si terrà conto dei fattori di sviluppo e solo successivamente di quelli corticali, dal momento che questi si collegano alle patologie dello schema corporeo.

2. Le cause
Come si è visto nel processo di formazione, l’immagine del corpo è strettamente dipendente dal Sé. Di conseguenza uno sviluppo errato porta a danni su entrambi i livelli. I disordini del Sé corporeo sono essenzialmente dovuti a tre fattori dipendenti dal tipo di rapporto che la madre instaura con il figlio: * una sovrastimolazione e intrusività; * incapacità empatica; * inadeguatezza nelle risposte.
Si tratta di condotte errate in quanto non viene rispettato il bambino appena nato (Krueger, 1989, pp.36-39). Questa disattenzione nei confronti delle sue esigenze si manifesta attraverso queste tre modalità. Nel primo caso non viene dato abbastanza spazio al bambino per diventare autonomo. Durante la crescita ha bisogno di staccarsi per capire i suoi limiti, in particolare corporei, per capire cioè di essere una persona distinta che ha un proprio corpo e che quello della madre è qualcosa di diverso e separato da lui. Se la madre soffoca il suo bisogno di autonomia, c’è il rischio che non venga costruita quella linea di confine corporeo provocando un arresto nello sviluppo che si farà sentire nelle età successive. Oltre a una distorsione a livello dell’immagine c’è l’incapacità di ascoltare i bisogni fisici dal momento che c’è sempre stato qualcuno che vi provvedeva ancor prima di rendersene conto. Solo che l’esigenza di affermare l’esistenza del corpo e del sé rimane, e deve trovare altre vie che potrebbero portare ad esempio, al rifiuto del cibo. L’anoressia infatti può essere vista come un arresto nello sviluppo e un indefinito Sé corporeo e psicologico (Krueger, 1989, p.36). Secondo Lichtenberg (1978, p. 378-385) dunque, il Sé corporeo è in grado di svilupparsi adeguatamente solo se l’intensità della stimolazione è adeguata e c’è uno scambio affettivo sano tra la madre e il bambino: solo in questo modo l’esperienza corporea è supportata e aiutata. L’intrusione è una penetrazione nel mondo emozionale del bambino, solo che molto spesso queste eccessive attenzioni vengono giustificate come unità della famiglia, disciplina, ecc.
La stessa situazione si verifica se i genitori non sono in grado di comprendere i messaggi che arrivano dal neonato e non rispondono in questo modo alle esigenze avvertite. I confini infatti vengono costruiti sulla base di carezze e più in generale tramite il contatto. Se questo manca o se viene avvertito come insufficiente dal bambino, allora non si sviluppa un’esperienza completa di sensazioni interne. Il risultato è la mancanza di un’immagine corretta: il disegno proiettivo del corpo è distorto, senza misure o confini ben definiti. Questa situazione è quella che si è registrata in pazienti che poi hanno sviluppato problemi di bulimia (Krueger, 1989, p.39).
Infine si ha uno sviluppo incompleto se la madre risponde solo in parte alle richieste del figlio, ignorando le altre.
Le mancanze che si creano non vengono esperite subito, ma rimangono in un certo senso sopite, fino all’adolescenza in cui c’è una reimpostazione della personalità e a questo punto che le distorsioni emergono manifestandosi nel comportamento.

3. Comportamenti patologici e tentativi di risoluzione
Queste mancanze vengono colmate con la creazioni di simboli del Sé corporeo ed emotivo. Il problema è che non c’è distinzione tra l’oggetto simbolizzato e il simbolo stesso. Questo significa che non esiste un pensiero astratto, ma il significato che viene dato ad un oggetto o ad un simbolo coincide con l’oggetto stesso. Il pensiero è concreto ed in particolar modo questa situazione si verifica con il corpo e le sue parti.
Se quindi si è verificata una carenza nell’esperienza sensomotoria, si cerca di recuperarla tramite altri mezzi che vengono caricati di significati molto forti e che hanno come scopo ultimo la stimolazione del corpo. Tali mezzi possono essere il cibo o l’attività fisica, la droga o il sesso, in ogni caso questi vengono portati all’estremo arrivando alla formazione di comportamenti devianti e patologici (Krueger, 1989, pp.40-41).
Questi individui hanno difficoltà a fantasticare e a simbolizzare: la creazione del simbolo si ha nel momento in cui si è in grado di staccarsi dalla realtà immediata e quindi si ha interiorizzato la rappresentazione dell’oggetto a cui è data la possibilità di assumere altre forme e di avere altri significati oltre a quello di origine. Per arrivare a questo punto, occorre avere acquisito la sicurezza dell’esistenza dello stesso e quindi la certezza che questo oggetto c’è, anche se non lo si può percepire. Se non si è esperito completamente il corpo, si cerca attraverso mezzi esterni la certezza del proprio esistere.
Per rimediare a questi comportamenti è necessario ristabilire un equilibrio tra comportamento, fantasia e simbolo (Krueger, 1989, p.41).
Il primo permette di osservare la natura del deficit strutturale e quindi la natura della soluzione. Il secondo, permette la generazione di immagini a partire da un desiderio espresso in risposta come integrità strutturale. Infine il terzo è visto come il recupero dell’integrità del sé oggetto.
Infatti, i comportamenti che vengono generati dal soggetto stesso, tendono a concentrarsi su un oggetto come sfogo del disagio interiore: per esempio il bulimico utilizza sempre il cibo in due modalità, ingestione ed espulsione. Si tratta cioè di atteggiamenti impulsivi e compulsivi, comportamenti che scattano all’improvviso con una perdita della volontà e del controllo divenendo ossessivi (Krueger, 1989, pp.42-43). Come base c’è sempre una forma di narcisismo e relazioni malate con altre persone. Solamente questo permette di capire che vengono coinvolti i nuclei basilari della psiche. L’azione impulsiva diviene un modo per recuperare il senso di esistenza del corpo: è la testimonianza del proprio essere al mondo. Le caratteristiche di questi atti sono: * la sequenzialità; * l’attenzione focalizzata sul gesto fatto in quel momento e non sul danno che la persona si fa; * la tendenza all’isolamento.
In pratica è come se il soggetto creasse un mondo a parte in cui ricerca se stesso: infatti quello che caratterizza queste persone è un senso di vuoto interiore che deve essere colmato in ogni modo. Questo vuoto non è altro se non il mancato Io corporeo il cui sviluppo è stato arrestato. Le sensazioni corporee che prova attraverso queste forme di stimolazione, sono l’ultimo tentativo per costruire i confini del corpo e conseguentemente per creare una forma di amore verso il sé.
Infatti chi soffre di disordini alimentari, non cerca il cibo perché ha fame (quindi per rispondere ad un’esigenza di tipo fisiologico), ma per riempire un vuoto. L’atto del mangiare fa parte dell’azione compulsiva con lo scopo di creare una rappresentazione del sé. Tuttavia in questo, come nel caso di chi soffre di anoressia, lo scopo finale è autodistruttivo. Quindi se il soggetto percepisce il suo comportamento come forma di autonomia e controllo, in realtà non si rende conto che va incontro all’annientamento del sé. Concentrarsi sul corpo è l’inevitabile risposta di fronte a disagi e mancanze che si avvertono a livello psichico. Come dire che il corpo si fa portavoce di malesseri provenienti dal profondo (Krueger, 1989, pp. 42-44).
D’altra parte è il neonato che filtra il mondo e le persone attraverso il corpo, segno dell’importanza che esso ha nella vita di una persona. Allora se si verificano comportamenti di questo tipo, è perché è in atto una regressione alla fase in cui è avvenuto l’arresto dello sviluppo dell'Io.
In questo modo ogni emozione vissuta intensamente fa scattare un meccanismo distorto, per cui si innesca il comportamento impulsivo. Per esempio se una ragazza bulimica si sente ansiosa, mangia e vomita. Se è felice, mangia e vomita. Perché? Ogni forte emozione viene associata al cibo e al corpo, perpetuando perciò quella stessa sensazione di disarmonia e di disorganizzazione da cui si vuole scappare.
Come si è visto in precedenza per avere coscienza di sé, occorre delimitare i confini del proprio corpo: cioè percepirsi come esseri autonomi e separati dal resto del mondo. Questo non è avvenuto in soggetti che manifestano comportamenti compulsivi. Per questo si può dire che tali atteggiamenti sono un modo per creare una distanza tra sé e gli altri, qualcosa su cui costruire la propria diversità e al tempo stesso attraverso cui trovare la percezione del corpo e del relativo confine (Krueger, 1989, p.45).
Infatti queste dinamiche in genere scattano durante l’adolescenza, il periodo in cui c’è un risveglio dell’Io e una rielaborazione dei vissuti infantili, in concomitanza con episodi di abbandono da parte di persone ritenute importanti da un punto di vista affettivo. In realtà i soggetti non vedono l’aspetto negativo di ciò che vivano: soffrono, ma non sanno da che parte iniziare a ricostruire se stessi e solitamente si cercano cause al di fuori del sé. Percepirsi come indefiniti e mancanti è fondamentale, perché permette l’abbandono del narcisismo e la comprensione dei propri confini.

4. La ricerca di uno spazio
La delimitazione dello spazio è una tappa fondamentale nello sviluppo del bambino, dal momento che si tratta di un processo che include la differenziazione del Sé corporeo, del Sé psicologico e del Sé come oggetto in rapporto con altre persone. Questo sviluppo ha inizio nell’infanzia e prosegue durante l’adolescenza: si allargano le caratteristiche dello spazio corporeo/emozionale/sociale passando attraverso la consapevolezza del proprio sesso e modificando le funzioni e le risposte corporee (Krueger, 1989, p.46).
Dunque gli errori nel rapporto iniziale tra la madre ed il bambino, vengono passati nel rapporto che l’adolescente instaura con altri.
Quando si sentono ragazzi che dichiarano di cercare il loro spazio o di aver bisogno di un loro spazio in cui nessun altro può entrare, è perché non han costruito quel confine interiore che li fa sentire in pace con se stessi e al sicuro da qualsiasi minaccia esterna. Le attività normali legate al corpo vengono portate all’esasperazione: si è parlato dei disordini alimentari, ma un simile discorso può essere valido nel caso di devianze sessuali, dell’alcoolismo o della droga.
Fare esercizio, vomitare… diventano bisogni opprimenti, perché fanno sentire il corpo. La loro mancanza genera un senso di disagio interiore, come se un momento fondamentale della giornata non fosse stato rispettato. Ed è giusto parlare del cibo come una droga, per chi soffre di bulimia. Ogni istante viene associato al cibo: ci si alza al mattino con il pensiero di mangiare e nel momento in cui si pranza si sa già cosa succederà dopo. Ogni attività è misurata in termini di consumo e di immissione di calorie che verranno rigettate subito dopo. La giornata è segnata non da ciò che si può fare, ma dall’alternanza di mangiare e vomitare. Persino la gioia e il dolore vengono misurati tramite il cibo. Manca qualcosa dentro e questa mancanza viene sopperita da qualcosa preso dall’esterno: si vuole riempire il vuoto, anzi sarebbe meglio dire che questo vuoto dev’essere buttato fuori e allora il cibo ingurgitato gli dà sostanza, lo fa diventare qualcosa che poi può essere eliminato perché non si può eliminare il nulla. Il cibo diventa una metafora (Krueger, 1989, p.62): è il modo attraverso cui si dice “No!”. È con questo monosillabo infatti che il bambino impone il suo diritto a essere diverso e considerato come tale. Ma una caratteristica dei bulimici è l’incapacità di negarsi agli altri, di farsi sentire come persone diverse con esigenze proprie: come se dire di “No!” fosse una colpa insostenibile, uno sbaglio che non può essere commesso.
Durante l’adolescenza si cercano dei modelli di riferimento per tracciare la propria identità e riuscire ad esprimerla: in casi del genere invece si ha solamente la sensazione di non poter essere nessuno e la sola cosa che si sente è la rabbia verso se stessi, perché ci si rende conto che quello che sta accadendo è la creazione di un abisso tra quello che gli altri percepiscono e vogliono e quello che si è in realtà. Non avendo superato il periodo di narcisismo, non si hanno gli strumenti per affrontare il cambiamento che si subisce durante l’adolescenza: in particolare le donne che soffrono di disturbi alimentari non hanno accettato le modifiche corporee a livello del pensiero, creando così una distanza tra l’immagine del corpo e il corpo stesso (Krueger, 1989, p.64). In questo senso si ha una separazione tra la mente e il corpo che agiscono ostacolandosi a vicenda, mentre il soggetto avverte queste dinamiche di contraddizione, con un enorme senso di disagio e di malessere a livello psichico che lo spingono a perpetuare comportamenti dannosi per la sua stessa esistenza sia psichica che fisica.
Gli eventi biologici, compresa la maturità sessuale devono essere visti come una maturazione del Sé corporeo. Tuttavia se si blocca questo sviluppo, si cerca di compensarlo tramite una maturazione delle facoltà intellettive e cognitive: la maggior parte delle ragazze sofferenti di bulimia o anoressia ottengono buoni risultati nelle attività scolastiche, provando una dominanza della mente in tutti i sensi (Krueger, 1989, p.65). Quello che l’individuo avverte è una scissione della propria persona in due: da una parte c’è quello capace intellettualmente, dall’altro invece rimane l’Io corporeo inabissato nel sintomo che provoca infelicità e disistima. Se si chiede a qualche bulimica o anoressica qual è la cosa che lo rende felice e soddisfatto, è piuttosto comune sentirsi rispondere che è lo studio. In definitiva il corpo si carica di due valori: è la realtà (ma questo non viene accettato) ed è una metafora (Krueger, 1989, p.65). In che senso? Se si analizzano le frasi più comuni che si riferiscono al corpo si può notare di quali valori venga caricato, mentre il più semplice non viene neppure preso in considerazione. In particolare si ha esperienza degli stati depressivi tramite il corpo gli stati depressivi tramite il corpo: sentire un peso sullo stomaco o un nodo alla gola, sono espressioni che si riferiscono a stati emotivi, ma che utilizzano metafore corporee. Nelle patologie alimentari questo si mostra ancora di più: infatti in questi casi ci si focalizza su una parte del corpo che filtra ogni cosa, sia che riguardi se stessi che le altre persone. Il corpo non compare e non esiste nella sua totalità, ma viene frammentato. Per le bulimiche è l’addome, la parte principale del corpo. Esso diviene il nucleo stesso della persona, attraverso cui passano le emozioni e ogni vissuto, al punto tale da notarlo anche nelle altre persone ancor prima di guardarle in viso.
La stessa immagine del corpo si modifica a seconda delle emozioni che si avvertono e della parte su cui ci si concentra maggiormente: se ci si sente depressi, l’addome sembrerà più gonfio e pronunciato creando un senso di insoddisfazione che va a sommarsi allo stato emotivo negativo in atto (Krueger, 1989, p. 65).

5. Il compito dello specchio
Recalcati nel suo testo “Anoressia e bulimia: l’ultima cena” (1997) affronta quest’argomento sotto un’ottica psicoanalitica e mettendo in risalto il valore libidico dell’immagine corporea. In particolare considera l’immagine del corpo come un investimento libidico-narcisistico, oltre a una percezione dell’unità formale del soggetto (Recalcati, 1997, p.120). Nel processo di sviluppo è fondamentale il ruolo dello specchio, in senso reale e simbolico (cioè rappresentato dall’Altro), che non serve solo per concepirsi come spazio, ma anche come fonte di godimento.
L’Altro dovrebbe permettere il riconoscimento da parte del bambino, della propria immagine speculare, ma in realtà (nel caso di soggetti con disordini alimentari) lo sguardo non è rassicurante quanto giudicante e super-egoico, impedendo in questo modo l’approvazione reciproca. In pratica chi guarda produce una rottura dell’immagine stessa, come se una parte non venisse accettata. A monte c’è un problema con la propria immagine, che in questo modo viene trasmesso al bambino. Infatti si è notato che le madri di ragazze con problemi di questo tipo, avevano a loro volta distorsioni dell’immagine corporea, rivelando in tale modo l’esistenza di una catena che se non viene interrotta è in grado di perpetuarsi per generazioni (Krueger, 1989, p.49).
La scena primaria dell’anoressia, quindi si colloca nello specchio (Recalcati, 1997, p.121). Riguarda il momento inaugurale della costituzione della Gestalt unitaria del soggetto in cui qualcosa è stato disturbato, producendo una frammentazione dell’immagine. Si è creato un danno: “un frammento di corpo non entra nella specularizzazione dell’immagine, ma resta staccato, estraneo, lì dove l’Altro non l’ha ammesso al riconoscimento simbolico, ma l’ha strappato dall’immagine del corpo, provocando su di esso una lesione destinata a non rimarginarsi” (Recalcati, 1997, p.123). Per far fronte a questo scacco, l’anoressica sceglie di esasperare il valore narcisistico del corpo: la distorsione viene perpetuata, non più in modo localizzato, ma si estende all’intera figura.
Esercitando un sorta di dominio sull’immagine con una volontà ferrea, cerca di recuperare l’esaltazione narcisistica dell’Io ideale. Il potere dell’immagine viene opposto al cosiddetto potere del significante, rappresentato dalle pulsioni libidiche strettamente legate al corpo concreto. La situazione reale è pertanto rappresentato da un corpo frammentato a livello dell’immagine, mentre la dimensione ideale è dominata da un corpo unitario caratterizzato da un forte sentimento narcisistico.
Qual è il ruolo dello specchio? Permette il riconoscimento del soggetto e un’apparente risoluzione della frammentazione prodotta dall’incontro con l’Altro che conduce a una padronanza sul corpo, frutto di una sorta di godimento dell’immagine (Recalcati, 1997, pp.126-138). Vi sono tre elementi da considerare in questa fase dello specchio: * costruzione dell’identità accompagnato da un vissuto di padronanza: il bambino si riconosce grazie all’incontro con l’Altro; * aspetto del godimento nella percezione dell’immagine; * alienazione immaginaria, dal momento che si crea una distanza notevole tra quello che il bambino vede nello specchio e quello che vive.
È un movimento dialettico quello che contraddistingue questo processo in cui il soggetto riesce a formarsi solamente specchiandosi nello sguardo altrui e superando l’alterità ritornando a sé. Il cammino che l’individuo fa può essere paragonato a quello della coscienza nella “Fenomenologia dello spirito” di Hegel, in cui l’Altro non è solo il diverso, ma anche, e soprattutto, quella alterità necessaria per il costituirsi dell’unità. La differenza che vi è rispetto al cammino della coscienza hegeliana, sta nell’elemento disarmonico che struttura il soggetto come diviso. Si viene a creare quello che è il “dramma dello specchio” (Recalcati, 1997, p.130): si tratta di una situazione in cui la padronanza e l’unità ideale che risanano la frammentazione del corpo, risultano in anticipo rispetto al corpo reale, che è rimasto alla disgregazione prodottasi. L’immagine dunque non è un prodotto dell’attività del soggetto, ma tramite la sua attività genera il soggetto. L’anoressica così come la bulimica, vuole rendere la sua immagine del corpo rappresentante della sua volontà, subordinata quindi, al proprio ideale. Affermandosi in questo modo riesce a dominare il corpo pulsionale. Di conseguenza l’immagine viene intesa come ciò che “marchia il soggetto”, come se fosse indelebile (Recalcati, 1997,
p.137). Nel caso di patologie, essa è in realtà una lesione provocata dalla “smorfia” di diniego da parte dell’Altro, nella scena primaria dello specchio.
L’altra caratteristica di questa fase è il godimento che deriva dalla percezione distorta e delirante del proprio corpo. L’immagine deve soddisfare l’Io ideale ubbidendogli, nonostante non sia in grado di farlo perché incompleta. Tuttavia questa diventa un’aspirazione del soggetto che cerca in tutti i modi di agire sul corpo inutilmente, poiché questi tentativi sono destinati al fallimento. L’ideale infatti deve essere costruito in base al proprio io reale, cioè deve essere un miglioramento e una massimizzazione delle proprie possibilità. Il fallimento vissuto in maniera frustrante porta a distorcere ulteriormente la percezione, arrivando all’ estrema conseguenza di non riconoscere l’eccessiva magrezza, ma al contrario percepirsi sempre grassi.
Il corpo magro viene vissuto come un corpo ricondotto all’essenza, è un noncorpo, in cui le pulsioni vengono messe a tacere, perché diventa asessuato (Recalcati, 1997, p.143). Il godimento allora, non è pulsionale, ma solo d’immagine. Il corpo è ridotto a immagine, perché contemplare le ossa che sporgono è fonte di soddisfazione e piacere.

6.Fermare il tempo
Se l’immagine non è stata accettata e nello specchio si cerca il consenso che riscatti da quello sguardo di disapprovazione, è come se l’immagine non andasse avanti, ma si fossilizzasse a quel tempo. Poiché queste patologie emergono durante l’adolescenza, se il corpo deve tornare indietro, allora andranno eliminate quelle caratteristiche sessuali secondarie emergenti. L’immagine resta quella infantile, addirittura portata all’estremo, con pesanti ripercussioni in termini di rapporti interpersonali e sessualità.
Infatti caratteristica dei disordini alimentari è l’isolamento e la chiusura nei confronti dell’esterno. Si evitano le uscite, si condannano atteggiamenti che testimoniano il normale interesse per l’altro sesso e il relativo distaccamento dalla famiglia. C’è un ideale di perfezione che viene incarnato per quanto riguarda il comportamento e a cui si tende per quanto riguarda il corpo.
L’immagine è statica, non cresce, non evolve: al contrario si appiccica addosso al soggetto portandolo a uno stato di regressione tale da impedirgli la crescita emotiva e affettiva. La massima negazione della propria sessualità, per le ragazze è la scomparsa del ciclo mestruale e del desiderio sessuale, per cui i rapporti di coppia tendono a divenire platonici. Il corpo, con tutte le sue pulsioni viene messo a tacere: l’altro che sarebbe la fonte della richiesta di soddisfazione del desiderio, viene considerato come una minaccia. Si ha la sensazione di perdere se stesse, permettendo ad un Altro di invadere il corpo. Il partner non è visto come colui che può dare, ma come colui che prende senza restituire nulla in cambio. Rimane forte l’esperienza originaria che l’incontro con l’Altro ha fatto vivere. Se in origine il contatto con lo sguardo altrui è stato di disapprovazione, probabilmente rimane una paura di fondo, di rivivere quella stessa esperienza.

7.Anoressia
L’anoressia mentale è una condizione di sofferenza, psicologica e corporea che si concretizza sul piano comportamentale attuando una forte privazione alimentare, condizione ripetuta costantemente e sempre con maggiore intensità, sul piano fisico affamando il proprio corpo fino a sfiorare la morte, sul piano psicologico concentrando le proprie energie mentali esclusivamente sull’ossessione del rapporto fra cibo- corpocalorie e avendo una percezione distorta della propria figura. Una condizione che spesso scaturisce, in soggetti che fino a questo momento non hanno mai avuto problemi nel rapporto con il cibo, a seguito di una dieta o a seguito di un evento particolarmente rilevante a cui si unisce un’iniziale inappetenza. La ricerca volontaria di affamarsi subentra ad un calo di peso indesiderato o comunque ricercato in modo contenuto; spesso nelle storie di ragazze anoressiche stupisce come la svolta si sia attuata all’improvviso, senza che la giovane avesse idea di avviare un meccanismo ciclico così distruttivo e che si arresterà solo dopo aver raggiunto il limite. Una fase iniziale che ancora non presenta i segni di una fobia per il corpo e il cibo, in seguito il meccanismo instaurato senza porvi troppa preoccupazione, pensandolo passeggero, sfugge al controllo, si autoalimenta e il soggetto si ritrova pedina di un circolo che non riesce ad arrestare. Si assiste ad un gioco di parole. Più l’anoressica perde il controllo di quello che le accade, più si incrementa il controllo spinto verso il cibo e i rapporti interpersonali. Le scelte di restrizione anoressiche infatti non sono solo volte al cibo, questo non è solo sostentamento è anche strumento di convivialità, è elemento di unione con l’altro, è il primo contatto con l’altro, si pensi alla suzione del lattante con l’Altro materno. Rifiutando il cibo, l’anoressica si nasconde dai contatti sociali, a questo punto potremmo chiederci se così facendo riveli di temere lo sguardo altrui o di volerlo catturare. Possiamo ancora aggiungere come l’anoressica non soffra di inappetenza, come si è già sottolineato questo non è un disturbo dell’appetito, ma un problema psicologico, del vissuto del soggetto, che ha scelto il corpo come canale preferenziale per esprimersi. Contrariamente a quanto venga affermato, l’anoressica è costantemente ancorata con il pensiero al cibo, al controllo del cibo, che nella sua alimentazione è ridotto a pochi alimenti ipocalorici. Spesso di preferenza alimenti liquidi, ma soprattutto non affiancando più alimenti, quasi a temere un’unione magica da cui potrebbe nascere altro di non controllabile. Il non controllabile è il peggior nemico, tutto nella vita dell’anoressica ruota attorno ad un copione fisso: metodica, cerca di dare un’immagine sicura di sé e contrariamente a quanto il suo fisico possa lasciar trasparire, si dichiara senza appetito, in forza e piena di energia. Un tratto classico è l’iperattività assolutamente programmata, non rispettando le variabili esterne o interne. Si assiste costantemente alla creazione di una maschera, la donna perfetta, perfezionista, capace di controllare ogni aspetto della propria vita, indipendente, priva di appetito e quindi dei pericoli della carne. In realtà, sotto questa superficie pullula una vita opposta, ossessionata dal pensiero del cibo di cui molte dicono di non poterne assumere neppure piccole quantità per non rischiare di perdere il controllo. Una facciata di sicurezza e freddezza cela una profonda insoddisfazione.

8.Diagnosi di anoressia
Nel riconoscere una patologia anoressica, il manuale diagnostico dei disturbi mentali, il DSM IV, propone di porre l’attenzione ad alcuni aspetti particolari:
• Rifiuto a mantenere il peso corporeo al livello minimo considerato normale in rapporto all’età e alla statura o al di sopra di esso.
• Intensa paura di aumentare di peso o di ingrassare, anche se sottopeso
• Disturbi nel modo di sentire il peso e le forme del proprio corpo, influenza indebita del peso e delle forme del corpo sulla valutazione di sé o diniego della gravità della perdita di peso attuale.
• Nelle donne che hanno già avuto il menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi.
E’ opportuno fare alcune considerazioni. Pensiero ossessivo nell’anoressia è il peso, il corpo, il timore di oscillazioni e mutamenti di esso, anche piccoli cambiamenti possono arrecare gravi crisi depressive, che si uniscono ad atteggiamenti autolesivi. Questa preoccupazione non è presente sin dal principio della patologia, come già delineato, inizialmente il circolo è avviato senza consapevolezza e senza ricercare lo stato di emaciazione in cui il soggetto finirà, solo in un secondo momento, il corpo, il suo peso saranno fulcri di attenzione maggiore. Il corpo che vorrebbe essere controllato se non annullato nell’anoressia, sarà in realtà sempre presente agli occhi della anoressica. Il circolo vizioso messo in atto arrecherà grandi modifiche al corpo, non solo in termini di forme e peso, gli effetti della denutrizione si concretizzeranno sul viso pallido, nella pelle secca, nei capelli spenti e radi, nelle mani e nei piedi gelidi, nell’assenza di mestruazioni. Paradossalmente il corpo, che si vuole quasi far scomparire, è ora più che mai presente con segnali sempre nuovi. Sembra voler farsi sentire apportando qualche modifica, cercando di sfuggire ad un controllo che è ferreo. Caratteristiche basilari nel comportamento anoressico sono il persistere quindi in restrizioni dietetiche sempre più forti per limitare l’introito calorico, ulteriormente assottigliato dall’eccessiva attività fisica, unitamente alla ricerca disperata della magrezza. A ciò si aggiunga una valutazione non realistica del proprio corpo: il DSM III includeva come criterio riguardante il proprio corpo, il disturbo dell’immagine corporea. Questa condizione riguardava la sola presenza di soggetti anoressici che sovrastimassero le proprie dimensioni corporee. Differentemente nella quarta versione del manuale diagnostico, l’attenzione non è solo posta sulla stima delle proprie dimensioni, ora maggiore rilievo è dato alla componente affettiva dell’immagine corporea, ovvero sul sentirsi grassi, introducendo il concetto di eccessiva preoccupazione per il peso e le forme del corpo tale da influenzare la propria vita, la stima di sé. A questo si unisce la non curanza della pericolosità di un peso corporeo molto basso.Infine, date queste premesse, le conseguenze dell’atteggiamento anoressico, oltre all’autoaffamamento, si concentrano nell’isolamento sociale, nell’instabilità emotiva, nello sviluppo di frequenti stati di ansia, nella scarsa capacità di concentrazione. I casi di anoressia restrittiva non sono molto frequenti, sempre più si assiste alla creazione di passaggi dall’anoressia restrittiva all’anoressia-bulimia, quindi con fenomeni purgativi.

9. Metodi di valutazione
I metodi di indagine sono piuttosto vari in virtù dei vari significati dell’immagine corporea e delle sue componenti (Verri, 1995). Si tratta di test proiettivi, questionari di autovalutazione o interviste strutturate.
Tra i test proiettivi compare il disegno della persona di Machover. Il disegno corrisponde all’immagine del corpo, mentre il foglio bianco all’ambiente. Questo permette di unire la rappresentazione del Sé al contesto in cui un soggetto è inserito. Il problema di questo test, risiede nella complessità di interpretazione e nel fatto che la valutazione non è univoca. Questi test sono stati utilizzati negli anni ’50 e ’60 in ambito psicanalitico e solo in seguito per le rappresentazioni corporee (Riva, Molinari, 1994, p.21).
Sempre in questa categoria si trova il test di Fisher e Cleveland, che come si era visto concentravano la loro attenzione sul confine corporeo. I punteggi raccolti tramite questo test, “Barrier and Penetration Score”, sono correlati al corpo e vengono classificati a seconda che corrispondano a un confine ben definito o a uno violato.
Tra i questionari, invece compare il “Body attitudes Questionnaire” di Coppenolle del 1990, in cui l’obiettivo è quello di quantificare le preoccupazioni di pazienti anoressiche verso il proprio corpo. È composto da 20 items a scelta multipla raggruppati in quattro sottoscale: * sentimento di estraniazione del proprio corpo; * timidezza relativa al corpo; * rifiuto del corpo; * tensione verso la magrezza.
Il concetto di sé, invece viene misurato in soggetti tra i 13 e i 19 anni, dal “Offer Self Image Questionnaire” (versione italiana di E. De Vito del 1985). Il test valuta il funzionamento mentale del soggetto in 11 importanti aree del mondo psicologico, ulteriormente raggruppate in cinque dimensioni sul sé: * sé psicologico; * sé sociale; * sé sessuale; * sé familiare; * sé coping.
Altri metodi di indagine sono legati all’uso di materiale audiovisivo (Whitehouse et al., 1988, pp.28-36) in cui al soggetto viene mostrata una sua immagine e chiesto di riaggiustarla secondo il modo in cui si percepisce. Un’alternativa è quella di chiedere al soggetto di disegnare se stesso e verificare le distorsioni.

10. L’ immagine corporea distorta
Vi sono infine, delle tecniche che fanno uso di fasci di luce (Ruff, Borrios, 1986). Al soggetto viene data la possibilità di controllare la dimensione di 2-3 o più fasci di luce che vengono proiettati su un muro davanti a lui e che deve far corrispondere a una serie di dimensioni corporee (larghezza del torace, della vita e dei fianchi). Il rapporto tra la dimensione stimata e quella effettiva permette di calcolare un indice di distorsione: body distortion index (Riva, Molinari, 1994, p.22).
Applicando queste tecniche è stato possibile capirne la distorsione dell’immagine del corpo in soggetti con disordini alimentari e non: infatti da diverse indagini si deduce che il problema dell’immagine riguarda anche persone normali, cioè senza patologie, indice della grande influenza cui è sottoposto il singolo della società odierna. Inoltre la percezione distorta è caratteristica di soggetti malati di cancro (Hopwood, Maguire, 1988). Infatti in questo caso il tumore è vissuto come una mutilazione di una parte del corpo: c’è una difficoltà ad accettare i cambiamenti e la decadenza. Questa situazione è resa maggiormente nota nel caso di donne sottoposte a mastectomia, cioè all’asportazione delle mammelle. Non è solo la malattia difficile da accettare, ma si trova alterata la sfera della femminilità. Il seno infatti è un tratto fisico caratteristico della donna: una mutilazione significa dover rivedere e reimpostare la propria immagine allo specchio, la vita di coppia e soprattutto il rapporto con se stesse. Non dipende dall’età: una donna di settant’anni può avere le stesse difficoltà ad accettarsi di una trentenne. Da un analisi condotta tramite il BAQ (Ben Tovim, Walker, 1995, pp. 283-291) è emersa una distorsione dell’immagine in donne con problemi fisici e menomazioni. Il loro test è stato paragonato con un campione di soggetti sani: la distorsione sembra legata all’emergere della condizioni fisica cronica durante l’adolescenza.
Per ciò che concerne i disordini alimentari, si è già detto che la distorsione dell’immagine è un tratto diagnostico. Tuttavia ci sono delle differenze tra le forme che possono assumere. In generale caso bisogna tener conto di due aspetti: * l’accuratezza nella stima della propria taglia corporea ; * il legame verso il corpo e le parti del corpo.
Secondo Slade (1988, pp.20-22) le anoressiche tendono a sovrastimare le dimensioni del proprio corpo, mentre sono più accurati nel determinare le dimensioni di oggetti inanimati, rispetto alle proprie. Nel momento in cui guadagnano peso, recuperano l’esatta percezione del proprio corpo e la gravità delle alterazioni può essere indice di future ricadute.
Ci sono pertanto delle tecniche che si basano sulla misurazione della percezione del corpo o delle diverse parti del corpo. Gli aspetti chiave sono due: * una misura fissa legata ad un’attitudine cognitiva verso il peso; * uno stato fluido della sensibilità verso il peso che si collega a stati emotivi responsabili di cambiamenti sia nell’ambiente interno che esterno.
Quest’ultimo aspetto lega l’autopercezione ad elementi cognitivi che emotivi.
Anche nella bulimia nervosa si verificano delle distorsioni che portano il paziente a non percepirsi come è in realtà, ma a deformare l’immagine che può vedere riflessa nello specchio. In particolare c’è la forte sensazione di sentirsi grassi che varia in concomitanza con gli stati emotivi, risultando particolarmente accentuata nei periodi di maggiore depressione (Cooper, Taylor, 1988, pp.32-36).
Come nel caso dell’anoressia non sovrastimano la taglia di oggetti neutrali (Florin et al., 1988), ma nel caso di se stesse sono particolarmente sensibili alle oscillazioni di peso e molto spesso il corpo percepito è di dimensioni maggiori del normale. Negli ultimi anni le ricerche han dimostrato che presentano un’alterazione visiva del loro corpo (Williamson, 1993). Non si tratta di un’alterazione visiva in generale, ma solo quella che riguarda la percezione del proprio corpo.
Il corpo è percepito come ingombrante soprattutto in determinati punti: l’immagine allora non è unitaria, ma frammentata in diverse parti che vengono percepite con sensazioni e sentimenti differenti. Sia bulimiche che anoressiche modificano il loro comportamento sociale in base alla considerazione che hanno del proprio corpo e, in particolare, in base all’idea che il loro corpo sia deforme e repellente (Cooper, Taylor, 1988).
L’approccio terapeutico in ogni caso deve andare a occuparsi non direttamente del cibo che è solo un mezzo attraverso cui si esprime il disagio, quanto le sfere del sé. Rifacendosi al modello di Bahnson, bisognerebbe ripercorrere lo sviluppo del concetto di sé, per risalire al nucleo originario. A questo proposito bisogna ricordare che ci sono due tipi di terapie attualmente in uso: 1. cognitivo-comportamentale; 2. visuale-motorio.
Il primo mira ad agire sull’insoddisfazione per la propria immagine, attenuando la tensione provocata dall’ossessione verso la forma e la dimensione del corpo, mentre il secondo approccio cerca di agire a livello della consapevolezza corporea.
Si tratta di due tentativi di risoluzione per far fronte alle distorsioni dell’immagine: una proposta recente è quella di integrare le due modalità attraverso l’uso della realtà virtuale, che si rivela utile, non solo per l’immagine, ma anche per i disturbi dello schema del corpo.

Capitolo sesto

PATOLOGIE LEGATE AI DISTURBI DELLO SCHEMA CORPOREO

La pratica clinica è sempre stata molto utile perché ha permesso di effettuare scoperte considerevoli per ciò che concerne il funzionamento del cervello, le attività mentali e anche le componenti di queste attività.
Come si è stato appurato nel caso dell’immagine, le distorsioni vissute da chi ha problemi di tipo alimentare, ha permesso di comprendere fino a dove è importante l’immagine e quali fattori la influenzano. Lo stesso discorso si può fare con lo schema del corpo, precisando che in questo caso si tiene conto di un aspetto neurologico e biologico, perciò della percezione e delle aree cerebrali che ne sono coinvolte.

1. Patologie legate ai disturbi dello schema corporeo
Come si è visto nelle parti precedenti, lo schema corporeo riguarda il controllo della postura e l’orientamento del soggetto in una dimensione spaziale. In poche parole esso è connesso all’ambito della percezione, al prendere contatto con il mondo.
All’origine lo schema corporeo si costituisce grazie all’organizzazione delle impressioni raccolte dal tatto, vista e udito. Il senso maggiormente usato e preferito è però il primo, che porta all’ipotesi secondo cui la postura sia inizialmente il prodotto derivato della combinazione di impressioni tattili. A questa viene associata l’immagine visiva dell’ambiente circostante che permette la localizzazione delle proprie membra all’interno della dimensione spaziale.
L’espressione “schema corporeo” comparve per la prima volta nel 1905, in un articolo di Bonnier, il cui argomento principale era l’aschematia, cioè i disturbi della raffigurazione corporea. Bonnier si riferiva allo schema come alla capacità dell’individuo di orientarsi sia nei confronti dell’ambiente che rispetto alle variazioni delle posture del suo corpo. Sin dall’inizio, dunque, lo studio fu associato alla pratica clinica. Generalmente disturbi di questo tipo erano ricondotti alla depersonalizzazione, ovvero alla perdita di realtà sia del mondo esterno che della propria personalità (Carlini, 1981, p.35).
Per spiegare i disturbi della personalità interessanti la coscienza del proprio corpo, si cominciò a parlare di “carenza di cenestesi” e di “somatopsiche”. Nel primo caso si sottolineava l’importanza di un oggetto sensoriale che permettesse la conoscenza del corpo; nel secondo si tenta di unificare le fonti interne ed esterne della conoscenza, sovrapponendo all’elemento sensoriale specifico, che raccoglie gli stimoli dall’ambiente, un elemento muscolare, che esprime la sensazione derivante dall’adattamento dei recettori alla stimolazione (Carlini, 1981, p.36). Solo nel 1908 con Pick, si comincia a parlare di schema corporeo riferendosi a un immagine spaziale, mentre dodici anni più tardi Head introdurrà il concetto di modello posturale.
Nel suo testo del 1950, Schilder elenca una serie di casi in cui si è imbattuto in pazienti con disturbi dello schema corporeo derivanti da lesioni cerebrali. In genere si trattava di patologie legate a una cattiva percezione delle sensazioni.
“ Qualsiasi disturbo della gnosia e della percezione, dice Schilder (1950, p. 74), porta generalmente ad una modificazione dell’azione”. Esiste un rapporto piuttosto stretto tra percettivo, vita psichica e attività motorie: di conseguenza i cambiamenti periferici della sensibilità debbono portare a disturbi dell’azione. In particolare si tratta di : 1. Allochiria (o alloestesia) e sinchiria; 2. cecità mentale percettiva; 3. anosognosia; 4. autotopagnosia; 5. difficoltà a riconoscere parti del corpo altrui; 6. aprassia; 7. afasia; 8. arto fantasma; 9. fenomeno della persistenza del tono; 10. macro e microsomatognosia

L’allochiria (o alloestesia) e sinchiria
Si tratta di un fenomeno in cui le sensazioni del lato destro vengono trasferite al lato sinistro e viceversa (Schilder, 1950, pp.45-66, 102-106) . La sensazione tattile ad esempio viene percepita normalmente sul lato sinistro, ma viene seguita da un'altra sensazione sul lato destro, come se avvenisse un trasferimento di sensazioni dal sinistro al destro. Un fenomeno simile è la sinchiria in cui una stimolazione provoca una sensazione simile anche dall’altro lato del corpo.
Si può avere a che fare o con il trasferimento di sensazioni in quanto tali o con quello di una metà dello schema corporeo (Schilder, 1950, p.63) e in quest’ultimo caso le sensazioni possono anche restare nella loro localizzazione reale.
Può essere basata su connessioni anatomiche tra parti simmetriche del corpo a livello del midollo spinale o superiore e al tempo stesso essere determinata da elementi psichici e organici. Il trasferimento delle sensazioni può essere una componente parziale nella mancanza di riconoscimento di una parte del corpo e collegato ad impulsi motori. Inoltre si verifica una trascuratezza delle impressioni derivanti da una metà del corpo e una mancata percezione senza che questi impulsi vengano trasferiti al lato opposto. L’ignoranza di un lato del corpo porta a illusioni e distorsioni nella percezione e si verificano anche disturbi della sensibilità indicanti lesioni dell’apparato sensoriale. Questa localizzazione errata è riferita allo schema in quanto uno dei suoi compiti è quello, non solo di localizzare il corpo nello spazio, ma anche di individuare uno stimolo che va a colpire la superficie corporea: localizzazione del corpo nella sua unità, delle diverse parti che lo compongono, degli stimoli o di qualsiasi elemento che si scontra con esso.

La cecità mentale
Tale condizione riguarda l’incapacità di riconoscere e percepire un movimento dalle sue caratteristiche visive accumulate in un’esperienza precedente e rievocate ad occhi chiusi. Si tratta cioè di agnosia visiva in cui le rappresentazioni visive sono presenti, ma non possono più essere utilizzate e soprattutto possono mostrare differenze strutturali rispetto a quella normale. Tuttavia la mancanza di rappresentazioni visive necessarie per l’orientamento del corpo, vengono sostituite dalle informazioni tattili e cinestesiche.

L’anosognosia
Si tratta di una mancata percezione di disfunzionalità somatiche e la conseguente carenza nella rappresentazione della propria immagine corporea. Venne studiata per la prima volta da Babinski nel 1914. Schilder (1950, p.56) riporta il caso di un paziente paralizzato che non si rendeva conto di esserlo. In pratica era come se un gruppo di esperienze riguardanti gli arti paralizzati, fosse stato escluso dalla coscienza, amputando una parte dell’attività psichica. Le altre attività come l’orientamento, la memoria o l’attenzione, non risultano alterate ma il comportamento rivela una mancata consapevolezza della emiplegia57. Frequenti in tali soggetti erano i tentativi di alzarsi, ma nonostante i fallimenti riprovavano ripetutamente: la sensazione era quella che gli arti si muovessero. Altri pazienti emiplegici affermavano che il braccio paralizzato era efficiente quanto l’altro e chiedendo loro di sollevare entrambe le braccia, erano convinti di riuscire a farlo e di aver eseguito il compito, benché in realtà avessero alzato solamente quello sano.
La causa di questa situazione viene ricondotta a una repressione organica inconscia con lesioni a livello corticale. Tale disturbo può essere considerato come una forma inconscia di emiasomatognosia in cui, di fondo, c’è un legame conflittuale verso il corpo che arriva a provocare quella che è definita come un’amputazione dell’esperienza (Tiemersma, 1994, p.22) e un mancato riconoscimento dell’emicorpo sinistro da Lhermitte nel 1939 (Carlini, 1981, p.38). Sia l’anosognosia che l’emiasomatognosia riguardano solo la parte sinistra e sono associate a disordini di tipo sensitivo- sensoriale e visuo- spaziali58.

Difficoltà a riconoscere parti del corpo altrui
I disturbi del modello posturale corporeo non sono limitati alla percezione del soggetto su proprio corpo, ma risultano estesi anche agli altri (Schilder, 1950, pp.7274). Questo testimonia la necessità della presenza dell’altro come riferimento per il sé e per la costruzione di un proprio schema. D’altra parte l’orientamento spaziale in cui lo schema è coinvolto richiede degli oggetti rispetto a cui posizionarsi. Si può dire dunque, che l’altro non è solo indispensabile per la costruzione dell’immagine corporea, ma svolge un ruolo importante anche nel funzionamento dello schema corporeo, anche perché i movimenti possono essere il frutto di imitazione e di apprendimento da parte di altri.

Autotopagnosia
In questi casi il danno non è espressamente visivo o tattile, ma risulta danneggiato il modello posturale in quanto tale (Schilder, 1950, p.68-72). In questo caso i soggetti sono incapaci di mostrare parti del loro corpo quando gli viene richiesto:

57 Con questo termine si intende la paralisi di una parte del corpo con la relativa perdita della sensibilità che può essere conscia oppure no. 58 Oggi si è in grado di fare una distinzione generale tra i disturbi conseguenti le lesioni dell’emisfero destro o sinistro. Nel primo caso interessano solo una parte del corpo, cioè quella controlaterale, nel secondo invece coinvolgono entrambi gli emicorpi. Così l’anosognosia e l’emiasomatognosia interessano l’emicorpo sinistro e sono legati a disfunzioni di ordine visuo- spaziali e sensoriali, mentre l’autotopagnosia e la sindrome di Gerstmann (agnosia) interessano l’intero corpo esono collegate alla disorganizzazione delle funzioni simboliche, cioè a deficit afasici e intellettivi (Carlini, 1981, p.39).
L’aprassia
Caratteristica dell’aprassico è che lui sa cosa dovrebbe fare ed è anche in grado di esprimerlo verbalmente, ma la sua conoscenza teorica può essere provata solo grazie alla metà del corpo che non è stata colpita. Si può parlare di aprassia quando ad esempio un soggetto a cui viene dato un fiammifero per accendere una candela, non è capace di avvicinarlo, oppure avvicina un fiammifero spento con l’intento di accendere la candele: è come se si avesse la conoscenza giusta, ma non si fosse in grado di compiere la sequenza esatta per effettuare l’azione. Disturbi di questo tipo si possono verificare anche in una sola parte del corpo (Schilder, 1950, p.75).

L’afasia
Questi disturbi sono stati osservati da Head e sono molto simili all’aprassia riflessa60: la difficoltà di questi soggetti risiedeva nell’eseguire movimenti dettati verbalmente, come se mancasse una rappresentazione mentale degli ordini somministrati. Se invece veniva chiesto loro di imitare i movimenti che vedevano riflessi nello specchio, allora l’esecuzione era assicurata. Queste sue osservazioni fanno emergere il legame con la parola, in particolare la messa in evidenza dell’incapacità di usare correttamente lo schema e l’immagine del corpo (in Schilder, 1950, pp.78-79).

L’arto fantasma
Si tratta di un fenomeno (Schilder, 1950, pp.94-100) piuttosto curioso esperito da soggetti che han subito l’amputazione di un arto. Esso si manifesta in particolar modo se la perdita è stata improvvisa a dimostrazione della necessità di tempo per la riorganizzazione dello schema corporeo. Un episodio piuttosto recente riguarda una signora anziana che aveva subito l’amputazione dell’alluce e, in seguito, quella della gamba, a causa della cancrena che si era estesa. Gli eventi che colpirono questa signora si svolsero in un arco di tempo ristretto. Dopo l’amputazione dell’alluce sentiva un dolore acuto proprio dove quella parte del suo corpo mancava. Questa sensazione si è protratta per un mese dopodiché è stata sottoposta alla seconda operazione per l’amputazione della gamba: il dolore acuto non si è ripresentato, anzi la sofferenza sembrava minore rispetto alla precedente. In un mese dunque, è avvenuta una specie di riorganizzazione dello schema corporeo, che doveva registrare la perdita di quella parte.
Il fatto che l’amputazione della gamba sia avvenuta dopo, ha permesso probabilmente una maggiore preparazione psicologica, unita all’elaborazione della perdita di una parte del suo corpo, che si era reso incompleto e imperfetto, al punto da far sembrare irrilevante quanto fosse grande il lutto corporeo. Inoltre bisogna ricondurre questo al fatto che la mappa somatotopica nel cervello non ha le stesse proporzioni del corpo reale: se aveva sentito dolore per l’alluce, a maggior ragione avrebbe dovuto ripetere quella esperienza con la gamba, ma nel cervello il piede occupa uno spazio più vasto rispetto alla gamba, per cui il dolore percepito è risultato minore. In genere infatti, la mano e il piede producono sensazioni maggiori rispetto ad altre parti del corpo, dal momento che sono maggiormente esposte agli stimoli esterni.
Hebb (1980, p.57) parla di questo disturbo in termini di “allucinazione” portando l’esempio di una mano amputata. La sensazione della mano dipende normalmente da nervi che la connettono al cervello: se l’arto è amputato, e la connessione neurale è tagliata al punto X, l’attività nella restante parte del fascio nervoso continuerà ad inviare messaggi sensoriali al cervello, come se le cellule nervose scaricassero impulsivamente.
Dunque, in tali situazioni si ha la presenza del fantasma e la mancanza della conoscenza del difetto per cui si continua a mantenere la percezione del movimento e della sensibilità.

Il fenomeno della persistenza del tono
Si tratta della persistenza di impulsi che cercano di riportare una parte del corpo alla posizione precedente, come se lo schema fosse rimasto fisso su una posizione e qualunque tentativo di modificarlo venisse annullato (Schilder, 1950, pp.106-113). Questo discorso permette di evidenziare i diversi tipi di tono muscolare che influenzano il modello posturale del corpo: * tono vestibolare; * tono di deviazione e iperflessione cerebellari; * riflessi di atteggiamento e di raddrizzamento; * modificazioni parieto-occipitiali; * tono della persistenza posturale.
Un ultimo aspetto da evidenziare è che l’apparato vestibolare non agisce solo sul tono, ma anche sulla percezione del peso corporeo (Schilder, 1950, pp.123-131).

La macro e microsomatognosia
È un disturbo che si verifica anche in patologie non croniche, in cui ci sono delle fluttuazioni delle caratteristiche spaziali dell’esperienza del corpo. In pratica è quello che capita nella vertigine o nell’emicrania.

2. La vertigine
Si tratta di un disturbo dell’apparato vestibolare, in cui si ha la sensazione di spostamento dell’ambiente rispetto al corpo o viceversa. La causa è da ricondursi a un’alterazione della sensibilità spaziale del proprio corpo e in un’erronea percezione di spostamento degli oggetti compresi nel campo visivo o della superficie su cui il corpo è appoggiato. In sostanza il soggetto che soffre di vertigine ha l’illusione del movimento,soprattutto rotatorio.
Si collega allo schema corporeo, in quanto ne risulta coinvolta la percezione posturale e la localizzazione del proprio corpo in un ambiente. Questo disturbo rappresenta un fenomeno interessante, soprattutto in virtù del fatto che il sistema dell’equilibrio (SE), data la sua conformazione particolare obbedisce ad alcune leggi prese in prestito dalla cibernetica e che al tempo stesso permettono di comprendere meglio le funzioni.
Inoltre legato alla vertigine si hanno sintomi particolari quali nausea, vomito, disturbi oculari e dell’equilibrio che si presentano anche durante le esperienze nella realtà virtuale. Le lesioni che possono provocare episodi di vertigine interessano il tronco encefalico e il cervelletto (si parla di sindromi vestibolari centrali), il talamo e la corteccia vestibolare.
Questi disturbi come si è visto, sono principalmente legati al movimento e alla sensibilità cinestesica. La dimostrazione di quanto lo schema corporeo è fondamentale per il benessere dell’individuo è data dalla sensazione di angoscia e di ansia che accompagna tali disturbi. Si rompe l’equilibrio tra soggetto e ambiente, venendo a creare una sensazione di smarrimento che condiziona le attività quotidiane.
Capitolo settimo

MENTE - CERVELLO - CORPO

Analizzando il rapporto mente- cervello – corpo bisognerà capire come funziona il cervello e la sua relazione con schema e immagine del corpo: lo schema corporeo è direttamente collegato a specifiche aree cerebrali, mentre l’immagine, essendo una sintesi di diversi elementi, non potrà essere localizzata in maniera specifica, ma dovrà essere considerata, come un riassunto in sé dell’attività delle diverse aree.
Gli eventi mentali sono infatti, messi in relazione con gli impulsi nervosi presenti nel cervello: è necessario conoscere non solo il funzionamento e la struttura del cervello, ma anche le sue unità costitutive, cioè i neuroni. Per eventi mentali si intendono tutte le attività cognitive ed emotive che caratterizzano la vita cosciente di ognuno: si viene a creare un legame tra coscienza e cervello. La coscienza è il possesso di capacità cognitive, un sapere riflessivo riguardo i propri stati interni presenti e passati, ma soprattutto un’esperienza interiore che permette di sentirsi soggetti del proprio agire: in particolare modo questo si collega al controllo del corpo dall’interno, ovvero alla possibilità per cui i movimenti derivino dal modello delle esperienze esistenti in quel momento (Bieri, 1997, p.83)
Schema e immagine del corpo appartengono in questo senso alla coscienza, sia come possibilità di controllo interno del corpo sia come sapere riflessivo. Quindi: gli eventi mentali appartengono alla coscienza, sono legati a impulsi nervosi del cervello, schema e immagine del corpo fanno parte della coscienza, di conseguenza occorre cercare un legame che permetta di arrivare direttamente dal cervello a queste due strutture.

1. Il cervello
Costituisce la parte più voluminosa e sviluppata dell’encefalo (fig.1) ed è sede della maggior parte delle attività della coscienza e dell’intelligenza. Il cervello è formato da due grandi masse che si dipartono dalla parte superiore del tronco encefalico, chiamate emisferi cerebrali.

Figura 1: Struttura dell’encefalo.
È formato da miliardi di cellule nervose collegate tra di loro e disposte in bande o colonne, e da fibre nervose(lunghi prolungamenti filamentosi dei neuroni) per mezzo delle quali avvengono i passaggi delle informazioni tra un neurone e l’altro.
È diviso in due emisferi ciascuno dei quali assolve a funzioni diverse: quello sinistro è definito dominante in quanto viene considerato come la sede delle attività logico-formali, mentre il destro è la sede della creatività.
Ognuno contiene una cavità centrale chiamata ventricolo, ricca di liquido cerebrospinale. Gran parte del resto dell’encefalo è formato da tre strati principali: * uno strato interno, formato dai gangli alla base; * uno strato intermedio di “sostanza bianca”, formato da fasci di fibre nervose; * uno strato esterno, cioè la “sostanza grigia” formato da gruppi di neuroni tra loro collegati.
Le fibre nervose che formano gran parte della sostanza bianca sono di tre tipi: * di associazione, con la funzione di collegare zone diverse all’interno di uno stesso emisfero; * di proiezione, aventi lo scopo di unire zone della corteccia alle strutture cerebrali centrali e al tronco encefalico sottostante; * commissurali, raccolte in una spessa striscia formano il corpo calloso che permette la comunicazione tra i due emisferi.
La parte basale del cervello è costituita dal bulbo, che regola le funzioni autonome come la digestione, la respirazione e la circolazione, e dal cervelletto, particolarmente importante per la coordinazione del movimento. Nell’interno si trova il sistema limbico, un insieme di strutture che sono coinvolte nel comportamento emotivo, nella memoria a lungo termine e in altre funzioni. Esso inoltre rappresenta la parte più antica della corteccia. In base ad un criterio filogenetico infatti, la corteccia può essere divisa in allocorteccia e in neocorteccia, a seconda si tratti delle zone più antiche da un punto di vista evolutivo oppure no.
La neocorteccia è suddivisa in lobi: la superficie di ciascun emisfero è disposta in una serie di pieghe (circonvoluzioni) separate da scissure (solchi) che nascondono e proteggono gran parte della corteccia. Queste zone superficiali sono appunto, i lobi: parietale, frontale, occipitale e temporale. I lobi parietale e frontale sono divisi dalla scissura di Rolando e quello temporale è demarcato dalla scissura di Silvio.
Gran parte del pensiero e della percezione ha luogo tramite il passaggio di impulsi nervosi, i potenziali d’azione.
In base alle funzioni che il cervello svolge si è potuto suddividerlo in diverse aree (Fig.2 e Fig.3), raggiunte da stimoli e informazioni provenienti dalle strutture periferiche delegate: si tratta della corteccia motoria, sensoriale e associativa.

Figura 2 Rappresentazione delle diverse aree del cervello
In quella sensoriale l’informazione viene vagliata analizzata e generalmente integrata per essere alla fine percepita a livello cosciente sottoforma di immagini, rumori, sensazioni tattili e così via. Si presume che per ogni senso ci sia un’area specializzata e che la precisione della percezione segua il cammino e il livello della corteccia in cui viene elaborato.
Oltre alle aree sensoriali, vi sono quelle motorie che si occupano dell’avvio dello stimolo per il movimento. La zona principale è posta nel lobo frontale davanti alla scissura di Rolando. Tuttavia non tutti i movimenti vengono elaborati a questo livello: una volta che un gesto diventa naturale, la sequenza e il controllo dello stesso viene delegato alle a strutture inferiori, come se ci fosse un’organizzazione economica del lavoro cerebrale. In questo modo la corteccia è disponibile all’apprendimento di nuovi gesti e movimenti.
Infine, le zone sensoriali e motorie comunicano grazie a quelle associative che integrano le informazioni di entrambe. Si tratta perciò di funzioni molto più complesse legate all’attività del pensiero e alla percezione cosciente delle emozioni.

Figura 3 Rappresentazione delle aree sensoriali

2. Lo stimolo
La percezione dipende dall’attività simultanea e cooperante di milioni di neuroni sparsi in tutte le circonvoluzioni della corteccia, questo è dimostrato dalla tendenza di ampi gruppi di neuroni, a passare bruscamente da un quadro complesso di attività ad uno più semplice in risposta al più piccolo degli stimoli. La dinamica che si innesca è la seguente: il cervello cerca le informazioni orientando il soggetto a guardare, ascoltare, annusare, cioè ad esplorare l’ambiente. La ricerca non è altro se non il risultato di un’attività che si organizza e si svolge nel sistema limbico, il quale trasmette l’ordine di indagine a tutti i sistemi motori. Quando l’ordine è stato trasmesso, esso emette un segnale di riafferenza che pone in allerta tutti i sistemi sensoriali affinché si preparino ad accogliere una nuova informazione.
Il nostro corpo comprende diversi recettori, che hanno lo scopo di raccogliere gli stimoli dall’ambiente, costituendo un ponte tra l’interno e l’esterno. I cinque sensi sono gli organi maggiormente conosciuti per la sensibilità, nonostante la loro funzione debba essere accostata a quella degli algocettori (sensibili al dolore), termocettori (registrano le variazioni di temperatura), chemiocettori (sensibili ad agenti chimici), meccanocettori (sensibili a deformazioni meccaniche) e fotocettori (sensibili alla luce).
I segnali tramite vie afferenti sono portati al cervello e sono indirizzati allo schema e all’immagine del corpo.
Per quanto riguarda lo schema, il più importante è lo stimolo visivo, raccolto dai fotocettori situati nell’occhio. L’apparato vestibolare, sede dell’equilibrio, contribuisce poi al mantenimento e alla conoscenza del corpo inserito nell’ambiente. In questo modo si ha un controllo dell’ambiente circostante e della posizione assunta dal corpo stesso. In genere i sensi somatici includono diversi tipi di recettori: * meccanocettori, sono fondamentali per l’avvio e la nascita dello schema corporeo, perché in particolare riguardano il tatto; * algocettori, che servono per la percezione del dolore e sono situati sulla pelle e nelle viscere; * termocettori, che agiscono come sensori ai cambiamenti della temperatura.

La localizzazione dello stimolo non è basata solo su un segnale spaziale dell’impulso nervoso. Infatti, la stimolazione di un punto del corpo, causa diversi impulsi su cui la mente lavora distinguendo le varie parti che hanno origine in aree diverse. In pratica uno stesso stimolo non viene trasferito ai centri cerebrali completamente, ma è smembrato in varie parti che raggiungono le aree cerebrali delegate alla loro interpretazione. A livello cosciente tuttavia, non ci arriva lo stimolo nelle sue parti, ma come un’unità, frutto del lavoro di proiezione delle aree associative.
Le vie nervose passano attraverso il midollo spinale e formano due sistemi:
1. sistema dorsale lemniscale; 2. sistema spinotalamico.
Il primo invia ai centri encefalici le informazioni riguardanti il tatto e gli stimoli pressori, in particolare per quello che riguarda la localizzazione e l’intensità dello stimolo. Queste arrivano all’area somatomotoria I, in cui viene mantenuto l’orientamento spaziale delle fibre nervose provenienti dalle diverse parti del corpo. I segnali si distribuiscono in quest’area, che ha in sé una struttura rappresentante il corpo. Si tratta dell’homunculus somatomotorio, una vera e propria rappresentazione della superficie corporea, che tuttavia si distingue dalla forma reale, in quanto le dimensioni delle varie parti sono proporzionali al numero di fibre e di recettori presenti. Si tratta dunque di una rappresentazione somatotopica grazie alla quale il cervello è in grado di controllare il corpo e può avere la percezione unitaria e non frammentata di tutte le componenti.

3. La rappresentazione dell’ homunculus secondo Penfield
Il cervello dunque è equipaggiato per avere una particolare visione del mondo, in cui il corpo vi entra a far parte portando con sé tutta la sua particolarità. Infatti, la rappresentazione dei territori periferici a livello della corteccia cerebrale non è neutra, ma legata al ruolo e all’importanza che hanno le mani, il volto, il tronco, le gambe, nei rapporti con la realtà. Il modo in cui il singolo si rappresenta il mondo è il riflesso della organizzazione interna del suo cervello.
Tale rappresentazione dei territori periferici a livello centrale varia a seconda dello specie vivente. Nel caso dell’uomo, la corteccia sensitiva privilegia le mani, il viso, la lingua e le labbra, questo perché le capacità più importanti nel momento in cui si entra in contatto con l’esterno, sono il manipolare, parlare e ascoltare, mentre si dà poco spazio al tronco e agli arti (Oliveiro, 1997, p.90-95). Si tratta cioè dell’homunculus, una rappresentazione somatotopica livello della corteccia che non ha un estensione proporzionale alla realtà, ma dipende dal numero di recettori e di neuroni presenti in quella determinata area del corpo.

Figura 4 Rappresentazione dell’homunculus secondo Penfield. Come si può notare non sono rispettate le reali proporzioni del corpo.

Lo schema corporeo è la rappresentazione mentale del proprio corpo articolato nello spazio e nel tempo. È dunque costituito da esperienze somatiche specifiche che possono essere ricondotte ad una base anatomica nella corteccia cerebrale. Dal punto di vista neurologico (Condemi) esso viene situato nella corteccia del lobo parietale destro in una zona piuttosto estesa ed è connesso da un punto di vista funzionale con l’ area parieto-temporo-occipitale dove si situano le aree dei riconoscimenti visuo-spaziali. Queste aree associative hanno numerose connessioni con altre aree dello stesso emisfero e con quelle dell’emisfero controlaterale e col nucleo ventrale posteriore del talamo. Nelle aree delle circonvoluzioni pre e post-rolandica, esiste questa somatotopia che è appunto l’homunculus motorio e sensitivo, in cui a determinate zone del corpo, corrispondono determinati gruppi di neuroni. Questo homunculus secondo la rappresentazione di Penfield si presenta con i piedi in alto e la testa in basso, a rappresentazione bilaterale incrociata, cioè con l’emicorpo destra a sinistra e viceversa. Lo schema corporeo invece si trova spostato verso destra e gli stimoli giungono tramite lo stesso percorso, per via talamica, nonostante abbiano origine diversa. Il grado di rappresentatività del proprio corpo e dei suoi organi e segmenti varia da individuo a individuo, in relazione all’importanza che ciascuna parte ha nell’economia dell’organismo e all’investimento soggettivo operato privilegiando una funzione piuttosto che un’altra.
I segnali, a questo punto, giungono alla corteccia parietale in cui si trovano le aree associative dove vengono elaborati ed interpretati: è a questo livello che si assegna lo schema corporeo. Tuttavia il più alto livello di interpretazione pare essere localizzato nel punto d’incontro tra i lobi parietali, temporali e occipitali. È da rilevare che nel lobo temporale è presente l’area di Wernicke, mentre nell’occipitale il giro dell’angolo: insieme formano l’area del linguaggio che è coinvolta nell’immagine del corpo, dal momento che questa usa la parola come mezzo espressivo.
La corteccia primaria sensoriale non riceve, però, informazioni elementari, ma anche più complesse grazie al contatto con le aree associative. Tuttavia recentemente appare troppo semplicistica l’ipotesi per cui ci siano due rappresentazioni somatotopiche, una appartenente all’area somatomotoria I e l’altra all’area somatomotoria II, la quale sarebbe implicata nel controllo motorio. La teoria maggiormente sostenuta è quella che si basa sulla presenza di mappe.

4. Un nuovo modello
L’homunculus motorio, di cui si è parlato prima, è una rappresentazione del corpo, cioè una mappa topografica presente nel cervello che permette di controllare l’intera superficie corporea. La presenza di mappe, però, non è da riferirsi solamente per l’area somatomotoria I e II, ma anche per le altre aree sensoriali. Per esempio i recettori di senso della retina, della cute e dell’orecchio, proiettano a gruppi di neuroni sottocorticali e alla corteccia cerebrale con un ordine ben preciso che permette, sia a livello dei nuclei che della corteccia, l’esistenza di una rappresentazione topografica del campo visivo, della superficie cutanea e della frequenza dei suoni (Benedetti,1992, p.41). Si parla di mappa topografica, in quanto le caratteristiche spaziali e funzionali di un organo di senso vengono mappate nel cervello, riproducendo, in questo modo, con esattezza il mondo esterno. Esistono infatti, una mappa visiva, tattile (somatomotoria) e uditiva.
Queste mappe sono presenti fin dalla nascita e l’organizzazione è il derivato del bagaglio genetico, tuttavia nel corso della vita di ognuno, possono subire delle modifiche a causa delle esperienze fatte. Una loro caratteristica è dunque la plasticità che si rivela in caso di lesioni agli organi di senso: se un tale evento si verifica durante lo sviluppo, interviene un processo di riorganizzazione drastica della mappa sensoriale a livello della corteccia cerebrale (Benedetti, 1992, p.42). Ad esempio, se viene rimosso un occhio alla nascita, la mappa visiva si organizzerà in modo diverso rispetto alle informazioni genetiche che possedeva, in modo che l’occhio sano possa in qualche modo supplire alla mancanza dell’altro.
Una riorganizzazione ancora più drastica si ha rimuovendo chirurgicamente subito dopo la nascita il nucleo di neuroni posizionato al di sotto della corteccia cerebrale che è responsabile delle proiezioni della cute e dell’udito al talamo. In questo caso le proiezioni visive prendono il posto di quelle mancanti e gli stessi stimoli che attivavano tali zone vengono sostituiti da quelli visivi: c’è una vera e propria sostituzione di sensi. Inoltre, le mappe somatosensoriali e uditive cedono la loro area a quella visiva, che di conseguenza risulterà più vasta.
Inizialmente si pensava che questo meccanismo potesse avvenire solamente durante lo sviluppo: in realtà studi più recenti han dimostrato che può esserci un processo di riorganizzazione anche nell’adulto, seppur in misura minore (Benedetti, 1992, p.43). Ad esempio si è cercato di studiare l’area somatosensoriale che si trova nella parte posteriore del lobo parietale (area S-I). Nella scimmia la rappresentazione della mano è piuttosto vasta e le dita sono indicate con un ordine preciso. Se un dito viene amputato, nel giro di poco tempo, le proiezioni di quel dito mancante vengono occupate da quelle delle dita circostanti. La riorganizzazione è limitata, perché se si fa un’analisi più dettagliata di tutti i nervi che veicolano le informazioni tattili, si nota che la zona cerebrale prima attivata dalla cute della mano, rimane silente. Se invece si passa ad osservare la riorganizzazione in aree più complesse, le cose cambiano. Nell’area somatosensoriale II (S-II) arrivano gran parte delle proiezioni di S-I: se viene rimossa una parte della mano in S-I, dopo poco, la rappresentazione della mano in S-II, viene sostituita da quella del piede, segno di un arrangiamento drastico.
Questo è particolarmente interessante e potrebbe spiegare il fenomeno dell’arto fantasma: prima che intervenga il processo di riorganizzazione passa un certo lasso di tempo e finché non è stato ultimato, il soggetto continua ad avere l’impressione della presenza di quella parte del suo corpo.
La stessa iperstimolazione può provocare una modifica della mappa sensoriale: infatti nel caso dell’homunculus si era detto che la rappresentazione delle diverse parti dipendeva dall’uso e dall’importanza funzionale della stessa: se un senso viene usato maggiormente di un altro, la mappa risulterà più vasta creando dunque, un’alterazione a livello corticale.
Anche nel cervelletto è presente una mappa topografica: in questo caso la funzione è correlata al controllo motorio e al mantenimento dell’equilibrio. Le informazioni che vi arrivano sono principalmente di ordine spaziale e temporale. Inoltre le posizioni e i movimenti degli arti sono sottoposti alle “regole” e alla supervisione della corteccia e in caso di discrepanze vengono corrette.
Questo nuovo modello di organizzazione rende il sistema non più sequenziale, ma parallelo: significa che diverse funzioni vengono soddisfatte contemporaneamente permettendo un’organizzazione e una gestione facilitata dei segnali provenienti dalle aree periferiche. I neuroni della corteccia sono organizzati in colonne o bande, considerate al pari di moduli input/output, cioè di schemi che prendono il segnale e lo rilasciano dopo averlo sottoposto ad interpretazione e integrazione. Tali moduli sono particolarmente utili per stimoli complessi provenienti da diverse parti del corpo. I neuroni risultano, dunque disposti all’interno di una struttura orizzontale e verticale formando sia delle unità funzionali macrocolonnari che dei veri e propri sistemi distribuiti (Tiemersma, 1994, p.30).
Si crea una gerarchia che parte dalle unità più semplici per risalire verso il sistema nervoso centrale (Fig.5).

Sistema nervoso centrale | | | Sistemi | | | Mappe | | | Circuiti | | | Neuroni | | | Sinapsi | | | Molecole |

Figura 5: Lo schema mostra la struttura gerarchica che da dalle unità più semplici all’intero sistema (Churchland, 1996, p.41).

Lo schema corporeo in questo modo non è più localizzato in maniera specifica, ma risulta essere la sintesi delle diverse rappresentazioni (Tiemersma, 1994, p.32). La sua funzione non è solo quella di controllare il movimento, ma anche di integrare il nuovo con il vecchio: viene considerato, cioè, come un contenuto di memoria in cui certi circuiti sono facilitati perché vengono integrati con gli impulsi spaziali organizzati dalla periferia e adattati alla circostanza attuale.
In questo modo si unisce l’aspetto cognitivo sulla memoria insieme a quello neurobiologico: la memoria infatti implica l’attività del sistema limbico, in particolare modo dell’ippocampo, responsabili anche della percezione delle emozioni. Quest’ultime marcano in maniera significativa l’esperienza corporale arricchendole di un connotato psicologico che confluisce in quella che è l’immagine del corpo.
Il nostro corpo, in questo modo è assunto, a livello di attività cerebrale, in parte come combinazione del patrimonio genetico e in parte come esperienza di attività emotiva e cognitiva: schema ed immagine hanno il compito di salvaguardare l’identità e l’unità dell’individuo permettendogli i rimodellamenti e gli adattamenti che lo sviluppo richiede.

5. Definizione di schema
A proposito di questa ricerca all’interno del cervello, con lo scopo di identificare le aree delegate alle funzioni di schema ed immagine del corpo, occorre ricordare alcuni studi particolarmente interessanti condotti da Angelergues (1973). Egli distingue lo schema in due strutture: 1. la prima è caratterizzata da processi di integrazione somatognosica a livello parietale: in questo modo il soggetto è in grado di riconoscere come suo l’emicorpo controlaterale; 2. la seconda è di tipo somatognosica ed è presente nell’emisfero dominante. Conseguentemente è soggetta a mediazione verbale permettendo in tal modo, la conoscenza analitica e la rappresentazione simbolica del corpo stesso.
L’immagine del corpo può essere considerata come l’integrazione di diversi processi sensoriali e cognitivi tramite l’energia libidica che diventa dunque, un elemento unificante. Si parla inoltre di una pluralità di schemi del corpo ed essi sono il derivato di sistemi sensoriali implicati e di sistemi di valutazione. La rappresentazione mentale del corpo è correlata a modalità di processo e di integrazione degli stimoli visivi e somatosensoriali: quando questi elementi non si integrano adeguatamente si ha un’alterazione nella percezione del sé corporeo (Bruni, 1995, p.310).
Paillard (1990) invece si limita a considerare lo schema come una struttura precosciente basata su meccanismi di comparazione tra pregresse esperienze sensoriali e le informazioni percettive attuali attraverso continue codificazioni e decodificazioni.
Lo studio di Lautenbacher et al. (1993) si spinge un po’ più in là. La loro tesi è che lo schema del corpo si forma nelle aree primarie e secondarie di proiezione della corteccia sensoriale, in particolare nei lobi parietali. Negli studi condotti sull’arto fantasma infatti, si sono evidenziati legami tra la formazione dello schema corporeo e processi di integrazione corticale di input sensoriali. Tuttavia, bisogna tenere presente che altre parti dello schema vengono elaborate in diverse regioni anatomiche: lobi temporali, talamo e sistema reticolare mesencefalico (Trimble, 1988).

6. Definizione di immagine
A proposito dell’immagine ci sono due aspetti implicati: secondo Smythies (1953, p.132) bisogna distinguere tra corpo percepito e concetto di corpo. Il primo è inteso come una collezione di sensazioni somatiche percepite a livello cosciente, mentre il secondo riguarda le credenze e le conoscenze circa il proprio fisico.
In un articolo comparso nel 1988 nel “British Journal of Psychiatry”, Trimble cerca di trovare un legame tra fisiologico e psicologico a proposito dell’immagine corporea, arrivando alla conclusione che non c’è una parte del cervello strettamente ed esclusivamente legata ad essa: l’immagine del corpo può essere intesa come un insieme di percezioni, che nel totale danno una rappresentazione consapevole del corpo.
Schilder (1950) aveva posto la sua attenzione sull’apparato vestibolare e le propriocezioni, associandole all’investimento narcisistico e alle pulsioni libidiche. In pratica aveva associato gli elementi fisiologici all’emotività.
Grazie alla pratica clinica, in particolare agli studi su pazienti epilettici, si è potuto constatare che i lobi temporali sono l’area cerebrale maggiormente coinvolta nell’immagine del corpo. In particolare si trovano collegati: * alle esperienze percettive elaborate che sono legate o contengono il sé; * ai disturbi di percezione spazio-temporali nel rapporto soggetto/corpo o soggetto/mondo; * alle allucinazioni d’emozioni o sensazioni o controparti viscero-motorie che fan riferimento al sé; * alla rievocazione d’eventi passati; * a disordini comportamentali nelle relazioni del soggetto con l’ambiente sociale.
L’attività principale dei lobi temporali è quella di riunire i dati raccolti dalle varie parti del cervello, tramite un processo di proiezione all’area sensoriale secondaria della mente. Sono collegati al sistema limbico, diencefalo e alle strutture sottocorticali. Non si può localizzare l’immagine del corpo, ma si è notato che lesioni a queste aree vanno a danneggiare anche le esperienze e le percezioni legate al sé.
Ancora Paillard aveva distinto in : * corpo identificato, nella forma e nel suo contenuto racchiuso all’interno di una superficie limitante; * corpo situato, localizzato come oggetto percepito in un certo spazio orientato. * In particolare l’immagine del corpo è il risultato dell’elaborazione dell’esperienza percettiva e del processo differenziato delle diverse informazioni (tattili, visive, cinestesiche). Le distorsioni o le allucinazioni dell’immagine sono il derivato di un errore all’interno di questi processi.
Secondo invece Lautenbacher et al.(1993) l’immagine del corpo, nella sua forma stabile, è la conseguenza dell’attivazione di aree corticali e subcorticali differenti. A questo si aggiunge poi una specializzazione emisferica (la maggior parte delle distorsioni sono localizzate nell’emisfero destro).

Capitolo ottavo

TRA REALE E VIRTUALE

Cosa si intende con realtà virtuale? Che senso ha parlare di corpo virtuale? Che legame ci può essere tra questo e lo schema corporeo? E con l’immagine del corpo? Come un corpo reale, fatto di tessuti, muscoli e cellule può essere smaterializzato per produrre benefici nella realtà concreta? Quali applicazioni pratiche possono esserci nel campo della medicina e dei disturbi psicologici? In mezzo a tutte queste domande si colloca una discussione etica che richiama il valore del corpo e la perdita dei confini reali per rifugiarsi in uno spazio irreale, in cui il corpo è fuori dalla psiche e dal sociale per divenire un corpo “disseminato”(Caronia, 1996, pp.134ss.).

1. La rappresentazione di sé
Il cervello per poter memorizzare le informazioni trasforma gli stimoli in rappresentazioni cognitive (Anderson, 1980; Abelson et al., 1986) che possono essere raggruppate in due grandi categorie (Antinucci, 1993): percettivo- motorie e simbolico- ricostruttive. Esiste una struttura gerarchia delle forme di rappresentazione che simboleggia la stessa evoluzione nella rappresentazione della conoscenza. Si tratta di : * Immagini percettive;
• unità proposizionali; * schemi.
La forma più semplice di rappresentazione è data dalle immagini percettive, in cui l’elemento dominante è appunto quello percettivo (tattile, visivo…) collegato il più delle volte a informazioni di tipo cinestesico e motorio (Riva, Molinari, 1994, p.19). Queste immagini percettive possono rappresentare un insieme instabile e diversificato di informazioni, permettendo il riconoscimento di uno stimolo nonostante questo si presenti in forma differente rispetto al solito. Un gradino più su, vi sono le unità proposizionali che vengono create mediante un processo di astrazione a partire da elementi percettivi per arrivare a informazioni concettuali. Tali unità sono la forma più semplice di conoscenza e permettono di elaborare giudizi del tipo vero/falso. Le rappresentazioni nella memoria di parole, esperienze ed avvenimenti sono formate da una rete organizzata gerarchicamente da queste unità (Riva, Molinari, 1994, p.20).
Infine a un livello più elevato, vi sono gli schemi o contesti (schemata), cioè insiemi complessi di informazioni che formano i concetti generali. Essi permettono la realizzazione di inferenze e contengono tutte le informazioni per riuscire ad affrontare una nuova situazione.
Si tratta di modalità di rappresentazione inconsapevole: l’accesso alla coscienza avviene nel momento in cui c’è un nuovo elemento che mette in discussione il patrimonio conoscitivo esistente o semplicemente lo arricchisce.
Se si estende questa suddivisione alla rappresentazione del nostro corpo, si può dire che tutti e tre i livelli ne sono coinvolti arrivando a parlare di corpo virtuale come l’insieme delle rappresentazioni relative al proprio corpo e mediato dal sé cosciente, composto da immagini percettive, unità proposizionali e schemi (Riva, Molinari, 1994,
p.19). Volendo creare una corrispondenza tra queste e lo schema e l’immagine del corpo, si può considerare il primo come insieme di immagini percettive, che sono la base delle rappresentazioni percettivo-sensomotorie. Esse vengono sviluppate a partire da esperienza sensoriali corporee. Questo costituisce un primo aspetto del corpo virtuale, mentre la seconda parte è composta da rappresentazioni di tipo concettuale. In pratica i diversi significati attribuiti alle unità proposizionali formano più reti semantiche, ciascuna organizzata all’interno di uno schema. Tali schemi sono definiti da Markus (1977, p.64) come schemi-di-sé e si tratta di generalizzazioni riguardanti il sé che organizzano e guidano l’analisi delle informazioni relative alla propria persona contenute nell’esperienza sociale dell’individuo. Quindi risultano come dei meccanismi selettivi che agiscono sulla percezione di nuove informazioni sia sui comportamenti associati. I vari schemi-di-sé vengono inseriti in uno schema superiore che è nient’altro se non l’immagine corporea (Riva, Molinari, 1994, pp.19-20). Si suppone che ci sia una continuità tra schemi del corpo e immagine del corpo secondo una modalità rappresentativa attraverso l’accesso cosciente delle proprie informazioni (Antinucci, 1993).
Parlando in questi termini di costruzione della rappresentazione del corpo si è introdotta l’espressione di “corpo virtuale”, riferendosi non al corpo reale che si può percepire e toccare, ma al corpo immaginario che trova collocazione in uno spazio e in una realtà virtuale.

2.Un particolare significato di corpo
Le tecnologie virtuali infatti accanto ai processi di replica e di invasione del corpo, affiancano un terzo processo che è quello di disseminazione nelle reti e negli spazi virtuali, immateriali, delle macchine digitali (Caronia, 1996, p.134). Il rischio a cui si va incontro è la minaccia del rapporto basilare tra corpo ed identità: infatti un corpo disseminato è instabile, fluttuante e perde il suo riferimento ad un’origine immutabile e fondativa che nella sua crescente disponibilità al travestimento, alla disseminazione funzionale e finzionale, accentua il suo carattere di “vestito” (Caronia, 1996, p.167). In pratica il corpo diviene una maschera di ciò che la persona è in realtà, qualcosa di finto che non contribuisce più a identificare la persona in quanto tale. Infatti un corpo disseminato non è in grado di sostenere un’identità forte e stabile, non è più in grado di segnare un confine netto tra dentro e fuori, perché perde il carattere proprio della materialità. Questo processo è stato preparato dal cyborg (Caronia, 1996, p.92): la pelle dell’uomo non segna più il confine col mondo, perché si vive con il “cervello fuori dal cranio e i nervi fuori dalla pelle” (Caronia, 1996, p.92), è come se il mondo potesse insinuarsi dentro di noi e la carne del corpo potesse invece estroflettersi nella pelle del mondo. In questo modo il corpo diviene sempre più una struttura da controllare e da modificare: corpo come oggetto non come soggetto, oggetto non di desiderio, ma di progettazione. Il desiderio rimanda a qualcosa di irrealizzabile, a cui si tende, ma non si arriva completamente, mentre la progettazione implica la possibilità di attuazione. Si è arrivati con le nuove tecnologie a un corpo contaminato e disseminato (Caronia, 1996, pp.109-120): l’invasione in questo senso ha avuto inizio con la medicalizzazione permanente del corpo, ovvero con l’introduzione di agenti chimici o dispositivi elettronici. Si pensi anche agli arti artificiali: in questo caso si inganna la mente su una parte del corpo, si ha una ristrutturazione del proprio schema corporeo, per accogliere una parte estranea come propria. Una persona che ha subito un danno a livello spinale e ha subito danni a livello motorio, può recuperare la facoltà di movimento. In questo caso è necessario un sapere generale e un sapere individuale. Il primo riguarda il pattern che simula la deambulazione, mentre il secondo ha a che vedere con il modo di camminare di quella persona particolare. Questi dati vengono immessi nel computer senza il bisogno di ricostruire una macchina diversa a seconda della camminata o delle particolarità soggettive. In questo modo il computer (che ha in memoria diversi tipi di modalità deambulatorie) si sostituisce al cervello riempiendo un vuoto operativo a livello organico. Si crea una deviazione al di fuori del corpo che però viene avvertita dal soggetto come interna. Nel caso degli elettrostimolatori il limite è rappresentato dal fatto che sono esterni, ma se si parla di arti artificiali, il problema è risolto, perché il computer o il circuito elettronico viene impiantato nel corpo e collabora con il sistema nervoso divenendone parte integrante, sottomettendosi alle leggi del corpo, ma anche introducendo una logica nuova (Caronia, 1996, p.115).

3.Una nuova realtà
Questo nuovo corpo deve trovare una sua collocazione che non può più esser la dimensione tradizionale fatta di spazio e tempo, ma una nuova realtà in cui queste coordinate vengono spezzate. Si introduce pertanto il concetto di “realtà virtuale”, che trova applicazioni terapeutiche in campo medico e psicologico.
La realtà virtuale può essere definita come una serie di tecnologie che, se combinate, forniscono un interfaccia con un mondo creato tramite computer. La cosa interessante è che questa visione è accompagnata da un forte senso di realtà, per cui il soggetto crede realmente di esser in quel mondo e di potervi interagire, come accade, in tempo reale. Sono due le principali caratteristiche di questo ambiente virtuale: 1. il soggetto durante l’immersione ha la percezione reale della sua presenza in quel mondo. Questa sensazione è amplificata dall’uso di cuffie apposite e di immagini; 2. il soggetto muove il suo corpo, la testa e gli arti e ha la sensazione di potersi muovere e di impadronirsi di quella dimensione.
Il concetto di base è semplice (Strickland, 1997, p.32): si presenta un’immagine al computer inducendo la sensazione di essere in un altro posto e si danno indicazioni al soggetto su ciò che deve fare all’interno di tale scena immaginaria. In questo modo si cerca di far interagire il soggetto con questa nuova realtà come se fosse quella concreta e attuale. Per far sì che tutto questo accada si fa indossare una cuffia che allontana dalla superficie reale, ingannando corpo e mente con lo scopo di far accettare questo setting come la nuova realtà.
Le condizioni che caratterizzano anche dei limiti per l’applicazione, sono legati ai costi, alla conoscenza e agli effetti che la VR ha sui soggetti. Mentre i primi due aspetti sono legati alle tecnologie, l’ultimo ha a che vedere con il corpo umano, la percezione dei sensi e lo “stravolgimento” a cui si è sottoposti spostandosi in un’altra dimensione. Di questi bisogna in particolare tener conto, dal momento che ci sono numerose applicazioni in ambito medico. Una soluzione è quella di aumentare i tempi di immersione in ambienti virtuali sia per quel che riguarda il numero delle sedute che la durata stessa (Stanney, Kennedy, 1997, pp.67-68). Inoltre per avere effetti benefici è necessario che il soggetto sia consapevole, cioè abbia un’elevata partecipazione e coinvolgimento a livello sensomotorio (Zelter, Addison, 1997, pp.61-64). Questa condizione è valida soprattutto per quel che riguarda l’apprendimento e la terapia. Ciò a cui si tende è allora il raggiungimento di una VR altamente empatica: per far ciò è necessario che si crei nell’immagine un altro soggetto con cui interagire e comunicare in modo significativo e che si ricavi una sensazione di benessere al punto tale che il soggetto desidera prolungare l’esposizione nell’ambiente virtuale.

4. La Realtà Virtuale e l’uomo
I campi di applicazione della VR sono essenzialmente la riabilitazione, la terapia e l’apprendimento. La costruzione di un mondo di cui il soggetto può avere il controllo si rivela particolarmente appropriata in questi casi. Tuttavia occorre considerare meglio quali sono i fattori umani che caratterizzano l’esperienza di immersione in un ambiente virtuale (Lewis, Griffin, 1997).
Bisogna infatti tener presente che il corpo si trova immerso in una dimensione altra rispetto al solito e che scomparendo la dimensione spaziale, deve riadattarsi al nuovo ambiente. I principali disturbi riguardano: * problemi oculari; * disorientamento e vertigine; * nausea.
Come si può notare sono disagi a livello fisico che possono essere associati a uno stravolgimento dello schema corporeo: infatti c’è assenza di corrispondenza tra movimento reale e risposta dall’ambiente circostante. È come se il corpo si muovesse senza uno sfondo e uno spazio che registra i suoi movimenti, quasi fosse immerso nel vuoto, privo di coordinate a cui far riferimento.
Durante la simulazione questi sintomi sono ricondotti a conflitti sensoriali o a discrepanze tra le informazioni vestibolari e visuali intorno all’orientamento e movimento del corpo. Il ritardo tra i movimenti della testa e ciò che il soggetto vede sul computer sono la prima fonte di conflitto e cattiva percezione del proprio corpo.
Questa situazione può essere ricondotta alla necessità del corpo di essere inserito in uno spazio fisico ben definito in cui si possa orientare. In particolare le diversità tra i movimenti della testa e degli arti, di contro alle immagini sono state considerate responsabili degli effetti sui compiti di manipolazione, esecuzione dei movimenti e allineamento.
In pratica si tratta essenzialmente di conflitti sensoriali tra le informazioni ricevute da due o più sistemi. Tale concetto deve essere riportato alla teoria del riarrangiamento: tutte le situazioni che provocano disfunzioni nella percezione del movimento sono caratterizzate da una condizione di riarrangiamento sensoriale in cui il segnale di movimento trasmesso dagli occhi, sistema vestibolare e propriocettori sono scambiabili sia con un altro movimento o con ciò che ci si aspetta in base alla passata esperienza. I conflitti sensoriali possono essere di due tipi: * intermodali, riguardanti occhi e recettori vestibolari; * intramodali, coinvolgenti canali semicircolari e uditivi del sistema vestibolare. Occorre infatti tener presente che il movimento del corpo può esser percepito da meccanismi visuali, vestibolari e somatosensoriali. In mancanza di tracce visuali l’orientamento e il movimento sono affidati all’apparato vestibolare. Se invece i segnali sono entrambi presenti si può creare un’interazione non lineare che rapidamente conduce ad un conflitto tra i dati raccolti dai due sistemi. Se questo conflitto è elevato, aumenta il peso dato alle informazioni raccolte ed elaborate dall’apparato vestibolare.
Quando si verifica tale situazione? * Se c’è stimolazione visiva, ma non vestibolare; * se c’è una non corrispondenza tra la sensazione vestibolare di movimento e il corrispondente sulla scena visuale; * il movimento registrato nell’immagine non corrisponde a quello del corpo.
Le conseguenze che ne derivano sono: * Disturbi posturali e visuali; * Compromissione dell’esperienza: i sintomi possono interferire con l’apprendimento di legami in un ambiente virtuale. Il disagio che si avverte a livello corporeo, sposta la concentrazione dal compito assegnato al proprio corpo. Per far fronte a tali sensazioni di malessere possono essere adottate strategie percettivo-motorie innaturali che rendono negativo il vissuto dell’immersione in VR. * Risposta non empatica che porta a una diminuzione nell’uso di tali mezzi e a un insuccesso della terapia. * Occlusione della visione del mondo reale: occorre far in modo che siano garantite le condizioni ottimali per la percezione visiva e che non vengano alterati tutti i meccanismi che regolano la funzione oculare (Viire, 1997, p.40). * Problemi all’udito determinati dall’intensità del suono. * Problemi a livello del sistema nervoso: alcuni stimoli possono essere dannosi in soggetti predisposti (ad esempio chi soffre di emicrania) provocando vertigini, attacchi epilettici, ecc (Viire, 1997, p.41). Infatti il controllo sensomotorio e l’orientamento è legato alla correlazione di input sensoriali e motorie riguardanti i patterns uscenti di attivazione volontaria e riflessa della muscolatura del corpo (Lackner, 1992, pp.307-322). Il sistema vestibolare rappresenta solo uno dei sistemi recettoriali nella raccolta delle informazioni spaziali. Accanto ad esso vi sono recettori tattili, pressori, somatosensoriali, enterocettori, propriocettori che integrano i segnali visivi e uditivi nella determinazione dell’interazione sé/ambiente. Il controllo del movimento del corpo e il relativo orientamento, è dinamicamente adattato alla forza gravitazionale della Terra. L’esposizione in un mondo privo di tale forza produce una serie di disturbi sensomotori e problemi di movimenti finché non si giunge all’adattamento e scompare il rischio di errore nel controllo e nell’esecuzione dei movimenti. Per questi motivi si pensa che un’esposizione prolungata in ambiente virtuale possa giovare ai fini della terapia o dell’apprendimento: avendo più tempo a disposizione, il corpo e i relativi sistemi, hanno una maggiore possibilità di adattarsi al nuovo ambiente. Lo schema corporeo, responsabile della percezione e della consapevolezza dei movimenti e della funzionalità del corpo, riuscirebbe a ristrutturarsi in base ai nuovi stimoli, facendo infine scomparire tutti quei sintomi che minacciano la riuscita dell’uso della VR.

5. Applicazioni della Realtà Virtuale Finora si è cercato di dare una definizione di realtà virtuale e di considerare i possibili effetti dell’esposizione. Occorre definire precisamente quali sono gli ambiti di applicazione e come possa esserci una relazione tra schema e immagine del corpo. In particolar modo le immersioni in ambienti virtuali sono state usate perla cura delle fobie e dell’ansia, per la riabilitazione degli arti, nella cura del morbo di Parkinson, nei disordini del movimento, in ambito educativo e riabilitativo per i lesionati cerebrali e infine c’è tuttora uno studio in corso per la cura dei disturbi alimentari e la distorsione dell’immagine del corpo. Concentrarsi sull’aspetto della riabilitazione e del controllo motorio significa infatti cercare di agire sullo schema corporeo, mentre, per quel che riguarda i disturbi del comportamento alimentare, ci si occupa della propria immagine attraverso opportuni strumenti e test (in “Communications of the ACM”, 1997, n.8).

6. Realtà Virtuale e motricità L’ambito interessato è quello della riabilitazione e dei disordini del movimento. Perché si ottengano buoni risultati è necessario che la riabilitazione avvenga poco per volta e che il paziente acquisisca consapevolezza delle dinamiche terapeutiche. I processi di riabilitazione devono complicarsi gradualmente e divenire sempre più realistici, aumentando la motivazione del soggetto e la riscoperta della funzionalità. Prima di tutto occorre che ci sia una valutazione oggettiva del movimento degli arti superiori. Questa può avvenire in due modi: visuale ed effettiva. La prima utilizza un sistema di registrazione del movimento. In pratica il soggetto vede se stesso proiettato su uno schermo, mentre esegue un compito e viene quantificato il grado di movimento. Il secondo invece, misura gli effetti del movimento e non il movimento stesso (Greenleaf, 1997, p.43). Il lavoro di simulazione permette di osservare anche la forza utilizzata da una persona per eseguire compiti sottosforzo e quindi rendersi conto della funzionalità del sistema motorio e muscolare. Parlando di simulazione occorre tener presente due problemi: * trasmettere l’informazione all’utente in modo tale che si crei una minor distanza dalla situazione reale; * prendere in considerazione che il risultato della terapia non necessita della ricostruzione fedele della realtà. Al contrario se ciò avvenisse, i risultati non sarebbero positivi, dal momento che il soggetto non avrebbe coscienza di essere immerso in una dimensione controllabile e riscoprire le sue capacità (Wann et al., 1997, p.49). In particolare ci si riferisce ai soggetti con danni cerebrali a livello dei gangli basali che controllano il movimento. I problemi legati a tale aspetto sono l’ipercinesia (si riferisce a un eccesso di movimento) e l’acinesia (ovvero la mancanza di movimenti spontanei). Quest’ultimo può essere riferito all’assenza di normali movimenti associati come ad esempio muovere le braccia quando si cammina. Infine c’è la bradicinesia che è caratterizzata dalla velocità del movimento (in genere lento).
Tale perdita del controllo motorio si verifica in una patologia nota: il morbo di Parkinson (Berardelli et al., 1994). Ci sono quattro livelli diversi in cui si può somministrare il compito al soggetto: * Movimenti rapidi. A un segnale acustico (o visuale) il soggetto cerca di raggiungere un target il più velocemente possibile senza che ci sia alcun controllo nella forza esercitata durante il contatto. * Movimenti rapidi guidati. Si ripete la situazione precedente cercando di mantenere un diretto controllo visuale verso il compito che deve essere eseguito. * Movimenti guidati in VR. Questa condizione differisce dalle precedenti, per la natura dell’informazione visiva circa il compito da eseguire: infatti non si tratta più di mantenere un controllo, ma di interagire con la rappresentazione virtuale. * Movimenti rapidi controllati non guidati. Il soggetto non deve avere alcun controllo visuale né reale né virtuale, sul compito assegnatogli.
Il morbo di Parkinson è un disturbo motorio associato al deterioramento precoce dei neuroni nelle aree del controllo motorio. Una caratteristica è il tremolio e la totale incapacità a iniziare o continuare la deambulazione (Weghorst, 1997, p.47). Nel 1967 Martin dimostra che i pazienti sofferenti di questa malattia, possono camminare normalmente in presenza di oggetti piazzati vicino a loro. Questo fenomeno è noto come “cinesia paradossa”, in cui il soggetto può fare le scale, scavalcare ostacoli con piccoli movimenti controllati, ma non è in grado di muoversi in spazi aperti. La VR permette di ricreare situazioni del genere e quindi studiare e approfondire le dinamiche di controllo motorio (Weghorst, 1997, p.48). Un altro deficit con cui si cerca di applicare la VR, è il neglect, cioè i disordini dell’attenzione. In questi casi i soggetti non percepiscono oggetti o persone poste nell’emicorpo controlaterale dell’emisfero danneggiato (cioè se il danno è a destra escludono ciò che è alla loro sinistra). Un test tipico è quello di mostrare una lettera o una linea: il soggetto non percepisce una metà del disegno (solitamente si tratta del lato sinistro se il neglect è visuale). La realtà virtuale cerca di agire sui fattori che sono coinvolti ricreando un ambiente ricco di stimoli su cui il paziente può agire (Wann et al., 1997, p.49).
Per quanto riguarda i disordini del movimento, ci si riferisce alla mancanza di controllo muscolare o impoverimento di sensazioni muscolari nell’emicorpo controlaterale rispetto all’emisfero con il danno cerebrale. La terapia tradizionale si basa su rieducazione degli arti (dopo una paralisi) come se il soggetto dovesse riscoprire tutti i piani e le strategie per muoversi ed esplorare l’ambiente (Wann et al., 1997, p.50). Questo metodo può essere interpretato come la costruzione di un modello che si basa sugli effetti che una serie di comandi ha sugli arti (forward model) e di un modello inverso (inverse model) in cui alcuni comandi vengono attivati per le conseguenze che producono. Alla fine risulta un processo di apprendimento che richiede una ricca informazione di ritorno. Quindi: Feedback Tentativo Errore Input FORWARD MODEL output |

Oppure: Identificazione strategia Esplorazione guidata Input richiesto INVERSE MODEL output desiderato |
L’ambiente pertanto deve essere piuttosto ricco di stimoli e altamente responsivo. La VR fornisce queste condizioni: l’ambiente è controllato e i soggetti possono scegliere il compito cui sottoporsi e il livello di difficoltà in base alla stima delle loro capacità. Viene fornito un adeguato feedback per quel che riguarda gli errori, in tempo reale e una gamma di informazioni sulla particolarità del movimento (direzione, velocità, accuratezza…). Inoltre presentando la situazione come un gioco, si motiva il paziente a estendere questa prova anche al di fuori del setting virtuale.
Lo scopo è il raggiungimento di un ambiente che possa guidare i soggetti per produrre movimenti più raffinati, ridurre gli errori e cercare di riconoscere l’efficacia dei loro movimenti e identificare le strategie migliore per avere determinati risultati (Wann et al., 1997, pp.50-51). A livello dello schema corporeo dunque, occorre riattivare e recuperare una parte del corpo inutilizzata integrando le capacità motorie nuove con gli altri sistemi sensoriali per una maggiore coordinazione delle parti. In un certo senso la VR dà la possibilità di recuperare o riscoprire le potenzialità del corpo aumentandone la consapevolezza.

7. Realtà Virtuale e immagine di Sè
Un campo d’applicazione particolarmente interessante è quello legato ai disturbi del comportamento alimentare, che prevede di occuparsi della distorsione dell’immagine del corpo. L’uso della VR implica un coinvolgimento del corpo e ne influenza notevolmente l’esperienza conferendo un senso di benessere e di aumento della propria autostima nei confronti delle proprie capacità. I disturbi alimentari sono stati a lungo associati con alterazioni nella rappresentazione percettiva e cognitiva del corpo. Infatti uno dei tratti diagnostici di patologie come la bulimia e l’anoressia è una distorsione della propria immagine. I metodi in uso come si è visto sono principalmente due: un approccio cognitivo/comportamentale che agisce sul senso di disistima e quello visuale/motorio che mira a influenzare il livello di consapevolezza corporea. Dove si inserisce la VR? Si cerca di integrare questi due approcci entro un ambiente virtuale (Riva, 1998, pp.163170). Questa serie di compiti prendono il nome di Virtual Environment for Body Image Modification (VEBIM). Un tale approccio permette non solo di intervenire simultaneamente su tutte le forme di rappresentazione corporea, ma di usare gli effetti psico-fisiologici provocati sul corpo dall’esperienza virtuale per scopi terapeutici (Riva, 1997).
VEBIM è un ambiente virtuale costituito da sei zone divise in due parti: 1. zona 1 e 2; 2. zone 3-4-5-6. Le prime due devono dare al soggetto un minimo livello di legame nella percezione, movimento e manipolazione degli oggetti in VR e permettere la focalizzazione sul mangiare e sulla scelta del cibo. Le altre quattro zone, invece devono modificare l’esperienza corporea del soggetto.
La VEBIM viene utilizzata allo stesso modo in cui si usa l’induzione di immagini. Accordandosi a questo metodo il terapeuta incoraggia il paziente ad associare a un immagine un’altra, piuttosto che usare delle parole per descriverla in modo adeguato. L’ipotesi di fondo si basa sulla convinzione che le immagini evocate siano l’espressione di legami latenti in grado di rivelare il problema e il disagio del paziente (Leuner, 1969).
In particolare l’esperienza si svolge secondo questa dinamica: * Zona 1: il soggetto viene informato degli appropriati dispositivi di controllo e degli strumenti che può utilizzare. Prima di muoversi nelle zone successive viene pesato con una bilancia virtuale. * Zona 2: queste zone mostrano un ufficio e una cucina. Il soggetto può muoversi in queste stanze e interagire con gli oggetti. Alcuni di questi sono cibi che può prendere e mangiare. Poi può muoversi nelle altre zone e pesarsi (il peso può essere modificato in base alle azioni svolte e al cibo mangiato). * Zona 3: consiste in quattro corridoi le cui pareti mostrano corpi maschili e femminili. * Zona 4: è una stanza in cui c’è uno specchio largo. Il soggetto può guardarsi come corpo reale (precedentemente digitalizzato usando una videocamera). * Zona 5: consiste in un lungo corridoio che conduce in una stanza in cui vi sono quattro porte di diverse dimensioni. Il soggetto può muoversi all’interno di queste aree solo scegliendo la porta corrispondente esattamente al suo peso e alla sua altezza. * Zona 6: si tratta di una larga stanza le cui pareti (a nord e a sud)mostrano il corpo del soggetto. La prima immagine è quella statica (corpo reale) e non deve essere modificata, mentre la seconda (corpo ideale) deve essere cambiata in base ai desideri del soggetto stesso (grazie all’uso di un sistema morphing-like). Quando questo processo immaginario è stato completato viene chiesto ai soggetti di usare lo strumento formale per costruire il loro corpo reale.

8. Uno studio preliminare
Prima di utilizzare questo metodo, si è cercato di studiare quali effetti potesse avere la VEBIM su un gruppo di controllo. In particolare si è voluto verificare gli effetti provocati da VEBIM sulla pressione sanguigna e il battito cardiaco e sull’esperienza corporea. Il campione di 71 soggetti era strutturato nel modo seguente: * 47 maschi e 24 femmine; * età media: 23.18 (+/-7.54); * peso medio: 67.34 (+/- 15.42); * altezza media: 173.3 (+/-7.97).
L’esposizione in ambiente virtuale durava tra gli 8 e i 10 minuti. Tutti i soggetti arrivavano fino alla zona 5, nessuno alla zona 6.
Dopo che il soggetto entrava in una zona, il terapista descriveva la situazione e incoraggiava il soggetto ad associarla ad un’altra immagine piuttosto che a delle parole.
Questo compito si ripeteva per tutte le zone.
Dopo l’esperienza virtuale sono stati somministrati dei test per verificare l’esperienza corporea. In particolare sono stati usati: * Figure Rating Scale (FRS), costituito da una serie di 9 figure maschili e femminili di diverse dimensioni, alcune sovrappeso e altre sottopeso. * Contour Drawing Rating Scale (CDRS), costituito da una serie di 9 figure maschili e femminili ordinati secondo la taglia. * Breast/Chest Rating Scale (BCRS), costituito da 5 figure maschili e 5 femminili stilizzate, ordinate dalla più piccola alla più grande in base alla parte superiore del corpo.
In questi test veniva chiesto ai soggetti di indicare la dimensione reale e quella ideale. La differenza tra le due è chiamata “indice di discrepanza” ed è considerato rappresentativo del livello di insoddisfazione individuale. Per quanto riguarda i risultati raccolti, si è notato che dal punto di vista fisiologico, la VEBIM non produce cambiamenti significativi: infatti non si registrano alterazioni della pressione e del battito prima e dopo l’esperienza virtuale. Interessante è invece il dato raccolto riguardo la soddisfazione verso il proprio corpo: infatti in questo caso si ha un miglioramento, che si nota dalla diminuzione dell’indice di discrepanza (tab.7). Tale cambiamento si nota sia per quel che riguarda il campione nella sua totalità, sia dividendo gli uomini dalle donne (tab.8 e 9).

| FRS reale | FRS ideale | CDRS r. | CDRS id. | BCRS r. | BCRS id. | Prima | 3.8+/-1.34 | 3.18+/-0.72 | 4.79+/-1.5 | 4.1+/-0.95 | 2.79+/-1.3 | 2.9+/-1.95 | Dopo | 3.84+/-1.3 | 3.5+/-0.96 | 4.74+/-1.5 | 4.21+/-1 | 2.8+/-1.27 | 2.94+/-0.9 |
Tabella 7: La tabella riporta le medie e le deviazioni standard raccolte nei tre diversi test, tenendo conto sia la stima ideale che quella reale.

M | FRS r. | FRS id. | CDRS r. | CDRS id. | BCRS r. | BCRS id. | Prima | 4.12+/-1.4 | 3.8+/-0.82 | 5.2+/-1.48 | 4.87+/-1.1 | 2.67+/-1.2 | 3+/-0.93 | Dopo | 4.09+/-1.4 | 3.9+/-0.89 | 5.02+/-1.6 | 4.62+/-0.8 | 2.76+/-1.2 | 3.2+/-0.82 |
Tabella 8: In questo caso sono stati riportati i risultati del solo campione maschili. Come si può notare ci sono differenze significative tra CDRS reale e ideale: entrambi i punteggi sono più bassi dopo l’esperienza virtuale.

F | FRS r. | FRS id, | CDRS r. | CDRS id. | BCRS r. | BCRS id. | Prima | 3.14+/-0.93 | 2.61+/-0.8 | 4+/-1.18 | 3.5+/-0.83 | 2.98+/-1.49 | 2.75+/-1.13 | Dopo | 3.35+/-0.81 | 2.91+/-0.75 | 4.21+/-1.25 | 3.52+/-1.08 | 2.93+/-1.35 | 2.52+/-1.08 |
Tabella 9: I punteggi riportati riguardano il gruppo femminile. In questo caso c’è una significativa differenza nei punteggi del FRS ideale che sono più alti dopo l’esperienza virtuale. Tuttavia un’analisi dell’indice di discrepanza mostra una diminuzione di questo dopo la VEBIM.

Da questi risultati emerge che si ha un miglioramento nella percezione della propria immagine del corpo e che avviene una trasposizione dalla dimensione virtuale a quella reale, la quale produce un senso di soddisfazione e un aumento della stima nei confronti del corpo. Per questi motivi si pensa che la realtà virtuale possa essere particolarmente utili nella terapia dei disturbi alimentare: aumenta la percezione del corpo e permette una valutazione oggettiva delle proprie dimensioni.
D’altra parte togliendo lo spazio reale rimane solo il corpo. Il soggetto si ritrova allora, ad affrontare se stesso concentrando la sua attenzione su ciò che avviene all’interno di lui. Il corpo rimane il riferimento di stesso, dal momento che l’esterno scompare tramutandosi in una dimensione sconosciuta. A questo punto non si può più escludere il corpo per dar conto solo delle attività cognitive: è certo necessaria una rielaborazione a questo livello per i nuovi stimoli, ma è come se il soggetto dovesse riiniziare tutto daccapo per riscoprire il senso di esistenza. All’improvviso si ritrova a dover strutturare il mondo e il suo corpo nel mondo, un po’ come il neonato comincia ad avere la certezza di esistere grazie alle sensazioni che passano tramite il suo organismo. Il senso di nausea o di smarrimento o più in generale tutti i vari sintomi che compaiono nell’esposizione ad ambienti virtuali, sono determinati da questo lavoro di ristrutturazione causato dalla perdita delle coordinate su cui il soggetto si è costruito e il tentativo di esplorare il nuovo mondo con lo scopo di riappropriarsi di se stesso.

CONCLUSIONE

Nei disturbi del comportamento alimentare e in particolare nell’ anoressia nervosa il disagio è espresso tramite il corpo comunicando con l’ Altro.
Nel primo capitolo ho messo in evidenza come il fulcro dei disturbi alimentari sia il corpo in relazione con la mente come ho affermato parlando dell’ approccio fenomenologico di Merleau- Ponty in contrapposizione col dualismo cartesiano in cui emerge il crearsi della frattura fra Io e corpo. La riscoperta del corpo è indispensabile nella costruzione dell’ identità del soggetto, a tal proposito emergono i concetti di schema e immagine corporea di cui ho sottolineato le differenze nel capitolo successivo.
L’ immagine corporea comprende tutto ciò che noi crediamo che gli altri vedano di noi e cambia in base ai vissuti psicologici, pertanto può essere discutibile e non coincidere con la realtà come dimostrano i numerosi casi di pazienti affetti da anoressia nervosa. Lo schema del corpo rappresenta invece l’ elaborazione delle esperienze vissute che interiorizzate formano la coscienza che ognuno ha di sé e varia in relazione alle abitudini corporee, pertanto si pone come premessa necessaria alla corretta formazione dell’ immagine del corpo. Entrambi favoriscono lo sviluppo dell’ individuo contribuendo al raggiungimento della coscienza di sé.
Nel terzo capitolo ho evidenziato il tema dello schema corporeo in quanto struttura che necessita di un contenuto, il quale è rappresentato da un concetto la cui struttura è il risultato di interazioni con l’ ambiente, cosi’ come l’ immagine corporea che ne deriva è il risultato dell’ elaborazione di schemi precisi.
Nel capitolo quarto, a proposito dell’ evolversi dell’ immagine corporea nel tempo e nella società, ho sostenuto l’ importanza dell’ influenza dell’ ambiente e delle persone nella definizione del Sé, ovvero la rilevanza dell’ Altro nella costruzione della propria immagine corporea. A tal proposito nei primi anni di vita le figure parentali hanno un’ influenza preponderante.
Nel capitolo quinto ho affrontato le distorsioni dell’ immagine corporea e le cause che possono portare a tale condizione evidenziando come i disordini del Sé corporeo siano dipendenti dal rapporto che la madre instaura col figlio a partire dalla nascita.
E’ di primaria importanza che il bambino possa sperimentare il proprio corpo, riconoscendone i suoi limiti e soddisfacendo i propri bisogni, pertanto necessita di un’ autonomia che se negata rappresenta una possibile causa del mancato riconoscimento del Sé corporeo, causa primaria di patologie come l’ anoressia nervosa.
Nel tentativo di soddisfare i bisogni repressi l’ anoressica focalizza le sue attenzioni sul proprio corpo. Ho evidenziato come la bulimia e in particolare l’ anoressia siano caratterizzate da un vuoto interiore che i pazienti affetti da tali disturbi cercano invano di colmare col cibo ingurgitato che gli da sostanza e che diventa metafora dello stesso vuoto.
Nel capitolo sesto, sulla base di studi di Schilder, ho esposto il rapporto piuttosto stretto che intercorre tra i disturbi dello schema corporeo ed eventuali lesioni cerebrali tra cui l’ arto fantasma, fenomeno a causa del quale molti pazienti percepiscono dolore in corrispondenza di arti amputati in precedenza.
Quest’ ultimo disturbo si può evidenziare particolarmente nell’ anoressia nervosa poiché i pazienti percepiscono grasso un corpo ai limiti dell’ emaciazione.
Successivamente ho messo in relazione il rapporto mente - corpo – cervello, specificando come lo schema corporeo sia dipendente da attività di aree cerebrali mentre l’ immagine comprenda l’ insieme delle attività delle varie aree, pur appartenendo entrambe alla sfera della coscienza.
Infine ho parlato della Realtà Virtuale, una tecnica particolarmente efficacie per correggere la distorsione dell’ immagine corporea. Il paziente si ritrova immerso in una realtà prodotta da un computer in cui è messo in contatto con una situazione considerata “spiacevole” o con l’ immagine di sé percepita o ambita.
Il principio terapeutico su cui si basa è quello della “Desensibilizzazione Sistematica (DS)”: il terapeuta seguendo il paziente in questo percorso virtuale ricostruisce con lui una serie di stimoli critici alla base del disturbo lamentato, per poi pianificare un programma di “desensibilizzazione”.
Credo che al giorno d’ oggi si sia raggiunta una conoscenza approfondita riguardo la sintomatologia e le cause dei disturbi alimentari ma siano stati veramente scarsi i tentativi reali ed efficaci di sviluppare terapie per sconfiggerli. Assistiamo al paradosso che vede coesistere la volontà di conoscere e debellare tali malattie e una pressione costante dei mass media verso la magrezza, pertanto finchè non si diffonderà in ambito sociale una nuova idea di bellezza non più improntata solamente su canoni estetici malati, non si effettuerà alcun passo avanti al fine di sconfiggere il cosiddetto “male del secolo”.

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INDICE

Introduzione 3

Capitolo primo 5
Premesse fenomenologiche allo studio dello schema corporeo

1.Il corpo vissuto 7
2.Il corpo come mezzo 11
3.Lo schema corporeo 12
4.Il corpo e il tempo 15
5.Il corpo nella società 16
6.La coscienza 17

Capitolo secondo 20
Due concetti a confronto: schema e immagine corporea

1. Le attività cognitive umane 20 2. Il ragionamento 22 3. Verso la conoscenza 25 4. La memoria 27 5. Due concetti a confronto: schema e immagine corporea 29 6. A partire dalla memoria 31 7. L’ importanza del tempo 33 8. L’ elemento emotivo 35 9. La pluralità degli schemi 36 10. Il fine degli schemi 38 11. La comparsa delle immagini 39

Capitolo terzo 41
Il concetto di immagine corporea 1. Il concetto di schema corporeo 41 2. A partire dallo schema 43 3. L’ immagine di Sé 45 4. Il concetto di body image 46 5. La psiche e l’ immagine corporea 48 6. L’Io 50 7. Le tre nozioni di corpo 51

Capitolo quarto 55
Lo sviluppo dell’ immagine corporea 1. Le fasi di sviluppo 55 2. L’ immagine del corpo e le sue distanze 59 3. L’ immagine corporea nelle fasi di una vita 61 4. La distanza sociale 63 5. Un nuovo modello 65 6. L’ esperienza e il confine corporeo 68 7. L’antropologia 69 8. Influenza della società nell’ immagine corporea 71 9. Sfera sociale e culturale riguardo l’immagine del corpo 74

Capitolo quinto 77
La distorsione dell’ immagine corporea 1. Il corpo malato 77 2. Le cause 81 3. Comportamenti patologici e tentativi di risoluzione 82 4. La ricerca di uno spazio 84 5. Il compito dello specchio 87 6. Fermare il tempo 90 7. Anoressia 91

8. Diagnosi di anoressia 92 9. Metodi di valutazione 94
10. L’ immagine corporea distorta 96

Capitolo sesto 99
Patologie legate ai disturbi dello schema corporeo 1. Patologie legate ai disturbi dello schema corporeo 99 2. La vertigine 107

Capitolo settimo 108
Mente- cervello- corpo 1. Il cervello 109 2. Lo stimolo 113 3. La rappresentazione dell’ homunculus secondo Penfield 115 4. Un nuovo modello 117 5. Definizione di schema 121 6. Definizione di immagine 122

Capitolo ottavo 124
Tra reale e virtuale 1. La rappresentazione di Sè 124 2. Un particolare significato di corpo 126 3. Una nuova realtà 127 4. La Realtà Virtuale e l’uomo 128 5. Applicazioni della Realtà Virtuale 131 6. Realtà Virtuale e motricità 133 7. Realtà Virtuale e immagine di Sè 136 8. Uno studio preliminare 138 9. Conclusione 141

Bibliografia 144
Indice 147

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[ 1 ]. In particolare ci si riferisce a Piaget (1970). Fondamentali per lo sviluppo sono le cosiddette “strutture”, cioè forme di organizzazione interna che inizialmente sono elementari dal momento che le uniche possibilità di interazione con l’ambiente sono la motricità e la percezione. All’origine si hanno dunque gli schemi d’azione che possono essere considerati come l’unità minima della conoscenza e che si evolveranno in schemi mentali, fino a favorire la formazione di strutture mentali, rappresentazioni e concetti.
[ 2 ]. Le sinapsi sono le modalità di trasmissione dello stimolo tra due neuroni. Possono essere di due tipi: chimico ed elettrico. Le prime sono le più frequenti e comportano la liberazione di neurotrasmettitori, cioè di sostanze in grado di inibire o di attivare la cellula a cui passa lo stimolo. I due neuroni non sono mai in contatto, ma uno spazio sinaptico divide la terminazione presinaptica da quella postsinaptica. In seguito a una scarica di potenziale di azione, si aprono dei canali che permettono la fuoriuscita di alcune vescicole contenute nel bottone sinaptico. Queste vescicole liberano i neurotrasmettitori che vengono accolti dai recettori presenti sulla membrana postsinaptica. Nel caso di sinapsi elettriche, si genera una forza di attrazione tra le due terminazioni a causa di correnti elettrotoniche che si diffondono, durante la scarica, lungo l’assone e che, provocando l’apertura dei canali ionici della terminazione presinaptica, fanno in modo che avvenga un’inversione di segno. Il risultato è che le due terminazioni agiscono come i poli di una calamita ed entrano in contatto tra di loro.
[ 3 ]. La memoria a breve termine (MBT) viene anche definita come memoria di lavoro. E’ una prima stazione in cui vengono accumulate le informazioni che sono immediatamente disponibili. Ha una capacità di circa sei o sette items. E’ detta anche working memory ed è collegata a quella a lungo termine. 14 La memoria a lungo termine (MLT) è il bagaglio vero e proprio delle nostre conoscenze. Contiene non solo tutto ciò che ha segnato la vita, ma anche quegli schemi che permettono il riconoscimento di una situazione e l’adozione di adeguate modalità.
[ 4 ]. La codificazione e la trasduzione fanno parte del processo di recezione di uno stimolo. Quando un recettore viene attivato, dapprima questo segnale viene tradotto in impulso elettrico (trasduzione), generando un potenziale del recettore che dà inizio alla codificazione e quindi al passaggio ai centri superiori.
[ 5 ]. La LPT consiste in uno stato di potenziata attività neuronale che permette la fissazione dell’impulso e quindi i processi di memorizzazione. E’ stata studiata per la prima volta su un mollusco, l’Aplysia
[ 6 ]. Cfr. anche Kossylin, 1983.
[ 7 ]. A questo proposito cfr. Tiemersma, 1994, pp.103-172.
[ 8 ]. Assimilazione e accomodamento sono due concetti introdotti da Piaget , riguardanti il modo attraverso cui avviene l’apprendimento e quindi lo sviluppo cognitivo. Il primo consiste in un inglobamento di nuove informazioni che si adattano allo schema preesistente, mentre nel secondo caso avviene il contrario: cioè, è lo schema stesso a modificarsi sulla base degli stimoli forniti.
[ 9 ]. 8Il termine “schemata” è il plurale di “schema” e non corrisponde alla traduzione italiana dell’inglese “setting” o “schema”. L’origine del termine è infatti greca. Questa sottolineatura è importante per mettere in evidenza il loro ruolo di struttura.
[ 10 ]. Cfr. Tiemersma, 1994, p.153.
[ 11 ]. Secondo Rumelhart e McClelland (1986, p.256), lo schema può essere paragonato a un’unità delle reti neurali (Parallel Distribuited Processing o PDP), ma questa definizione sarebbe riduttiva dal momento che lo schema sembrerebbe solo esaminare i vari input alla ricerca di quello più adatto ai suoi criteri. Per questo motivo, viene poi considerato come una proprietà non di unità particolari, ma di intere reti e paragonati a PDP a soddisfacimento di vincoli.
[ 12 ]. Gli stadi di sviluppo cognitivo sono principalmente quattro: sensomotorio (fino ai 2 anni), preoperatorio (2-6 anni), operatorio concreto (7-11 anni) e operatorio formale (dai 12 anni in poi). Il bambino passa attraverso i diversi stadi partendo da un’esplorazione essenzialmente motoria che gli permette di conoscere il mondo e di costruire le prime rappresentazioni mentali. Esse poi vengono elaborate a partire dal secondo stadio in cui comincia ad acquisire capacità comunicative e simboliche che lo rendono in grado di gettare le basi per il pensiero logico. Quest’ultimo inizialmente si basa su operazioni legate alla realtà immediata, mentre solo in un secondo momento si sviluppa la capacità di pensare per possibilità, cioè in una dimensione astratta.
[ 13 ]. In questo senso ci si riferisce alle teorie che il bambino formula intorno al mondo. Così come nella fase dell’egocentrismo radicale, il mondo era visto come un’estensione di sé e completamente concentrato su di sé, allo stesso modo in quello intellettuale c’è la tendenza a immaginare che la realtà possa presentarsi nella sola forma che lui stesso si rappresenta: non esistono altri punti di vista, ma solo quello che lui
[ 14 ]. Per quanto riguarda lo studio dell’immagine del corpo come rete di concetti, cfr. Tiemersma, 1994, pp.143-149 e pp.185-196.
[ 15 ]. Neisser caratterizza lo schema come un formato nel linguaggio della programmazione dei calcolatori. I formati specificano infatti, che l’informazione deve essere di un certo tipo perché avvenga una data interpretazione coerente. Allo stesso modo, lo schema accetta i dati disponibili a livello di superficie sensoriale e ne viene modificato. Inoltre lo schema viene paragonato a un programma: gli schemi percettivi diventano programmi per compiere scoperte riguardo oggetti o eventi, con lo scopo di ottenere altri input da inserire nel formato. Infine lo schema è l’esecutore stesso del programma: è dunque, un pattern di azioni e un modello per azioni (Neisser, 1976, pp. 66-73).
[ 16 ]. In questo caso è necessario non tradurre i termini inglesi per riuscire a distinguere le diverse componenti dell’immagine corporea ed evitare di fare confusione .
[ 17 ]. In questo caso ci si riferisce anche all’organizzazione colonnare dei neuroni.
[ 18 ]. In questo caso per “immagine del corpo” si intende quello che prima è stato definito come body image: cioè un componente del concetto di immagine corporea, che fa riferimento al “ dipinto” mentale che ognuno possiede di sé.
[ 19 ]. La madre in questo caso non è necessariamente la persona che l’ha messo al mondo, ma quella che è assunta come figura di attaccamento, cioè colei che si prende cura del bambino rispondendo ai suoi bisogni e permettendogli di cominciare la costruzione della sua identità.
[ 20 ]. Il narcisismo indica l’amore per se stessi. In questa forma primaria i cui prototipi sono la condizione intrauterina e il sonno, è caratterizzato dalla mancanza di distinzione tra l’Io e l’Es (cioè la parte pulsionale della sfera psichica), in quanto tutta la libido è ripiegata sull’individuo. In pratica in questa prima fase per il neonato non esiste altro oltre lui stesso, perché anche ciò che è esterno viene percepito come estensione del proprio Sé.
[ 21 ]. Le forme di apprendimento complesso sono due: l’imprinting e l’imitazione. Il primo è una forma che si realizza in periodi critici, come ad esempio la nascita e serve per sviluppare strategie di sopravvivenza. La figura di riferimento è quella materna, cioè quella verso cui si sviluppa l’attaccamento. E’ limitato a un certo periodo della vita, mentre accade il contrario per l’imitazione che si può realizzare in qualsiasi momento e verso qualsiasi figura sociale. Queste si distinguono dalle forme di apprendimento semplice che non richiedono correlazioni cronologiche con un evento che funga da stimolo: in particolare ci si riferisce all’abitudine e alla sensibilizzazione (Taglietti et al., 1996, pp. 513-518).
[ 22 ]. Cfr. anche Tiemersma, 1994, pp.136-143.
[ 24 ]. Secondo questa teoria durante l’evoluzione non si sono determinati solo i ruoli, ma anche gli stessi corpi hanno agito per differenziare le funzioni tra l’uomo e la donna. In particolare l’esperienza di bellezza viene legata all’ambito della sessualità e dell’attrazione. Un corpo bello attira l’uomo sessualmente e questo suo essere attraente non è dato in virtù delle forme corporee, ma dal potenziale sessuale che queste stesse forme suggeriscono. Questo richiamo viene vissuto a livello inconscio, ma spiega il perché dell’affannosa ricerca della donna nell’essere piacente. L’uomo invece è la figura dominante e si rende attraente per le sue gesta più che per il suo fisico.
[ 25 ]. Non esiste un bello o un brutto in senso assoluto, ma tutto dipende dal gruppo sociale dominante e dalla sua valutazione. Questo spiega perché alcune pratiche di bellezza sono usuali in un Paese, ma non in un altro. Alcune culture puntualizzano l’attenzione sulla taglia e sul peso, come aspetti fondamentali per costruire un corpo attraente.
[ 26 ]. Cambia nel tempo non solo l’ideale di bellezza, ma anche gli atteggiamenti nei confronti del cibo.
Ad esempio per gli antichi greci il corpo bello era quello tonico e sodo ed esisteva un metodo per una valutazione oggettiva: la distanza tra i seni, tra il seno e l’ombelico e tra l’ombelico e la fine del tronco, dovevano essere equivalenti. Se le distanze erano tali, allora il dorso della donna era perfetto.
I romani invece detestavano sia l’obesità che l’eccessiva magrezza. Amavano il cibo, e per fare conciliare le cose, erano soliti trasformare i pasti in abbuffate, liberandosi poi del cibo tramite il vomito. La bulimia era quindi un comportamento socialmente accettato ed usuale. Nel Medioevo l’immagine positiva di donna era quella formosa, dal momento che l’essere donna coincideva con l’essere madre: lo stesso desiderio sessuale era misurato per il valore procreativo.
[ 27 ]. Una serie di figure di questo tipo, vengono descritte da Vandereycken e von Deth nel libro “ Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche” in cui andando alla ricerca delle radici storiche dell’anoressia, si
[ 28 ]. Fabiola De Clercq, raccontando la sua esperienza di anoressia, scrive: “Hai perso il ricordo se mai lo hai avuto di come si viva senza il sintomo”. Questo testimonia come la malattia possa servire al soggetto per sentirsi diverso e separato dagli altri, assorbendo quella che è tutta la sua personalità (1995, p.50).
[ 29 ]. Parlando dell’immagine corporea come concetto si erano specificate le diverse componenti e i diversi
[ 30 ]. Lo “stadio dello specchio” è stato introdotto da Lacan nel 1936. Il bambino a partire dai sei mesi riconosce come sua l’immagine che vi vede riflessa. In questo modo ritrova la sua unità corporea; mentre il suo corpo è ancora soggetto allo spezzettamento percettivo e ad un imperfetto coordinamento motorio, lo sviluppo precoce della funzione visiva permette la percezione della forma umana (cioè il volto dell’altro) e la percezione di se stesso nello specchio (Carlini, 1981, p. 89). Questo stadio corrisponde al periodo dello svezzamento. Questo fenomeno del riconoscimento è doppiamente significativo proprio in virtù del fatto che si rivolge contemporaneamente al sé e all’altro (Lacan, 1966, p. 9)
[ 31 ]. Slade riprende gli studi di H. Bruch che nel 1962 aveva introdotto la distorsione dell’immagine del corpo, come tratto distintivo dell’anoressia nervosa.
[ 32 ]. Cfr. Rosen et al., 1995, pp.263-269.
[ 33 ]. Bonnier era un otologo francese con competenze nel campo fisiologico e neurologico.
[ 34 ]. Scrive Gantheret: “ Il termine somatopsiche indicava l’insieme della componente dell'Io e delle sensazioni di origine interna. Con Pick esso non è tanto il fondamento dell’esistenza corporea, quanto il fondamento stesso della possibilità di movimento e postulando la permanenza della rappresentazione” (Gantheret, 1961, p.41).
[ 35 ]. Cfr. Merleau-Ponty, 1945, p.151.
[ 36 ]. Si usa l’aggettivo “riflesso” in quanto i disturbi si riferiscono al proprio corpo.
[ 37 ]. Gantheret inserisce questo disturbo tra i casi di anosognosia e di asomatognosia, mettendo in evidenza il fatto che il fenomeno compare nel 70-80% dei casi di amputazioni posteriori ai sei anni e mai prima di questa età. Il dato è indice che a quell’età deve essersi fissato qualcosa che prima non c’era e tale fissità impedisce al soggetto di accettare il deficit ( Gantheret, 1961, p.42).
[ 38 ]. Questo rimanda al discorso sulla struttura del cervello e la presenza di una rappresentazione somatotopica a livello cerebrale (homunculus motorio).
[ 40 ]. La cinestesia riguarda la sensibilità relativa al movimento del proprio corpo e dei propri arti. Fornendo informazioni retroattive sui movimenti nel momento stesso in cui accadono, la sensibilità cinestesica pone l’organismo in grado di valutare istantaneamente il rapporto tra i movimenti intenzionali e quelli effettivi per correggere eventuali non corrispondenze tra i primi e i secondi.
[ 41 ]. Le fibre sono disposte in fasci o vie nervose. Sia le cellule che le fibre sono immerse in una matrice di cellule di sostegno che oltre ad adempiere a questa funzione, soddisfa alcune necessità metaboliche delle cellule.
[ 42 ]. Per corteccia sensoriale si intende così la massa complessiva di tutte le aree proiettive sensoriali, mentre per corteccia associativa ci si riferisce al vecchio nome delle regioni che non sono né motorie né sensoriali, in base all’ipotesi che l’associazione degli eventi sensoriali deve avere luogo qui, unitamente ad altre funzioni (Hebb, 1980, p.98).
[ 43 ]. Le aree associative integrano le informazioni provenienti dai vari sensi, e sono responsabili di attività più complesse, come: comprensione e riconoscimento; archiviazione e rievocazione di materiale mnestico; calcolo aritmetico, pensiero decisionale e percezione cosciente delle emozioni.
[ 44 ]. Questa sottolineatura riguarda l’emisfero dominante (sinistro). Nell’emisfero destro c’è un’interpretazione non verbale delle esperienze.
[ 45 ]. Per informazioni elementari, si intendono quelle raccolte dai sensi che sono ancora ad un livello primitivo di interpretazione ed elaborazione.
[ 46 ]. Nella scimmia normale la corteccia visiva è formata da neuroni organizzati in bande (colonne di dominanza oculare) contenenti neuroni attivati dalla stimolazione di un solo occhio. I due occhi proiettano in maniera alterna a queste bande, cosicché l’occhio destro proietta ad una banda, quello sinistro a quella successiva e così via. Se avviene la rimozione, l’occhio rimasto non proietta più a bande alterne, ma in modo diffuso a tutta la corteccia visiva.
[ 47 ]. Il cervelletto riceve informazioni dall’apparato vestibolare, dall’area motoria, dal peduncolo cerebrale e dalle parti periferiche.
[ 48 ]. Smythies afferma che nei circuiti di Papez e nell’ippocampo si raggiunge l’integrazione che riguarda lo stato contingente dell’organismo e i suoi bisogni in modo che sistemi adeguati rappresentanti emozioni e risposte comportamentali adeguate possano essere organizzate alla luce di queste informazioni ed essere inoltrati alla corteccia motoria e ai meccanismi talamici dell’attivazione emotiva e neuroendocrina. Gli schemi più importanti passano nella MLT, mentre gli altri vanno perduti.
[ 49 ]. Si ipotizza che essi siano implicati in un processo di confronto tra i vari schemi corporei. Inoltre le variabili cognitive ed affettive contribuiscono a rendere più stabile l’immagine del corpo (Trimble, 1988).
[ 50 ]. Studi del genere danno inoltre la possibilità di indicare le categorie maggiormente a rischio nello sviluppare distorsioni dell’immagine. In particolare si tratta di: persone con disfunzioni a livello somatosensoriale, a livello delle aree cerebrali ed emisferiche, con alterazioni di tipo cognitivo e/o affettivo nella valutazione dello schema corporeo (Lautenbecher et al., 1993) .
[ 51 ]. L’assenza virtuale di sensazioni durante l’esposizione, enfatizza il ruolo svolto dai fattori cognitivi nell’orientamento. In uno studio Lackner (1992, pp.803-812) aveva mostrato l’illusione dell’inversione del corpo e di un veicolo evocata dall’esposizione in una condizione di assenza di peso che simulava un volo orbitale e parabolico. In assenza di ogni tipo di stimolazione esterna, i soggetti possono avvertire la mancanza dell’attività dei vari sistemi sensoriali per quel che concerne la registrazione del mondo circostante, attività che provvede a fornire la configurazione del corpo e la consapevolezza cognitiva della sua attuale posizione. Il tatto e gli stimoli pressori forniscono un sostituto percettivo dell’informazione visiva. Quando allo stimolo, segue l’immagine, allora l’orientamento apparente è influenzato da una varietà di fattori che includono la direzione di marcia, la struttura del veicolo e la posizione del corpo. La relativa importanza dei vari fattori si modifica con la ripetizione dell’esposizione nell’ambiente.
[ 52 ]. Per quel che riguarda la cura delle fobie, la logica di fondo sta nel presentare al soggetto la situazione che gli crea ansia facendogli decidere a quale grado di intensità vivere tale esperienza. Vengono quindi presentati degli stimoli ansiogeni: si ricrea in un ambiente controllato una situazione che in condizioni reali genererebbe angoscia e perdita di controllo. Il soggetto agisce sui parametri di questo mondo immaginario in base alla tolleranza individuale. In particolare questo trattamento è stato usato per la cura delle seguenti fobie: paura di volare, paura di guidare, paura degli spazi aperti (agorafobia), paura della velocità, paura dell’altezza, paura di parlare in pubblico. Le conclusioni dei vari studi condotti mostrano che le scene di realtà virtuale possono produrre una varietà di sintomi fobici. Le immagini possono inoltre essere integrate da stimoli di tipo tattile e uditivi per aumentare il senso di realtà e permettere una maggiore crescita dell’autostima e capacità di controllo (Strickland et al., 1997, pp.34-39).
[ 53 ]. Cfr. M.M. North, S.M.North, J.R.Coble, Virtual Reality Therapy: An Innovative Paradigm, 1996, IPI, Colorado Springs.
[ 54 ]. L’utilità consiste nella formazione di una maggiore conoscenza del soggetto e della capacità di interagire in ambiente virtuale per ottenere il massimo dei benefici.
[ 55 ]. Occorre che l’ambiente sembri naturale in modo tale che il paziente possa interagire e cogliere delle informazioni che in un contesto naturale non sarebbero notate. Non è la ricostruzione della realtà, ma di un setting terapeutico (Wann et al., 1997, p.49).
[ 56 ]. Generalmente il compito assegnato riguarda il toccare un oggetto.
[ 57 ]. Lo studio è condotto dal centro Auxologico Italiano nel “THE VIRTUAL BODY PROJECT” (http://www.ehto.be/ht_project/vrepar/index.html) .

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Anorexia

...Introducción En este reporte de investigación abordaremos el tema de la anorexia, un trastorno que ha incrementado en una cantidad alarmante durante los últimos años, especialmente en mujeres o niñas que se encuentran en la edad adolescente. En ésta etapa es cuando se empiezan a presentar cambios tanto físicos como hormonales, lo que muchas veces puede llegar a causar confusión e incluso molestia a la persona que los presenta. Teniendo hoy en día a una sociedad que dicta e impone ideales de belleza desarrollados por la industria de la mercadotecnia, los cuales son prácticamente inalcanzables, por ejemplo la promoción de mujeres delgadas y hombres musculosos, y aunando esto a la inconformidad sobre el propio cuerpo anteriormente mencionada, lo cual puede llevar a las adolescentes a distorsionar la imagen y la percepción que tienen de sí mismas, llegando al punto de no aceptar su reflejo frente al espejo, pues se comparan con las figuras que ven en los anuncios, lo que provoca que quieran cambiarlo o “mejorarlo”. Es ahí donde entra en vigor esta enfermedad, comienza con una dieta simple basada en el deseo de bajar de peso, pero poco a poco esta se convierte en cada vez menor ingesta de alimentos, restricción de calorías, ejercicio extremo, todo con la finalidad de alcanzar una meta que va más allá de la realidad. De la misma manera que este trastorno afecta y toma como presa a las mujeres, puede hacerlo con hombres, a pesar de que no sea tan común ese caso, no quiere......

Words: 2172 - Pages: 9

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Anorexia

...COMPARE/CONTRRAST FINAL DRAFT ID 3042422866 Anorexia and Bulimia. There is a strong threat to the health of people, mostly these diseases attack chiefly to young people between 15 and 26 years. Anorexia and bulimia are two eating disorders that are increasingly common in our society; the media have the greatest influence on the decisions of individuals, as well as selling the ideal image of a woman very thin and greatly lowering the self-esteem of young people who see it every day. It is true can have similar consequences but characteristics of each are completely opposite, are diseases that occur primarily in females but also men can suffer it. This document will look for the comparison of the two diseases "anorexia and bulimia" comparing the causes, consequences, characteristics and consequences of both. Currently there is no specific cause which can be attributed either eating disorders, there are many factors that influence each of the diseases some are social and cultural. For bulimia, are the main causes such as dysfunctional families, where the family has never paid adequate attention to the person, and they have a low self-esteem. However, the main reason anorexia is social pressure, the pressure that fashion imposes adolescence to sell as role models really thin women. Women who make others think that this is the perfect body the common 90-60-90 all want to have, but yet cannot all do and that leads them to want to lose weight in any way, drifting the wrong way...

Words: 369 - Pages: 2

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Anorexia

...Eating disorders in America are increasing day by day. More so, the number of children, especially teenagers, with eating disorders is on the rise. As of today, anorexia is the third most common chronic illness among adolescents. It has been found that 95% of those who have eating disorders are between the ages of 12 and 25. (Lewis) The fact that eating disorders are becoming more common could be related to the fact that much pressure from media and peers is being exerted to have an ideal slim body. Issues of acceptance, success, recognition and personal worth are also being associated with the more lean body that society promotes. As a result, many teenagers are victims to eating disorders and with this disease comes sadness, frustration, fear, depression and loneliness (Bardnick) This highlights the need for action to be taken in addressing eating disorders and preventing them from occurring. The relationship of social work with anorexia on the rise is very significant. Schools are the number one place where teens feel the need to fit in and with a social worker being able to communicate with students about anything is extremely beneficial to most. The main approach of social workers in schools has been to counsel the child with their problems and to inform the family of the situation taking place (Morales, Sheafor, Scott 109). In order for the previous step to happen and to enable social workers to do their job, teachers need to make referrals when evident problems are...

Words: 862 - Pages: 4

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Anorexia

...their bodies and themselves. As girls reach a certain age, they begin to look at their bodies differently and want to see a change. These girls will try anything like dieting, diet pills, or even starving themselves to see this change, but the emotional and physical effects are never thought of when trying to lose weight a certain way. Average sized people should be portrayed more in the media because of the medias impact on body image perception of young women. Anorexia is a disease that involves unusual eating habits and self-starvation. The people who are affected are mostly young women, but people of either gender can become anorexic at any age. The most common cases of anorexia are found in young females, athletes, and people portrayed in the media. There are many physical effects that an anorexic person will experience. Weak bones are a common negative effect which really hurts an athlete. Hair loss and skin discoloration are other effects that effect both men and women. Other diseases can result from anorexia such as anemia or heart disease. All eating disorders have physical effects that are not portrayed from the media. There are also emotional effects that take a toll on people that have an eating disorder. Many people start to feel depressed. After a while, they actually can be diagnosed with depression by a doctor. Another effect is guilt for any reason. If a person begins to eat...

Words: 1094 - Pages: 5

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Anorexia

...Anorexia Nervosa Anorexia Nervosa is a widespread disease that many men and women are dealing with in their lives. It has affected an increasingly large number of people, especially young women. Categorized as a psychological disorder, many people assume that weight must be controlled in order to feel accepted in society. How is this disorder gaining popularity with its life-threating consequences and severe side effects? Is there any real way to fix Anorexia or will it always be part of a vicious cycle in today’s society? Anorexia Nervosa is a type of eating disorder that affects approximately 95% of teenage females (medicinenet.com). People who have anorexia have an intense fear of gaining weight, therefore, limiting the amount of food they eat (webmed.com). It is a way of using food or starving oneself to feel more in control of their life and to ease tension, anger, and anxiety (womenshealth.gov). A person with anorexia often begins dieting to lose weight. Over time the weight loss becomes a sign of mastery and control (medicinenet.com). The individual continues the ongoing cycle of restrictive eating, accompanied by excessive exercising or the overuse of diet pills to induce loss of appetite, or diuretics, or laxatives in order to reduce body weight, often to the point close to starvation in order to feel a sense of control over her body (medicinenet.com). Anorexics lives become focused on controlling their weight (womenshealth.gov). There is no single known cause of...

Words: 1068 - Pages: 5