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Appunti Di Economia Industriale

In: Business and Management

Submitted By francescoselle
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RIASSUNTO DI APPUNTI DI ECONOMIA INDUSTRIALE

Capitolo 2; Mercato e gerarchia

Ronald Coase nel 1937 effettuò una ricerca sulla ragione che spinge i soggetti a preferire l’impresa al mercato, , intesi entrambi come modi alternativi di organizzazione dell’impresa. L’impresa ha nell’imprenditore e nella gerarchia lo strumento di coordinamento e allocazione delle risorse, mentre il mercato fa perno sul sistema dei prezzi.
Secondo questa teoria, alle imprese converrebbe internalizzare ogni parte produttiva fino a quando i costi marginali che ne deriverebbero eguaglieranno quelli di esternalizzazione, dopo di che l’outsourcing diventerebbe la formula con più benefici.

COSTI DI TRANSAZIONE: una transazione ha luogo quando tra due o più soggetti si ha uno scambio di beni, presenta tre presupposti; l’oggetto, le parti e la struttura organizzativa.
La struttura organizzativa rappresenta l’ordine organizzativo e contrattuale della transazione, l’ordine contrattuale rappresenta l’ambito giuridico entro i quali la transazione viene perfezionata, mentre l’ambito organizzativo rappresenta piuttosto le risorse impiegate per la negoziazione.
Non a caso l’efficienza della giustizia costituisce un prerequisito essenziale per lo sviluppo degli scambi, si può definire quindi che un minor costo di transizione può essere dovuto a una maggior efficienza della giustizia.
L’obbiettivo della struttura organizzativa è quella di ridurre l’incertezza tra le parti, favorendo la stabilità e l’armonizzazione nel tempo dei loro rapporti sociali

I costi di transizione sono definibili come quei costi che le parti devono sostenere per concludere e perfezionare una transazione o scambio sul mercato.

I costi di transazione si dividono in due categorie; costi ex ante, sostenuti per negoziare e attivare la transazione, e i costi ex post ovvero quelli sostenuti per controllare e imporre la corretta esecuzione del contratto.

Oliver Williamson ha elaborato una prima classificazione dei costi di transazione: 1. Costi di intermediazione finanziaria 2. Spese per ricerche di marketing 3. Tempo necessario per conoscere il mercato degli approvvigionamenti 4. Simmetrica conoscenza sul funzionamento dei mercati di vendita 5. Costi legali
Pertanto i costi totali sono costituiti dai normali costi di produzione più i costi di transazione richiesti dagli scambi di mercato.

Secondo lo stesso Williamson esistono 4 assunzioni che stanno alla base dell’insorgere dei costi di transazione: A. I soggetti economici operano in condizioni di razionalità limitata B. Sussistono asimmetrie informative C. I soggetti economici sono propensi per loro natura a comportamenti opportunistici D. Le transazioni manifestano dimensioni critiche.(in funzione dell’intensità con cui si manifestano e del modo in cui si combinano).
Williamson afferma poi che le dimensioni principali rispetto alle quali le transazioni differiscono sono la specificità degli investimenti, l’incertezza e la frequenza.

SPECIFICITA’DELLE RISORSE
Con speficità delle risorse si intende la natura più o meno specifica, ovvero più o meno reversibile delle risorse impegnate per la produzione, lo scambio e l’impiego di un bene.
Espresso da diverse variabili: * Localizzative; ovvero la localizzazione geografica delle attività produttive o di consumo, fattore molto importante nel perfezionamento della transazione, pensiamo a un gasdotto, il valore di questo sarebbe nullo se la transazione non andasse a buon fine. * Assets fisici; impianti necessari per produrre, trasportare, utilizzare un determinato bene non altrimenti sostituibile, si pensi a una raffineria di greggio, se non ci fosse il greggio necessario, sarebbe un investimento inutile * Assets umani; risorse umane con elevato tasso di specializzazione pienamente sfruttabile solo in determinate attività, ad esempio l’abbandono del nucleare in Italia ha portato a alla cancellazione di parte della conoscenza sulla materia.
Alla differenza tra costi variabili e costi fissi va aggiunta, quando si parla di contratti, un'altra distinzione; quella tra capitali riutilizzabili e capitali non riutilizzabili.
È più probabile che un capitale riutilizzabile abbia scarsa specificità, e pertanto è opportuno dire che i beni che non presentano particolari specificità comportano meno rischi, il mercato può così raggiungere una più efficiente configurazione organizzativa; “dove fornitori ed acquirenti senza volto si incontrano e in un istante si scambiano beni standardizzati ai prezzi di equilibrio”.

Sorgono invece problemi di non trasferibilità quando l’identità specifica delle parti ha importanti conseguenze sulla distribuzione dei costi. Le TRANSAZIONI IDIOSINCRATICHE, sono quelle transazioni dove l’identità delle parti assume rilevanza a partire dall’istante iniziale; quando un acquirente o un venditore induce un fornitore od un cliente, ad investire in capitale di carattere specifico.

Quando vi sono transazione idiosincratiche significa che il valore di questo capitale in altri impieghi è molto più basso e le parti sono vincolate alla transazione in una mistura altamente significativa.

La specificità dei beni una volta che l’investimento sia stato effettuato conferisce alla controparte un potere negoziale talmente forte, ed il rischio connesso così elevato, da rendere la via dell’integrazione verticale come l’organizzazione economica più conveniente.

<<IL dilemma posto da un contratto a lungo termine è questo: al fine di evitare che le parti rimaste indipendenti interpretino le ambiguità contrattuali a proprio esclusivo vantaggio, e dal momento che queste disparità di vedute possono essere appianate solo con dispute interne se non, in ultima istanza, ricorrendo al giudizio di un tribunale, le contingenze rilevanti ai fini dello scambio dovrebbero essere specificate esaustivamente. Ma una specificazione esaustiva, ammesso che sia possibile è di per se costosa.>> Cit. Williamson

Con l’accumularsi dell’esperienza, si sviluppano linguaggi specializzati e le sfumature vengono segnalate e percepite con precisione dalle parti. Ciò accresce la capacità di risolvere problemi senza formalizzazioni burocratiche e ritardi. Si sviluppano così legami di fiducia sia a livello personale che istituzionale poiché gli individui responsabili degli aggiustamenti apportati alla relazione sono coinvolti dal punto di vista personale, oltre che quello organizzativo.
A parità di altri fattori, le relazioni di scambio idiosincratiche basate su rapporti di fiducia saranno in grado di superare maggiori stress e mostreranno una maggiore adattabilità agli eventi esterni.

L’alta specificità delle risorse una struttura di controllo della relazione complessa, se per caso la fiducia o il controllo della relazione non fossero sufficienti si verificherà un calo della propensione ad investire.

Il fatto che da anni si stia applicando processi di liberalizzazione a molte industrie, ha costretto queste a procedere a una disintegrazione forzata deseNl loro assetto organizzativo, facendo lievitare i costi di transazione ed accresciuto notevolmente i rischi di investimento ad elevato impiego di risorse specifiche. Causando una riduzione degli investimenti in una misura resa ancora più acuta dalla minor propensione dei privati ad imbarcarsi in investimenti con lunghi tempi di rientro.

Una delle conseguenze più traumatiche ella disintegrazione forzata e della minor propensione ad investire la si è esemplarmente osservata nell’industria elettrica; ove il coordinamento delle decisioni, difficilmente perseguibile per via contrattuale, aveva spinto le imprese a preferire tradizionalmente la via gerarchica a quella del mercato. Ebbene la sostituzione forzata di questa con un mercato tutto da costruire, ha prodotto in Italia come conseguenza, da un lato, una drammatica riduzione degli investimenti da parte dell’ex monopolista ENEL e dall’altra un crescente scollegamento delle decisioni dei singoli soggetti che interagiscono nel sistema elettrico.

L’INCERTEZZA
Cose scrive che senza incertezza sembra alquanto improbabile l’emergere dell’impresa; l’incertezza è riconducibile a più ordini di ragioni: * Il possibile modificarsi di condizioni esterne, * Eventi realisticamente non prevedibili al momento della conclusione del contratto * Errata informazione * Asimmetrie informative * Moral hazard * Adverse selection * Il comportamento opportunistico delle parti * L’interdipendenza decisionale
I costi dell’incertezza sono tanto elevati quanto sono maggiori i costi idiosincratici.
I rimedi pertanto sono due: 1. Sacrificare preziose caratteristiche progettuali in favore di un bene standardizzato 2. Preservare il progetto, avvolgendo la transazione entro un apparato di controllo

Tale apparato sarà tanto più complesso se ci si troverà in presenza di transazioni occasionali, nel caso fossero ricorrenti il costo di transazione sarà minore.

FREQUENZA
Con frequenza si intende il grado di ripetitività di una transazione. In generale si ha una maggiore convenienza ad interiorizzare l’attività quanto è maggiore la frequenza.
COSTI DI TRANSAZIONE E MODELLI ORGANIZZATIVI
Le due soluzioni estreme di modello organizzativo scelto in seguito ai costi di transazione sono il MERCATO e la GERARCHIA. | | SPECIFICITà | | | Non specifica | Mista | Specifica | FREQUENZA | Occasionale | Acquisto macchinario standard(MERCATO) | Acquisto macchinario con alcune modifiche (ACCORDO) | Acquisto macchinario interamente specifico(ACCORDO) | | Ricorrente | Acquisto imput intermedi standard(MERCATO/ACCORDO) | Acquisto input intermedi con specifiche modifiche(ACCORDO/CENTRALIZZAZIONE) | Acquisto input molto specializzati(INTEGRAZIONE/GERARCHIA) |

Una matrice con due livelli di frequenza e tre livelli di spesa a cui corrispondono altrettanti modelli organizzativi che minimizzano i costi di transazione (MERCATO ACCORDO E GERARCHIA), può dimostrare che all’aumento della specificità delle risorse e della frequenza delle transazioni, aumenta la convenienza a ridurre il ricorso al mercato in favore di accordi e gerarchie.
Al contrario in presenza di transazioni ricorrenti e con scarso impiego di risorse specifiche il ricorso al mercato è la soluzione più conveniente.

WILLIAMSON divide il mondo dei contratti in quattro categorie; in funzione del modo in cui si combinano i fattori che originano i costi di transazione: 1. In presenza di razionalità illimitata, pur se in presenza di opportunismo e specificità delle risorse, in tal caso si avrebbe una perfetta negoziazione, Williamson parla di mondo di pianificazione. 2. In assenza di opportunismo seppur in presenza di razionalità limitata e specificità delle risorse. Le parti si comporterebbero sempre e comunque in modo leale, e si otterrebbe un mondo dove si avranno nient’altro che guadagni onesti al momento del rinnovo dei contratti. 3. Il terzo mondo è quello della concorrenza, quando non vi sia specificità alcuna del capitale e delle altre risorse impiegate e quando le parti coinvolte non abbiano interesse continuato alla propria identità reciproca. La contrattazione sarebbe efficace e i mercati perfettamente contendibili. 4. Coesistono tutte e tre le determinanti dei costi di transazione, è sempre secondo Williamson, quello del “controllo privato “ in cui la pianificazione è necessariamente incompleta.

COSTI DI TRANSAZIONE E TEORIA DELL’IMPRESA
La teoria di Coase ed i successivi sviluppi hanno fornito un diverso paradigma della teoria dell’impresa: quello Contrattuale.
Nel paradigma contrattuale l’impresa: * Nasce come organizzazione, che in alternativa al mercato, effettua transazioni all’interno di un preciso schema gerarchico e sotto una ben precisa unità di comando * Alla mano invisibile della concorrenza e del mercato si sostituisce la mano “visibile” del comando in un sistema organizzativo che fa perno su una struttura gerarchica. * L’impresa è quindi anche un organismo sociale verticalmente integrato che realizza al proprio interno scambi di beni e servizi non regolati dalle leggi del mercato, ma da principi di comando e di controllo, riducendo drasticamente i costi di informazione e di transazione per la produzione di un bene.
Le moderne economie sono dominate da due istituzioni; imprese e mercato, l’espandersi di una riduce l’altra e viceversa.
L’analisi dei costi di transazione porta ad acquisire informazioni riguardanti: a) Make or buy b) Come posizionarsi sul mercato a. Tipologie di contratto, a breve/a lungo b. Tipologie di relazioni con altre imprese.

Capitolo 3; Dimensione, Efficienza, Mercato.

UN RICHIAMO ALL’ANALISI DEI COSTI
Il calcolo contabile mira a registrare in modo sistematico lo svolgersi dell’attività produttiva; così come consegue da tutte le circostanze sia eccezionali che normali, che su di essa hanno influito.
Il calcolo economico libera dalla situazione effettiva della gestione aziendale quelle circostanze che possono considerarsi eccezionali, e che non sono intimamente connaturate allo svolgimento del processo produttivo.
Lo scarto tra i dati contabili ed economici stanno ad indicare di conseguenza lo scostamento che si registra tra gestione ancorata a parametri di razionalità e di normalità ed una gestione effettive e conseguente a circostanze del tutto accidentali nell’ andamento.
Il calcolo economico è un complesso di determinazioni quantitative tipicamente ex-ante, mentre quello contabile ex-post.
Le valutazioni di convenienza economica si riferiscono a scelte tra loro alternative; in particolare make or buy.

FUNZIONI DI COSTO DI BREVE PERIODO

ANALISI MARGINALE E ANALISI MODERNA DEI COSTI.
L’analisi moderna delle funzioni di costo, definite come la variazione dei costi di produzione al solo variare della quantità prodotta, è pervenuta a conclusioni sostanzialmente diverse da quelle dell’analisi marginale.
Due sono gli elementi innovativi che la moderna “cost output anlysis”, forte di amie dimostranze empiriche, ha introdotto (come si vede nei grafici sotto): 1. Invarianza nel breve periodo della produttività dei fattori variabili; almeno per un largo tratto della curva di offerta e, quindi, invarianza della curva dei costi marginali. 2. Andamento continuamente decrescete dei costi medi totali di produzione sino al punto di massimo sfruttamento normale della capacità produttiva.

Graficamente la funzione dei costi totali di breve periodo avrà l’andamento descritto qui sotto, ottenuta la sommatoria verticale dei costi fissi totali e dei costi variabili totali, dati dal prodotto tra costo variabile unitario, supposto costante, e quantità prodotta X. La retta dei costi totali partirà da un’intercetta sull’asse delle ordinate pari all’ammontare dei costi fissi (K) e avrà la pendenza del parametro v costante.

I Costi medi totali, ottenuti rapportando al costo totale (CT) la quantità prodotta X, osserveranno, all’aumentare di questa, un andamento a “L” continuamente decrescente; quale sommatoria verticale del costo fisso unitario (K/X), decrescente all’aumentare della produzione, e del costo variabile unitario, rappresentato da una retta parallela all’asse delle ascisse.

Questi modelli presentano alcune semplificazioni: 1. Vi è perfetta continuità nell’incremento dei fattori variabili all’incremento della produzione; essendo le quantità dei fattori variabili discrete e in continuo mutamento le funzioni di costo non dovrebbero avere un andamento lineare. 2. La riduzione continua dei costi è valida solo entro i limiti della massima utilizzazione normale degli impianti (80-90%). Può ritenersi che oltre tale livello i costi unitari osservino un andamento crescente in ragione della maggior usura degli impianti.
Queste semplificazioni non cambiano il concetto elaborato dall’analisi moderna che l’impresa, una volta realizzata la sua dotazione impiantistica, ha di fronte a se una curva continuamente decrescente dei costi medi.

Questo significa che l’impresa non ha un vincolo endogeno alla massimizzazione della sua produzione, dato appunto dall’andamento ad U dei suoi costi, ma semmai dalla convenienza a sfruttare al massimo la sua capacità produttiva.
Le analisi dimostrano che questo è vero sia nel breve periodo che nel lungo, e l’incentivo alla crescita ha enorme peso sulle forme di mercato.

Nella teoria neoclassica le imprese avevano un intrinseca convenienza a non spingere la produzione al di là del livello che minimizzava i costi, ben inferiore al massimo potenziale di output. La conseguenza di ciò era che i mercati di ogni bene sarebbero stati popolati da un gran numero di imprese; ciascuna con un livello di output irrilevante rispetto all’offerta globale.

Nella teoria moderna, le imprese hanno, al contrario, un incentivo alla crescita produttiva e dimensionale, almeno sino al punto in cui essa non incontri un vincolo in diseconomie interne di tipo organizzativo o nel confronto con i costi di transazione.

Le dinamiche reali testimoniano, comunque come la propensione naturale delle imprese sia verso la crescita e come la forma dei mercati abbia sempre più teso ad allontanarsi dalle condizioni ideali di concorrenza perfetto verso assetti oligopolistici.

ANDAMENTO AD “L” DEI COSTI MEDI
Secondo le analisi svolte circa a metà del XX secolo, le imprese non ragionavano in termini di costi marginali, ma in termini di costi medi e soprattutto di costi diretti.

Veniva infatti applicata la regola del “pollice” o full costing che Hitch e Hall nel 1939 riassumono così: “viene preso come base il costo primo unitario, vengono aggiunte una percentuale per cprire il costo fisso ed un ulteriore percentuale convenzionale per il profitto”.

Tre sono i sinteticamente i principali punti della critica che alla teoria dei costi sarebbe stata mossa. 1. Il costo marginale è costante 2. I limiti operativi dell’analisi marginale; impediscono nella pratica aziendale quei calcoli di ottimalità ai margini che presuppone la teoria marginale. 3. Semplificazione della realtà produttiva a. Molteplicità delle produzioni (aziende multiprodotto) b. Multidimensionalità della produzione; esistono molte produzioni e molte dimensioni della produzione c. Molteplicità di fattori che influenzano i costi al di là del livello di produzione; quali dimensioni dei lotti, turn over….

L’invarianza dei costi marginali di breve periodo può essere in teoria spiegata soprattutto da tre condizioni tecniche della moderna produzione: 1) Segmentazione degli impianti; il capitale fisso è segmentabile anche se in modo diverso da caso a caso.
La possibilità di segmentare il capitale dipende da tre principali fattori; * Natura tecnica degli impianti * Capacità manageriale * Contratti di lavoro 2) Limitata sostituibilità dei fattori varabili ai fissi; nel breve periodo i fattori variabili posso limitatamente sostituirsi a quelli fissi. 3) Limitata sostituibilità dei fattori variabili; per ogni processo produttivo il mix dei servizi dei fattori produttivi è fissato dalla tecnologia e dalle procedure operative standard.

LE ECONOMIE DI SCALA

Nel corso del XX secolo si è diffusa la curiosità scientifica di verificare l’esistenza di una diretta correlazione tra dimensione ed efficienza. Dall’altro lato vi era la preoccupazione politica sugli effetti che ne sarebbero potuti derivare in termini di potere di mercato, libertà economica equilibrio sulle decisioni pubbliche.

Joe Bain nel 1954 riapre il confronto di opinioni sull’argomento con la prima verifica empirica diretta. La metodologia della ricerca è molto articolata così come innovativo è l’impianto teorico da cui muove.
L’opzione di base è duplice; 1) Che la relazione dimensione efficienza non possa che essere analizzata e scomposta in riferimento alle diverse funzioni in cui si articola l’attività aziendale (tecnico, commerciale, finanziario, organizzativo..) 2) Che la valutazione di sintesi delle economie di scala a livello di impresa sia la risultante composita di queste diverse funzioni parziali ottenute attraverso la loro sovrapposizione.

DEFINIZIONE
“Le economie di scala sono definite come riduzione nei costi medi totali di produzione di un bene o di un servizio all’aumentare delle dimensioni della capacità produttiva”

Le economie di scala determinano, nel lungo periodo, la forma della curva del costo medio, mentre la C

La qui sopra rappresentata curva delle economie di scala riflette una duplice condizione di ottimalità: * Minor costo di produzione di ogni livello di dimensione produttiva; tra le n possibilità che sono offerte sul mercato nell’ambito, comunque, di una medesima tecnologia. Ogni punto sulla curva delle economie di scala rappresenta in altri termini, il minimo tra le n soluzioni che in teoria potrebbero adottarsi. * Massimo utilizzo della capacità produttiva prescelta; ogni punto sulla curva delle economie di scala rappresenta in altri termini il minimo della curva di costo di breve periodo relativa ad ogni livello di capacità. Le risorse vengono quindi sfruttate al meglio delle loro potenzialità.

Il suo andamento è prima decrescente fino a raggiungere un punto di minimo che individua la Dimensione Ottima Minima (DOM); il livello di dom ha rilevanza per se e in relazione alla estensione assoluta del mercato. Questa rappresenta una barriera all’entrata per le imprese che intendano operare in un’industria. Se l’entrata avviene ad una dimensione produttiva inferiore a quella minima ottima il newcomer si troverà a sopportare uno svantaggio competitivo nei confronti degli incombenti che siano in grado di disporne, tanto più rilevante quanto maggiore è la pendenza della curva delle economie di scala.
Un livello di dimensione pari o superiore alla dom comporterà comunque un onere di investimento tanto più elevato quanto più elevato è l’effetto scala.
La dom assume poi rilevanza in relazione all’estensione del mercato, perché ne condiziona il grado di concentrazione, in quanto più il mercato è ristretto minor spazio vi è a parità di dom, per una pluralità di imprese e viceversa. Tanto più la domanda aumenta più si riduce per contro la concentrazione e più aumenta la concorrenza e di qui l’efficienza.

ORIGINE, NATURA, TIPOLOGIE
L’origine delle economie di scala può ricondursi a due determinanti fondamentali; * Indivisibilità di alcuni fattori produttivi; essi risultano sempre disponibili in quantità discrete, con il fatto che essi si combinano in rapporti fissi fa si che l’utilizzazione ottima possa essere raggiunta solo se l’aggregato della produzione è sufficientemente grande: cioè se il livello di output è tale da permettere una piena utilizzazione dei fattori produttivi * Non proporzionalità nell’utilizzo dei fattori produttivi; all’aumento della scala produttiva, l’impiego unitario dei fattori produttivi necessari alla loro costruzione aumenta in misura meno che proporzionale: derivandone un calo dei suoi costi unitari
Le economie di scala possono poi ripartirsi per quanto concerne la loro natura in due categorie; Reali e pecuniarie.
Reali si intendono quelle economie che conseguono a riduzioni nell’impiego fisico di fattori produttivi per ogni unità di prodotto, esse riflettono quindi riduzioni del coefficiente tecnico di produzione (Q/X); quantità fisica del fattore impiegata per ogni unità di output.
Pecuniarie si intendono le economie di scala che conseguono a riduzioni nei prezzi di acquisto dei fattori produttivi resi possibili dall’aumento della dimensione delle quantità acquistate.

Molto spesso le economie di scala di tipo reale si combinano con quelle pecuniarie; consentendo effetti di scala con conseguente riduzione più che proporzionale dei costi unitari.

ECONOMIE DI PRODOTTO SPECIFICO
Le economie di prodotto specifico sono collegate al complessivo volume realizzato del singolo prodotto e non alla dimensione dell’impianto con cui lo si è ottenuto.
L’aumento della complessiva produzione di un bene consente di: * Trasformare l’intero processo produttivo dai metodi artigianali a quelli industriali, conseguendo miglioramenti di efficienza tramite una puntuale divisione del lavoro, * Ripartire su base più ambia i costi di messa a punto delle macchine * Migliorare l’efficienza della manodopera; learning by doing.
I miglioramenti della produttività che si osservano nell’impiego die fattori specie riguardo al fattore lavoro avvengono generalmente con maggiore intensità nei primi anni di produzione di un nuovo bene, anche se tendono a mantenersi nel tempo pur se con andamenti decrescenti.

Le funzioni si riconducono a: * Aumento della produttività del lavoro * Migliore capacità manageriale * Possibilità delle unità di progettazione di apportare migliorie negli impianti utilizzati * Maggiore efficienza dei fornitori

Elemento caratterizzante è l’informazione; acquisizione nel tempo di abilità grazie alla pratica sta alla vase della superiore efficienza che Adam Smith connette alla divisione del lavoro.

Quali sono gli effetti delle economie di prodotto specifico sulla struttura del mercato? Esiste certamente un’importante serie di prodotti per i quali la domanda è così limitata e/o le economie di produzione specifica così imporanti che quote assai consistenti della domanda gloale possono essere soddisfatte da un solo produttore.

ECONOMIE DI IMPIANTO SPECIFICO
Haldi e Whitcomb in un analisi empirico da loro condotta adottano il seguente schema di analisi:

1) Costo di singole unità; per numerosi macchinari e attrezzature un aumento nella capacità produttiva non richiede un aumento proporzionale nell’impiego di materiale e di lavoro necessari alla loro fabbricazione. Per il verificarsi di due fenomeni: a. Indivisibilità che caratterizzano le moderne tecniche di produzione, e che le rendono profittevoli solo una volta raggiunte una certa scala b. Particolari relazioni tecnico geometriche che collegano gli input richiesti
Questi tipi di economie sono importanti soprattutto nelle cosiddette “industrie di lavorazione”, i metodi di produzioneutilizzati in queste industrie includono macchinari e impianti speciali. I costi della manodopera e dei materiali necessari per la loro costruzione sono proporzionali alla loro superficie mentre la capacità produttiva varia in proporzione al loro volume.
Questa regola è indicata come “regola del fattore scala 0.6”; in quanto; C1=C0*(Q1/Q0)^0.6
Dove:
C1=costo unitario dell’impianto maggiore
C0=costo unitario dell’impianto minore
Q0=capacità produttiva dell’impianto minore
Q1=capacità produttiva dell’impianto maggiore

2) Costo di interi impianti; se non si vuole considerare la possibilità di replicare gli impianti, gli ingegneri possono aumentare la capacità in due modi: c. Espandendo in modo uniforme le dimensioni di tutte le attrezzature d. Eliminando i “colli di bottiglia”.
In sostanza se ci sono indivisibilità nelle singole componenti di un impianto, si potranno conseguire rilevanti economie di scala quando la produzione sia in grado di raggiungere un livello tale da consentire il pieno utilizzo della capacità di ciascun componente.
Tutte le economie di scala sono realizzate in corrispondenza del minimo comune multiplo della dimensione ottima dei diversi machinari.
Si ha un bilanciamento ottimale sotto il profilo dei costi quando tutte le macchine sono completamente sature, cioè lavorano al massimo della loro capacità.

Un modo alternativo per ottenere il medesimo risultato con livelli di produzione inferiori è quello di scorporare la fase lavorativa che più sospinge verso l’alto il vincolo di produzione più efficiente.
Attraverso tale scorporo si raggiungerebbero più risultati; * Si abbasserebbe la soglia ottimale produttiva * Si ridurrebbe l’impegno di capitale * Si favorirebbe una maggior specializzazione dell’unità esterna nella lavorazione decentrata * Si consentirebbe a questa di operare sul mercato anche per altre imprese.

È attraverso tale strategia di decentramento produttivo che le grandi imprese hanno reagito alla grave crisi economica degli anni settanta. Tale strategia ha trovato in Italia particolare alimento e successo per la straordinaria presenza e vitalità del sistema delle piccole e medie imprese.

EFFETTI DELLE ECONOMIE DI SCALA
L’ing Bain è andato a studiare se l’efficienza produttiva è raggiungibile solo a spese di un elevata concentrazione; ed è pervenuto alle seguenti conclusioni: * La quota del mercato nazionale coperta da un singolo impianto efficiente in alcuni casi è sufficiente in altri no a spiegare un’elevata concentrazione delle imprese. * Il quadro si modifica significativamente se si fa riferimento anziché al mercato nazionale, ai sottomercati locali: in questo caso economie d’impianti tali da giustificare un alta concentrazione sono presenti in oltre la metà dei casi e quindi l’elevata concentrazione di impianti e imprese è incoraggiata dalla tecnologia. L’importanza delle economie di impianto risulta quindi accresciuta considerevolmente nei sottomercati locali rispetto al mercato nazionale.

Ma quale sarà la relazione fra dimensione profittabilità e crescita? * La mancanza di univoche conferme circa l’esistenza di precise correlazioni tra dimensioni, redditività, tassi di crescita, non implica la negazione di una relazione funzionale tra dimensione e minimizzazione dei costi, ma il riconoscimento che costi più bassi non comportano sistematicamente ed automaticamente anche tassi di profitto e di crescita più elevati. * All’aumentare delle dimensioni delle imprese diminuisce la probabilità della loro mortalità e la variabilità nei loro tassi di profitto e crescita * Le maggiori imprese possono contare su una maggiore certezza e continuità nel lungo periodo di redditività e di crescita.

Si può allora concludere che le grandi dimensioni non solo assicurano minori costi produttivi, ma offrono una maggiore sicurezza di sopravvivenza e di perseguimento di soddisfacenti, tassi di profitto e di crescita.

Un aumento della dimensione determina infatti un innalzamento dei costi totali e conseguentemente uno spostamento a destra del punto di pareggio.
L’impresa si trova perciò costretta ad assicurarsi un più elevato e stabile volume di vendite. Solo agendo simmetricamente sul versante della domanda, questo punto di pareggio può positivamente ridursi con relativo spostamento della curva dei ricavi totali e break even raggiunto con un output minore dei precedenti.

ECONOMIE DI VARIETA’

Le economie di varietà, dette anche di scopo o di gamma, sono economie di costo che risultano dalla produzione congiunta di differenti prodotti all’interno di un'unica impresa possono risultare fonti di efficienza. Da qui trae in larga parte ragione la strategia di diversificazione delle imprese multi prodotto. Si hanno quindi economie di varietà quando il costo totale della produzione congiunta dei due prodotti è minore della somma dei costi totali sostenuti producendoli separatamente.

Con grado di economia di varietà si intende la percentuale di incremento dei costi totali che risulterebbe da una separazione della produzione in diverse linee, piuttosto che eseguirle congiuntamente.

La motivazione dell’esistenza delle economie di varietà è quella di “joint production”, secondo cui una produzione congiunta sorge per disponibilità di uno o più fattori produttivi assimilabili a public inputs.

“Le economie di scopo nascono a causa degli input che sono comuni e che vengono utilizzati completamente senza una saturazione completa. I fattori comuni possono risultare imperfettamente divisibili, cosicchè la produzione di un sottoinsieme di beni lascia un eccesso di capacità in alcuni stadi del processo produttivo” cit. Willing”.

Due sono le tipologie di fattori da cui originano le economia di varietà; la conoscenza ed i beni indivisibili.

La conoscenza o know how è il classico fattore che può trovare applicazioni molteplici ad un costo di diffuzione all’interno di un ‘impresa minore di quello che si avrebbe facendo ricorso al mercato, sempre che sia data la possibilità di acquisirlo.
Una seconda motivazione è data dall’esistnza di indivisibilità negli input; quasi ogni impresa produce un range di prodotti differenti grazie ad economie largamente consistenti nel fatto che i differenti prodotti richiedono sostanzialmente gli stessi costi amministrativi.

DAL FORDISMO ALLA FLESSIBILITA’

Nei primi anni del 1900 prende ad affermarsi negli stati uniti il modello fordista di produzione; da cui nasce la moderna industria e su cui fonda la più grande fase di sviluppo dell’economia mondiale, un modello organizzativo fondato su 4 aspetti; a) Grandi produzioni di massa standardizzate b) Centralizzazione gerarchica c) Rigidità e ripetitività dei flussi d) Integrazione verticale ed orrizzontale delle imprese produttrici e) Gestione scientifica della divisione del lavoro teorizzata da Taylor.
Il processo di meccanizzazione ha garantito stabilità dell’ambiente produttivo, e dando vita a miglioramenti di produttività per mezzo della specializzazione dei compiti, standardizzazione dei prodotti e di ogni suo specifico componente. In un siffatto contesto industriale l’impresa ottiene le migliori condizioni di efficienza e di produttività limitando la varietà dei processi e dei prodotti e dimensionando i quantitativi di produzione su grandi lotti e su prolungati processi produttivi.

SPECIALIZZAZIONE FLESSIBILE
In seguito alle crisi economiche degli anni 70 mutano drasticamente i presupposti su cui il mercato e quindi le imprese si basavano, le ragioni sono di varia natura; * Drastica riduzione dei tassi di crescita delle economie industrializzate e maggiore incertezza sulle loro dinamiche, * Relativa saturazione nei paesi industrializzati dei mercati di consumo a cui le produzioni di massa si rivolgevano, * Emergere, per il cambiamento degli stili di vita, di una domanda di beni differenziata e personalizzata. * Aumento della pressione concorrenziale per effetto della crescente integrazione internazionale dei mercati * Diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione * Riduzione dell’importanza del capitale fisico rispetto a quello umano.

Due le risposte strategiche su cui si impernia molto del confronto competitivo tra le imprese e della loro capacità imprenditoriale: * della specializzazione flessibile, * capace grazie all’impiego di macchine utensili a controllo numerico computerizzato di realizzare produzioni su piccola scala sia strumentali che finali, destinate a segmenti particolari del mercato, facilmente e rapidamente riadattabili al mutare delle condizioni esterne della domanda * la grande imprese riescono così a preservare efficienza sui costi disancorandolo alla rigidità che comportava produrre vasti lotti. * La dimensione risulta premiante su altri ambiti; commerciale finanziario amministrativo e di ricerca * Nell’ambito produttivo prevalgono le economie di scopo; vale a dire lo sfruttamento di grandi impianti a tecnologia flessibile per la produzione di beni destinati a molti mercati relativaemente piccoli o segmentati * del decentramento produttivo.

La flessibilizzazione dei processi produttivi modifica la dimensione minima necessaria per mantenere una adeguato livello di efficienza e di competitività. Maggiore è la flessibilità e minori sono i costi d’uso del mercato, minore è la dimensione minima efficiente.
La specializzazione flessibile modifica in conclusione anche il contesto competitivo entro cui le imprese operano: allentando le barriere all’entrata che prima limitavano la concorrenza effettiva e potenziale.

DECENTRAMENTO E DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA
La seconda risposta strategica che emerge dalla crisi del fordismo è la disarticolazione dei processi produttivi, attraverso il decentramento all’esterno dell’impresa di intere fasi produttive o di singole lavorazioni ed il mantenimento al suo interno di quelle strategicamente più rilevanti.

Il passaggio dall’organizzazione fordista alla tecnologia flessibile e di qui alla specializzazione flessibile individua modelli organizzativi non univoci, in generale: * alla grande dimensione nelle funzioni strategiche che restano interne all’impresa si associa il decentramento esterno di funzioni operative o ausiliari * la strategia dei first movers tende a muoversi verso le seguenti linee strategiche; riduzione della catena gerarchica, esternalizzazione di attività sia manufatturiere che dei servizi; riduzione dell’integrazione verticale; riduzione dei flussi e dei tempi lavorativi con produzioni just in time. * Valorizzazione delle piccole imprese ad elevata specializzazione e qualità con cui la grande impresa stringe rapporti cooperativi.

I modelli di produzione post fordisti assegnano, in tal modo un nuovo ruolo ed una nuova vitalità ai sistemi di produzione su scala minore, consentendo loro di tenere testa ai vantaggi competitivi assicurati alle grandi imprese dalle economie di scala o di varietà.

Nell’ambito di un mercato globale che diviene sempre più ampio, più difficile, più concorrenziale vincono quei sistemi in cui le grandi e piccole imprese sanno valorizzare appieno le ragioni di complementarietà e di integrazione.

La disarticolazione dei processi produttivi ha assunto una significatività tutta particolare per il combinarsi di due processi; da un lato; l’esternalizzazione di attività prima svolte all’interno delle imprese e la loro delocalizzazione all’estero.
Una combinazione dovuta a più fatti; la sempre più stretta integrazione dei mercati; gli sviluppi dell’IT, la maggiore facilità ed il minor costo in particolare delle comunicazioni consentite alla net-economy, la crescente libertà di insediamento all’estero delle imprese, la conseguente maggiore libertà degli scambi internazionali.

Ogni attività o processo che può essere semplificato, suddiviso, decentrato, svolto meglio e a più buon mercato viene esternalizzato senza alcun vincolo di spazio.

DIMENSIONE E ANTITRUST

Il potere di mercato lo abbiamo definito come la capacità da parte di chi lo detiene di mantenere prezzi al di sopra dei livelli che si avrebbero in condizioni di perfetta concorrenza; garantendosi in tal modo elevati profitti, e producendo una quantità minore di quella ottimale.

Ad evitare che ciò accada concorrono le politiche e le istituzioni antitrust, ad esse è demandato il potere di consentire o meno il formarsi di concentrazioni oligopolistiche ove esse ravvisino il rischio di comportamenti preclusivi della concorrenza o tali comunque da alterare il normale gioco concorrenziale.

L’Europa si è sempre caratterizzata per una politica antitrust molto più restrittiva di quella americana con conseguenze di enorme rilevanza sulle strutture industriali dei diversi paesi, sulle capacità innovative delle imprese e sulla loro crescita.

<< Negli USA quel potere al di là di certi limiti incontra la sanzione ultima dello smantellamento; ma prima sino a che il mercato non risulti del tutto precluso gli atti di concorrenza “aggressiva” di chi lo detiene sono leciti come quelli di chiunque altro; qui in Europa non è mai smantellabile, ma la speciale responsabilità di chi lo detiene lo sottopone a trattamenti antitrust in più casi più severi di quelli che incontra in USA, e che incontra, anche in Europa, un normale concorrente. Ancora il formarsi del potere privato viene contrastato in europa ad uno stadio molto spesso anteriore rispetto a quello che legittimerebbe l’intervento antitrust negli USA>> cit. Giuliano Amato.

Il concetto di posizione dominante del tutto assente nella legislazione americana, ma davvero dominante in quella europea inteso come espressione del potere di mercato di un’impresa all’interno del “mercato rilevante” entro cui opera.

<<la posizione dominante è quella situazione di una potenza economica grazie alla quale l’impresa che la detiene è in grado di ostacolare la persistenza di una concorrenza effettiva sul mercato rilevante ed ha la possibilità di tenere comportamenti al quanto indipendenti nei confronti dei suoi concorrenti e, in ultima analisi, dei consumatori>> cit; Corte di Giustizia

Poco importa quindi se la posizione dominante sia dovuta a maggiore efficienza, maggiore capacità innovativa o maggiore capacità di cogliere le esigenze dei consumatori. Quel che importa è anche solo il rischio non già la prova provata che i rapporti competitivi ne risultino sviliti.

La restrittiva politica comunitaria e nazionale in tema di concentrazione è che essa finisce per costituire consapevolmente o meno una misura di protezione dei concorrenti e non piuttosto dei consumatori.

Infine le politiche antitrust europee costituiscono di fatto un vincolo alla crescita dimensionale delle imprese che operano in Europa, o di quelle estere che hanno una presenza rilevante in Europa, molto di più di quanto accada per i loro concorrenti americani, una tendenza ed un gap che si sono acuiti negli ultimi anni; quando a presiedere la commissione alla concorrenza è stato chiamato Mario Monti. In Due anni sotto di lui la commissione ha proibito 8 fusioni, mentre molte di più sono state ritirante, mentre nei precedenti 9 anni ne erano state proibite 10.

ALCUNE RIFLESSIONI CONCLUSIVE

Esistono industrie in cui la dimensione ha creato barriere all’entrata ormai insormontabili con un processo di selezione delle imprese esistenti che porta ad un sempre più elevato livello di concentrazione; per più ordini di ragioni: a) Perché l’importanza relativa delle grandi imprese misurata sulla base della loro quota sull’occupazione totale dell’industria di appartenenza, non è di per sé significativa: qualora esse abbiano fatto più delle altre imprese ricorso all’esternalizzazione. b) Perché la tendenza, non solo ma soprattutto, delle grandi imprese è quella di concentrare il centro del loro interesse e della loro supremazia al loro core business c) Perché l’elemento fondate e distintivo della società post industriale segna il passaggio a una società di servizi accompagnata da una rapida crescita dell’occupazione professionale e tecnica, è la produzione ed il controllo dell’informazione: la principale risorsa strategia e l’agente di trasformazione della società post industriale.

Il successo, il dinamismo, lo sviluppo delle economie si basa sempre più sulla complementarietà e non sulla contrapposizione tra grande e piccola dimensione. La forza delle une poggia e si alimenta della fora delle seconde.
Per contro i sistemi economiche che mancano di grandi dimensioni (come l’Italia) sono destinati, nell’era del gigantismo e della competizione universale ad essere lentamente ma inesorabilmente messi ai margini della sempre più aspra competizione internazionale ed essere sempre più periferici rispetto al cuore oligopolistico del mercato mondiale.

Capitolo 4; I fallimenti del mercato

DEFINIZIONI E TIPOLOGIE

Buone regole associate a efficienti istituzioni sono condizioni necessarie perché i mercati possano operare e dirsi tali.

Douglass North afferma che quando i sistemi economici raggiungono un certo stadio di sciluppo si richiede come necessario: “un ordinamento politico coercitivo, la conoscenza diretta, la condotta esemplare, le relaizoni di parentela e l’ostracismo perdevano di efficacia. La certezza dei diritti di proprietà richiederà un’organizzazione politica e giudiziaria a tutela dell’imparzialità e dell’esecuzione dei contratti nel tempo e nello spazio”.

È dalla struttura istituzionale che dipende la definizione di quelle norme legali e delle forme organizzative;
“ le istituzioni sono le regole del gioco di una società o più formalmente i vincoli che lgi uomini hanno definito per disciplinare i loro rapporti”.

L’affermazione dei diritti diproprietà e l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, costituiscono l’innovazione legale che più ha consentito la libertà di contrarre e lo sviluppo dei moderni mercati. La trasmissione della proprietà da prevalentemente verticale, di padre in filgio, diventa essenzialmente orizzontale; dal venditore all’acquirente. I contratti prevalevano sullo status.

La principale e tradizionale giustificazione teorica dell’intervento dello Stato in economia è quella di correggere i cosiddetti fallimenti del mercato; impefezioni che impediscono di conseguire un’efficiente allocazione delle risorse e, quindi, il massimo benessere sociale.

In determinate situazioni, un sistema di mercato concorrenziale si dimostrerebbe inefficiente perché: a. Produrrebbe una quantità sbagliata, in eccesso o difetto, di servizi b. Non destinerebbe adeguate risorse alla produzione di beni meritori c. Evidenzierebbe un trade-off tra efficienza produttiva ed efficienza allocativa

La letteratura economica ha individuato quali principali fallimenti del mercato; * Esternalità * Beni pubblici * Beni meritori * Asimmetrie informative * Monopoli naturali
Là dove sussistono questi fallimenti , lo stato deve intervenire a correggerli; sostituendosi in qualche modo al mercato come meccanismo di allocaizone delle risorse. Per gli oppositori, ed in particolare per la Scuola di Chicago i danni che deriverebbero sarebbero addirittura maggiori. La scelta dovrebbe quindi ricadere sul male minore tra gli effetti dei fallimenti del mercato. e quelli dei fallimenti dello Stato.

ESTERNALITà

Si hanno esternalità, positive o negative, quando il sistema dei prezzi non tiene compiutemente conto di tutti gli effetti diretti e indiretti che si associano al consumo o alla produzione di un bene.
In entrambe le situazioni, le regole del mercato sono violate; poiché non accade che chi causa costi li paghi e chi causa vantaggi ne sia remunerato.
Affinchè non si determinino inefficienze allocative, queste esternalità devono essere interiorizzate nei prezzi; così che chi provoca danni ne paghi i costi e chi genera vantaggi ne venga remunerato.

L’aria, ad esempio, come tutti gli altri beni posseduti in comune e disponibili illimitatamente vengono quindi consumati in eccesso, sprecati per la mancata definizione su di essi di ogni diritto di proprietà e quindi di ogni valore.

In presenza di esternalità negative le scelte degli agenti economici vengono effettuate, quindi sulla base di costi privati che non riflettono il costo sociale delle risorse impiegate o dei beni consumati; costi non pagati direttamente dai soggetti economici che svolgono tali scelte ma dalla collettività.

I costi sociali costituiscono tutte le perdite dirette e indirette sopportate da terze persone o dalla collettività come risultato di un’attività economica non regolata

ESTERNALITà NEGATIVE
I rimedi a esternalità negative consistono nell’individuazione di meccanismi ed incentivi che portino gli operatori a tener conto anche dei costi sociali ad esse collegate; vale a dire ad internalizzarle nei loro processi decisionali..
Tra le possibili soluzione possiamo ricordare le seguenti: * Produzione pubblica; assunzione diretta da parte dello Stato della produzione causante l’esternalità * Fusione delle imprese; se la produzione dei due beni facesse capo alla stessa impresa, questa, nelle decisioni produttive, sarebbe indotta a internalizzare i costi esterni. * Regolamentazione; disposizioni pubbliche che impongono alle imprese di limitare la produzione causante l’esternalità entro parametri definiti. * Imposte pigouviane; introduzione di imposte mirate pari al costo marginale estrno che inducono il produttore, attraverso uno spostamento della sua curva di offerta, a ridurre la produzione di equilibrio altrimenti realizzata fino al livello ottimale * Diritti di emissione trasferibili, lo stato potrebbe emettere dei voucher, o diritti di inquinamento e distribuirli secondo certi criteri alle imprese

Ipotizzando un prezzo costante, scopriremo che in una produzione senza imposte pigouviane, o in ogni caso senza tenere conto dell’esternalità creata, il produttore avrà vantaggio a produrre 10 unità al prezzo di 5, tuttavia questa produzione crea un esternalità di 7 per ogni unità, pertanto l’imposta pigouviana è di 7; il risultato finale è che il produttore per continuare a vendere a 5€ pur mantenendo P=Cmg sarà costretto a produrre soltanto 3 unità.

Si può quindi affermare che una produzione che dia vita a esternalità è in sovrapproduzione.

IL TEOREMA DI COASE
Con l’apporto di Coase si dischiude una nuova tipologia risolutiva di natura privata; la libera negoziazione tra le parti interessate alle esternalità. Partendo dalla constatazione della natura reciproca delle esternalità, ove al danno sopportato da A si contrappone il beneficio di B, Coase perviene alla conclusione che:
“ quando le parti interessate da esternalità possono negoziare tra solo senza costi, si perviene sempre ad un risultato socialmente efficiente, indipendentemente da come la legge attribuisce la responsabilità dei danni”.

La possibilità di massimare il valore della produzione poggia sull’ipotesi molto poco realistica della nullità dei costi associati alle transazioni di mercato, qualora ciò non accada : “è chiaro che si darà luogo ad una ridefinizione dei diritto solo quando l’incremento del valore della produzione che ne deriva è maggiore dei costi sopportati nel realizzarla.”
Coase continua: “in queste condizioni l’iniziale definizione dei diritti ha conseguenze sull’efficienza del sistema economico”.

Nella teoria di coase la produzione negoziata sarà (in questo caso totalmente indipendente da quello di prima) di 10 unità a un costo marginale di 10

Secondo Coase affinchè si possa raggiungere attraverso la contrattazione questa produzione efficiente è necessario che i diritti di proprietà ad inquinare siano chiaramente definiti.

Al fine che sia possibile ciò però sono necessarie ulteriori condizioni; * Sia ridotto il numero di soggetti negoziali; * i costi di contrattazione siano nulli * sussistano condizioni di concorrenza perfetta e quindi di perfetta informaizone * al pagamento del danno corrisponda effettivamente un minor inquinamento.

ESTERNALITà POSITIVE
Le esternalità positive o benefici esterni sono vantaggi che derviano a tersi o all’intera comunità all’uso di un bene e che travalicano quelli impliciti nella curva di domanda individuale, senza che per essi venga pagato alcun prezzo. Ne deriva un livello di produzione/domanda inferiore a quello socialmente utile.

Tra i benefici esterni possiamo includere; l’istruzione di cui si avvantaggia il singolo consumatore, ma anche la società nel suo complesso, la sanità che consente la riduzione delle malattie non solo per chi utilizza direttamente i medicinali ma anche per tutti gli altri ne è un esempio.

Le scarsità sono necessarie per creare incentivi ad intraprendere la produzione di beni con esternalità positive; le politiche pubbliche infatti potrebbero; * incrementrare la domanda individuale erogando ai consumatori capacità d’acquisto utilizzabile solo per l’acquisto di questi beni. * Incrementare l’offerta attraverso sussidi pubblici * Produrre direttamente i beni in questione * Introdurre diritti diproprietù tesi alla protezione di beni e servizi attraverso, ad esempio, i brevetti.

I BENI PUBBLICI O COMMONS

Si definisce bene pubblcio un bene o servizio che può essere utilizzato da un individuo senza interferire con l’utilizzo dello stesso bene o servizio da parte di altri individui.

Il mercato non è in grado di produrre in misura adeguatea per il sussistere di tre condizioni che non si hanno nel caso dei beni privati; a. Indivisibilità del bene b. Assenza di rivalità c. Assenza di escludibilità
Si verifica conseguentemente il problema del free riding, qualcuno ricava benefici dall’uso di un bene senza farsi carico dei relativi costi.

I beni pubblici mancano di due caratteri peculiari dei beni privati; la possibilità di ripartinre il consumo, e quindi di prezzarli, e la possibilità di escluderne dal consumo altri soggetti.

Di tali beni deve ineludibilmente farsi carico lo Stato finanziandoli attraverso la tassazione.

Dato che il consumo di un bene pubblico da parte di un qualsiasi consumatore, vi è da chiedersi se la condizione di ottimalità paretiana possa essere soddisfatta anche per tali beni.

Paul Samuelson giunge alla conclusione che l’ottimalità paretiana è garantita se la somma delle utilità marginali derivanti dal consumo di ogni bene pubblico è uguale al suo costo marginale di produzione.

Una volta definito un criterio atto a determinare la quantità ottima da produrre dei beni pubblici, resta da risolvere il problema del loro finanziamento. Data l’assenza di rivalità nel loro consumo, la disponibilità di tali beni è estesa all’intera collettività che è chiamata a finanziarne il costo per il tramite della tassazione

Nel modello invece proposto da Lindhal; lo Stato dopo aver chiesto ai consumatori di rivelare le proprie preferenze, definisce per ogni membro della collettività la frazione del costo del bene pubblico che dovrà essere sostenuta in caso di erogazione,.

Si avrà equilibrio quando: * I prezzi dei beni privati le quote del costo sostenuto per i beni pubblici saranno tali per cui nessuno vorrà modificare la propria domanda di beni pubblici e privati * L’offerta e la domanda di beni coincideranno * Per ogni bene pubblico, la quantità domandata sarà la stessa per tutti gli individui * In posizione di equilibrio tutti i soggetti domanderanno la medesima quantità dibeni pubblici

Nel caso dei beni pubblici si confrontano con prezzi diversi pur consumandone la stessa quantità. Se tutti pagassero lo stesso ammontare il consumatore con utilità marginale più bassa opterebbe per non consumare il bene pubblico, il che sarebbe subottimale dato che il consumo aggiuntivo da parte di un soggetto non aumenta il costo totale.

La soluzione proposta da Lindahl presenta però un punto di debolezza; ovvero che ogni individuo sia sincero nel momento in cui rivela le proprie preferenze.

Perché la società possa godere di tali beni è necessario che essi siano a carico del settore pubblico e che la lor produzione venga finanziata mediante riscossione di imposte, indipendentemente da chi ne beneficia.

Una seconda possibilità è quella di trasformare questi beni pubblici in beni privati, vendendoli a un prezzo, sempre se il mercato possa escludere senza costi ogni consumatore dall’utilizzo del bene pubblico e se le domande dei consumatori potessero essere correttamente valutate.

I BENI MERITORI

Sono Beni per i quali l’offerta di mercato non presenta problema alcuno di efficienza mentre la domanda non si esprime nella quantità e qualità ritenute socialmente desiderabili.

Li potremmo pertanto definire beni misti, essi sono motivati da un duplice ordine di ragioni: * Razionalità imperfetta; per limiti conoscitivi, per poca preveggenza, ovvero le preferenze individuali non assegnano a questi beni il rilevo desiderabile in una visione collettiva * In questi casi lo stato sovrappone il proprio punto di vista a quello individuale imponendo certi comportamenti che possono essere interpretati come di tipo paternalistico, sovrapponendo la sovranità statale alla sovranità del consumatore. * Le politiche redistributive; si basa sul concetto di cittadinanza, sul diritto di ciascun individuo di aver accesso ad un minimo sociale di tali beni. * La definizione di tali beni varia in relazione: * Allo stadio di sviluppo di un paese * Alle disuguaglianze sociali * Alle scelte politiche adottate

Lo stato può imporre ai produttori distributori di determinati beni il cosiddetto obbligo del “servizio universale”.

ASIMMETRIE INFORMATIVE

Per l’efficiente funzionamento del mercato è necessario che tutti gli agenti dispongano di perfetta informazione sulle variabili economiche. Nella maggior parte dei casi, però, le parti che devono concludere una transazione possiedono informazioni qualitativamente diverse, siamo quindi in presenza di assimmetria informativa, della quale distinguiamo due casi: * Informazione nascosta; situazione in cui una delle parti prima della stipula del contratto conosce meglio dell’altra le caratteristiche dell’oggetto * Selezione avversa * Azione nascosta, situaizone in cui una delle parti dopo la stipulazione del contratto, ha maggiori informazion dell’altra relativamente a un’azione o a uno stato che influenza la transazione. * Moral hazard; si tratta di una forma di opportunismo post-contrattuale

Le assimmetrie informative riducono le transazioni di mercato anche quando potrebbero essere mutualmente profittevoli, l’intervento pubblico, attraverso la regolazione, può risolvere o attenuare tali asimmetrie; imponendo ad esempio la certificazione della qualità minima dei prodotti, la loro etichettatura, la sanzione per chi non li rispettasse

Capitolo 5; Monopolio Naturali e Mercati Contendibili

RAGIONI DI INTERESSE
Tra le varie cause di fallimento del mercato quella definita come monopolio naturale ha assunto una rilevanza e un’attualità tutte particolari. Per più ragioni: 1. Perché p uno dei campi in cui i contributi teorici della nuova economia industriale si sono dimostrati più innovativi 2. Perché ancor più dirompenti sono state le prescrizioni che da tali contributi si sono fatti derivare sul terreno della politica industriale 3. Perché e dei settoriche manifestano connotazioni di tal tipo che si sono osservati negli ultimi decenni.
Di questi mutamenti ne è stata coinvolta un ampia gamma di servizi di pubblica utilità.
IL MONOPOLIO NATURALE DAI CLASSICI AI NEOCLASSICI
Adam Smith nel suo The Wealth of Nations parla di monopoli naturali perpetui; derivanti da condizioni di particolare scarsità di una risorsa, tale da conferire posizioni di rendita a chi ne detiene il controllo; e di monopoli naturali temporanei, i quali derivano ,invece a suo dire, da vantaggi momentanei che generano effetti di monopolio superabili nel tempo.

Lo stato non dovrebbe, di conseguenza intervenire tramutando monopoli temporanei in monopoli legali perpetui.

Il monopolio, secondo i teoristi dell’ottocento, è naturale perché fondato su condizioni di offerta predeterminate rispetto all’interazione concorrenziale che pertanto si svolge solo tra gli acquirenti.

Il pensiero di Joseph Schumpeter che riconduce per lo più l’origine dei monopoli al processo di “distruzione creatrice” che conferisce alle imprese innovatrici posizioni di momentaneo vantaggio che ineludibilmente saranno superate dalla dinamica concorrenziale.

Il moto dell’innovazione e dello sviluppo sta proprio nella possibilità per il singolo imprenditore di poter conseguire profitti straordinari attraverso lo sfruttamento delle sue idee, della sua capacità , della sua intraprendenza. Godere di una condizione di monopolio attraverso il riconoscimento dei suoi diritti di proprietà è il principale incentivo ad innovare.

Pertanto un intervento pubblico, tramite l’antitrust, volto a contrastare il formarsi di posizioni dominanti in settori tecnologicamente avanzati, finisce inevitabilmente, per disincentivare e rallentare gli stessi progressi della tecnologia.

La definizione di monopolio naturale che ha finito per prevalere è quindi: “un industria caratterizzata dall’esistenza di economie di scala di entità tale, data l’estensione assoluta del mercato, da rendere più efficiente la presenza di una sola impresa rispetto ad ogni altra possibile configurazione strutturale.

Data la tecnologia la domanda la tipologia dei servizi il cliente può essere servito al minimo costo o con vantaggi maggiori solo da una singola impresa.

Andamenti dei costi di tal genere non si hanno solo nei tradizionali sistemi a rete di tipo fisso, ma anche, venendo all’oggi in molti settori dell’IT; dal lato della domanda vi è la caratteristica trasversale a tutti i prodotti dell’IT dell’assenza di rivalità nel loro impiego, con l’informazione può essere simultaneamente consumata da una vastissima pluralità di soggetti.

Caratteristiche della domanda e dell’fferta favoriscono in conclusione il prevalere nel mondo dell’IT di condizioni di monopolio. La mano invisibile finisce per auto distruggersi incoraggiando la supremazia di un network sugli altri fino a renderlo del tutto dominante grazie all’importanza della penetrazione. L’economia dell’informazione è popolata per contro di monopoli temporanei, imprese di hardware e software rivaleggiano per dominare, ben sapendo che la loro tecnologia o architettura oggi dominante sarà superata in tempo breve da una tecnologia ancora superiore.

MONOPOLIO NATURALE E FALLIMENTO DEL MERCATO
Ove si verifichino condizione di monopolio naturale, l’impresa opererà iin presenza di una curva di Cmd totali continuamente decrescente e simmetricaemnte di una curva dei Cmg decrescente e inferiore in ogni suo punto all’altra curva. Il monopolista che massimizzi il suo profitto praticando un unico prezzo produrrà il livello di output Xm che garantisce l’eguaglianza tra cmg e rmg a cui corrisponde il prezzo Pm superiore al costo marginale, configurandosi, una situazione di inefficienza allocativa.

La ragione del fallimento del mercato sta nel trade off che si evidenzia tra l’efficienza produttiva, pienamente assicurata dalla presenza di una sola impresa, e l’inefficienza allocativa che ne deriverebbe se le forze di mercato fossero lasciate lavorare liberamente.

Da qui le ipotetiche ragioni di intervento statale: 1. Garantire l’efficienza produttiva (tutelando il monopolista) 2. Garantire l’efficienza allocativa (tutelando il consumatore) 3. Garantendo il rispetto della qualità dei servizi ed il raggiungimento di altri eventuali interessi generali.

Sciegliere Pm e Xm dove Rmg intersenziona Cmg abbiamo detto creerebbe un inefficienza allocativa, che invece otterremmo a produrre Xc a Pc ovvero all’intersezione tra Rmd e Cmg, ma a questa condizione vi sarebbe un inefficienza produttiva che porterebbe l’impresa a creare delle perdite, ne deriverebbe quindi un disincentivo ad operare con conseguenze negative sulla disponibilità dei beni o dei servizi interesseati, come anche garantire prezzi di equilibrio che assicurino piena copertura dei costi medi (Rmd=Cmd) in quanto l’impresa non costruirebbe profitti.

MONOPOLIO NATURALE E SUBADDITIVITà DEI COSTI
Si ha monopolio naturale quando la funzione di costo di un industria è strettamente subadditiva per un intervallo di produzione rilevante.

Il monopolio naturale è quindi definito da due interdipendenti ordini di condizioni: tecnologiche e di mercato, mutamenti nella tecnologia o spostamenti della curva di domanda possono determinare il superamento delle condizioni di monopolio naturale.

Nell’industria rappresentata qui di seguito i cmd sono monotonicamente decrescenti e, quindi, si è in presenza di un’economia di scala a tutti i livelli di output. La somma della produzione di 2 imprese avrebbe costi superiori a quelli di una impresa che producesse singolarmente la medesima quantità Xm. Lo stesso si avrebbe con una domanda che si sposta da D1 a D2. In entrambe le situazionil’industria si configurerebe quindi come un monopolio naturale

Un diverso profilo di curva dei costi , dove un tratto decrescente è seguito da un tratto crescente cambierebbe totalmente la situazione: infatti in questo caso un eventuale domanda D3 l’industria si presenterebbe come “duopolio naturale” poiché il modo più conveniente per produrre X3=2*X1 e quindi di avere due imprese sul mercato.

si può concludere chele effettive situazioni di mercato e le conseguenti configurazioni ottimali dipendono da tre ordini di variabili; * Andamento di tutta la funzione di costo * Il posizionarsi della curva della domanda rispetto alla curva di costo * L’omogeneità del prodotto o del servizio offerto.

Un’utile specificazione riguarda ad esempio la natura mono o multi prodotto del settore in questione, aspetto particolarmente rilevante nel campo dei servizi. Nel caso di un settore multiprodotto l’esistenza di rendimenti crescenti parziali su ogni linea di prodotto non è di per sé un indicatore sufficiente dell’esistenza di un monopolio naturale; perché in assenza di economie di varietà può essere vantaggioso separare la produzione tra più linee specializzate.

“quando le condizioni tecniche fanno del monopolio il naturale risultato delle forze competitive di mercato vi sono solo tre alternative che sembrano disponibili: monopolio privato, monopolio pubblico o regolazione pubblica del monopolio privato. Tutte e tre sono cattive, così ci troviamo a scegliere tra tre mali (evils)” cit. Milton Friedman.

Tra i tre mali individuati da Friedman, verso due in particolare si sono orentate le politiche pubbliche occidentali; il modello del monopolio pubblico con debole regolazione, e il modello di monopolio privato con forte regolazione pubblica.

MERCATI CONTENDIBILI
UN NUOVO PARADIGMA
Il paradigma della concorrenza potenziale; la concorrenza cioè che in qualsiasi momento potrebbe esprimersi ove non sussista una qualsiasi forma di asimmetria che avvantaggi l’incombente rispetto ai potenziali entranti. In sostanza non esistono barriere all’entrata che ostacolino altre imprese: cosicché quelle già attive non sono in grado di perseguire comportamenti strategici tali da avvantaggiarle sulle altre.

La situazione di equilibrio in un mercato perfettamente contendibile è equivalente, in termini di efficienza e di benessere, a quella che si avrebbe nel lungo periodo in un mercato perfettamente concorrenziale.
Con però una fondamentale differenza; che la numerosità delle imprese è una condizione imprescindibile nella concorrenza, ma non nella contendibilità.

Il paradigma della contendibilità sostituisce, quindi, la elevata numerosità delle imprese con la effettiva possibilità di entrata e uscita delle imprese dall’industria.

Questa teoria ha, perciò, un duplice merito: 1. Di risolvere la contraddizione che l’esistenza di rendimenti crescenti aveva evidenziato nel rapporto diretto tra numerosità delle imprese ed efficienza del mercato. 2. Di legittimare posizioni di mercato dominanti, di per sé non foriere di inefficienze.

Deve essere chiaro però che i mercati perfettamente contendibili non popolano il mondo reale più di quanto non accada con quelli perfettamente concorrenziali; la contendibilità non può quindi essere considerata e valutata come descrizione della realtà ma come un ideale di riferimento.

In questo senso la teoria dei mercati contendibili può dirsi essere anche teoria della struttura industriale. Nell’ipotesi di perfetta contendibilità, struttura e comportamenti non dipendono da congetture degli incombenti, ma unicamente dalla pressione di potenziali competitorie da assetti istituzionali che favoriscono la contendibilità

DEFINIZIONI E CONDIZIONI
Un mercato può dirsi contendibile se l’entrata è assolutamente libera e l’uscita è assolutamente senza costi; libertà di entrata non significa tuttavia entrata senza costi o facile, ma che l’entrante non soffra di alcun svantaggio in termine di tecniche di altri fattori impiegati o di qualità percepita dai consumatori rispetto all’incombente.

Non vi deve essere alcun costo all’uscita nel senso che chiunque decida di uscire può recuperare i costi all’entrata, alienando il capitale acquistato, a parte il costo normale del suo utilizzo; non vi siano quindi costi non recuperabili; sunk costs, associati alla produzione di quel certo bene o servizio.

Le tre condizioni diventano pertanto; 1. Piena libertà di entrata 2. Possibilità di riutilizzo o di vendita di capitali 3. Il fatto che la convenienza ad entrare sia valutata dalle imprese sulla base dei prezzi concorrenti

SOSTENIBILITà, EQUILIBRIO, EFFICIENZA
In un mercato contendibile la condizione necessaria afficnhè una configurazione industriale sia di equilibrio è che essa sia sostenibile, ed essendo che la sostenibilità implica efficienza, possiamo dire che un mercato contendibile in equilibrio è un mercato efficiente.

La sostenibilità comporta pertatno che nessun nuovo potenziale entrante possa fare ingresso sul mercato, praticare un prezzo inferiore a quello corrente, vendere una quantità che soddisfi la domanda complessiva e recuperare per intero i costi sostenuti.

Un nuovo entrante potrebbe infatti, se non esistessero barriere legali, soddisfarela quantità X ad un prezzo anche solo leggermente inferiore a Pm lucrando un profitto positivo.
Una simile entrata non sarebbe però socialmente desiderabile perché: a) Si avrebbe uno spreco di risorse, non essendo il costo minimizzato b) Solo una parte del mercato sarebbe soddisfatta c) I mancati introiti causati da questa entrata opportunistica si tradurebbero in perdite per il monopolista o in maggiori costi per il consumatore
Per questo motivo vi è una regolamentazione pubblica.

La nozione di sostenibilità è indipendente dal numero di imprese. L’efficienza produttiva e allocativa è data dall’esistenza di condizioni di piena contendibilità.

Può dirsi che un mercato perfettamente concorrenziale è necessariamente perfettamente contendibile; ma non viceversa!

Le condizioni di contendibilità rappresentano un formidabile stimolo all’efficienza; poiché? * Opportunità, anche temporanee, di profitto spingono le imprese all’entrata; i prezzi pertanto per timore di un entrata tendono ai costi medi minimi * Incombenti inefficienti sono eliminati da entranti efficienti * Se sono possibili forme di entrata “hit and run” nessuna impresa in equilibrio può godere di extraprofitti.

Tre proprietà discendono (secondo Baumol) dall’esistenza di condizioni di perfetta contendibilità: 1. Un mercato contendibile non garantisce mai un profitto superiore a quello normale 2. Assenza di ogni genere di inefficienza produttiva nella situazione di equilibrio dell’industria 3. Nell’equilibrio di lungo termine in un mercato contendibile nessun prodotto può essere venduto ad un prezzo diverso dal costo marginale

LIMITI DELLA CONTENDIBILITà
Limiti all’esistenza di condizioni di peian contendibilità discendono dalla possibilità di vedere assicurate contemporaneamente tutte e tre le condizioni che la definiscono; riguardo alla condizione della convenienza misurata su prezzi correnti ne deriva che la minaccia d’entrata devba essere credibile cioè che potenziali entranti abbiano reale convenienza ad entrare ogni qualvolta il prezzo corrente è maggiore del prezzo sostenibile, perché ciò accada devono verificarsi due altre condizioni; 1. I consumatori siano perfettamente informati sui prezzi e rispondano immediatamente a ogni loro variazione 2. Il tempo di reazione delle imprese esistenti sui prezzi non sia inferiore a quello necessario a rendere profittevole l’entrata nel mercato.
La plausibilità di simili condizioni nella realtà è remota. A renderla più plausibile potrebbe tendere la regolamentazione pubblica.

Limiti altrettanto evidenti si hanno relativamente ai sunk costs la cui presenza consentirebbe agli incombenti prezzi superiori a quelli sostenibili tanto più essi si dimostrano elevati.

CONTENDIBILITà E POLITICHE PUBBLICHE: CONCORRENZA PER IL MERCATO

Le politiche pubbliche volte ad allargare le opportunità di entrata a rafforzare gli spazi di libera concorrenza o a far tendere le strutture industriali verso l’ideale di contendibilità fan parte principalmente di due percorsi: * “concorrenza nel mercato”, là dove non esisteva alcuna fondata obiezione al pieno dispiegarsi delle forze del mercato, e a tal fine lavora l’antitrust. * “concorrenza per il mercato” ove le condizioni di base, tecnologiche e di domanda, non consentivano la coesistenza di una pluralità di operatori; dove sostanzialmente la massima efficienza si raggiunge con una sola impresa.

Harold Demetz propose che in questi casi si potrebbe mettere le imprese in concorrenza PER poter accedere al maercato; non potendo le imprese competere direttamente nell’arena del mercato, perché una pluralità di imprese creerebbe inefficienza, si crea una competizione ex ante tra le imprese per acquisire il diritto a svolgere, da monopolista quella attività. Lo strumento con cui farlo è un’asta pubblica (franchise bidding) attraverso cui i concorrenti si confrontano per acquisire, attraverso un contratto amministrato o una concessione il diritto a svolgere in esclusiva, per un determinato periodo di tempo una certa attività nel rispetto di determinati obblighi.

Se il meccanismo d’asta è efficiente il valore della somma pagata dal vincitore dell’asta tenderà a coprire l’intera rendita del monopolio che viene completamente assorbita dallo Stato.
Se i candidati sono sufficientemente numerosi, non possono colludere e hanno libero accesso agli input necessari, l’esito è la convergenza del prezzo proposto al costo medio di produzione del servizio, con profitti nulli per il vincitore dell’asta.

Si creerebbe in tal modo una concorrenza per il mercato che andrebbe a sostituire la concorrenza nel mercato, tale sostituzione potrebbe dirsi completa se si rispettassero condizioni di piena parità fra i diversi giocatori.

Capitolo 6; Integrazione Verticale

Con integrazione si intende l’inserimento all’interno di un’unica impresa, tramite investimenti interni o esterni, di più unità produttive: * Di un medesimo bene o di un bene differenziato (integrazione orrizzontale) * Di beni diversificati (integrazione conglomerale) * Di beni complementari, inseriti in una medesima “value chain” (integrazione verticale)

Mentre l’integrazione verticale comporta decisioni che definiscono i confini dell’impresa lungo la catena del valore quella orizzontale mira a identificare e valorizzare le interrelazioni che sussistono tra unità di business distinte ma collegate nelle singole fasi della catena del valore.

Parleremo di integrazione “upstream” o a monte, quando un’impresa prende a produrre al proprio interno materie prime, semilavorati, componenti che prima acquistava da produttori indipendenti attraverso transazioni di mercato.
Parleremo invece di integrazione “downstream” o a valle, quando l’impresa muove verso lavorazioni in fasi successive della catena del valore rispetto a quelle di partenza, sino a spingersi alla distribuzione finale del prodotto finito.

Tre sono le modalità di integrazione che hanno assunto maggiore rilevanza, anche in considerazione della giurisprudenza antitrust; 1. Formazione verticale; quando l’impresa si struttura sin dalla sua nascita in più fasi operative 2. Espansione verticale; quando l’integrazione è il risultato della crescita interna dell’impresa che, attraverso proprie sussidiarie, entra nelle fasi limitrofe. 3. Vertical merger; quando l’integrazione avviene attraverso l’acquisizione di un’impresa che opera nelle fasi successive o a monte

DEFINIZIONE E TIPOLOGIE

Un’impresa è integrata verticalmente in senso stretto se opera in almeno due fasi produttive successive in cui si verifichi una di queste due condizioni: 1. L’intera produzione a monte è impiegata come parte o tutto del fabbisogno di input per la produzione a valle potendo quest’ultima approvvigionarsi anche sul mercato dell’impresa a monte. 2. L’intero fabbisogno downstream è ottenuto da parte o da tutto l’output upstream potendo questo rifornire sul mercato anche l’impresa a valle.

Caratteristica fondamentale del concetto di integrazione verticale è di sostituire gli scambi esterni sul mercato con scambi interni all’impresa, ovvero di sostituire al mercato la gerarchia.

Tra i due estremi dell’integrazione verticale e del mercato possono collocarsi assetti organizzativi e accordi contrattuali intermedi, quali ad esempio; * I controlli verticali; contratti tra due imprese che operano in fasi diverse del ciclo produttivo * Quasi integrazione; relazione di carattere prevalentemente finanziario, tra imprese che operano in fasi congiunte * Combinazione verticale: l’intera produzione upstream è venduta a terzi e l’intero fabbisogno della produzione downstream viene acquistato da terzi * Restrizioni verticali; relazione contrattuali tra produttori e distributori che si ripropongono finalità similari a quelle perseguite con l’integrazione riducendone, però, i costi.

Questi accordi contrattuali diventano convenienti quando il costo netto d’uso del mercato sostanzialmente eguaglia il costo di coordinamento delle attività interne all’impresa.

Il coordinamento e la cooperazione interaziendale rivelano forme di organizzazione della produzione che assumono rilevanza ogni qualvolta ragioni economiche sono decisive nel determinare la convenienza del raggiungimento di una certa dimensione produttiva; cercando di coniugarla con un’elevata specializzazione delle attività svolte ed un’elevata flessibilità dei processi produttivi.

FINALITà E DETERMINANTI: EFFICIENZA

Con l’integrazione verticale si hanno principalmente due finalità, cui possono ricondursi le sue diverse specifiche determinanti: * Aumentare l’efficienza produttiva e di qui rafforzare la capacità competitiva sul mercato. * Accrescere il potere di mercato.

La scelta di integrarsi deve conseguire da un doppio calcolo di convenienza per l’impresa;
Esterno, dato dal confronto fra il costo netto d’uso del mercato e il costo di coordinamento delle attività interne all’impresa;
Interno; dato dal confronto fra i costi certi incrementali che l’integrazione comporta e i possibili benefici che si pensa di poter conseguire.

Le specifiche determinanti dell’integrazione verticale che individua una diversa ragione di convenienza, possono così elencarsi; * Economie tecnologiche * Economie di coordinamento * Economie transazionali * Imperfezioni di mercato * Incertezza e informazione

ECONOMIE TECNLOGICHE
Si parla di economie tecnologiche quando è possibile ottnere risparmi nelle quantità impiegate di input intermedi, a partià di output prodotto, si ritiene infatti che la proprietà e la gestione unificata di tali processi sia in grado di determinare livelli di efficienza maggior rispetto a relazioni contrattuali fra proprietà disgiunte.

Le economie tecnologiche sono l’unica tipologia di integrazione verticale in cui sia possibile e dimostrabile che il suo obiettivo prevalente è l’efficienza produttiva, rispetto agli intenti anticoncorrenziali.

ECONOMIE DI COORDINAMENTO
Intendiamo economie di coordinamento i miglioramenti di efficienza produttiva o di qualità del prodotto che possono conseguirsi, attraverso il coordinamento delle decisioni, nelle situazioni che manifestano un elevato grado di interdipendenza operativa tra le diverse fasi in cui si articola la filiera produttiva.

I vantaggi che discendono dall’integrazione verticale sono tali per cui l’impresa si trova ad ottimizzare: * Gli investimenti in successione, così da scegliere la scala multidimensionale ottimale nell’intera catena del valore * La pianificazione degli investimenti nelle singole fasi e nel loro insieme, potendo così autogestirsi gli approvvigionamenti o le vendite * La gestione corrente, non avendo costi di magazzino di beni intermedi

Un caso in cui l’esigenza del coordinamento è massima e incontrovertibile , anche se tenuta in minimo conto nei processi di liberalizzazione è quella dell’industria elettrica, le caratteristiche tecniche danno vita all’esigenza di uniformare in tempo reale domanda e offerta. Tale vincolo deriva dall’impossibilità di accumulare scorte di elettricità.

Va da sé infatti che maggiore è il numero dei soggetti che operano nel sistema elettrico maggiore è la difficoltà di assicurare un pieno coordinamento tra le decisioni assunte da tutti i soggetti che vi operano. Tenendo a mente che ogni vischiosità, ogni minimo allontanamento dall’ottimo, non può che tradursi in un disservizio, ovvero un black out.

Pertanto (secondo il prof) era sconsigliabile procedere a un break up dell’impresa monopolista separando generazione e distribuzione.

ECONOMIE TRANSAZIONALI
Partendo dal fatto che le imprese, nelle loro naturale propensione a crescere, le porta ad esaminare la possibilità di riuscirvi entrando nelle attività limitrofe, la principale determinante dell’integrazione verticale è infatti la specificità delle risorse impiegate nei processi produttivi , << assets specificity significa che un’impresa upstream o downstream ha realizzato investimenti tali che il vlore di uno scambio è maggiore quando avviene tra queste due imprese piuttosto che con altre imprese, questa transazione crea pertanto un monopolio bilaterale>> cit MK Perry.

FINALITà E DETERMINANTI: PROFITTI

Passiamo ad esaminare le ragioni tese a rafforzare attraverso comportamenti strategici, il potere di mercato delle imprese e, di qui, i loro profitti;
“le condizioni di imperfect competition in una singola fase produttiva creano incentivi per le imprese che vi operano a integrarsi nelle limitrofe fasi concorrenziali. Questi incentivi derivano da tre fonti; 1) internalizzazione delle perdite di efficienza da comportamenti non concorrenziali, 2) abilità di estrarre rendite inframarginali dalle fasi concorrenziali, 3) possibilità di praticare una discriminazione dei prezzi nella fase concorrenziale” cit. MK Perry

Acquisendo il controllo di fasi limitrofe e in forza alla posizione di monopolio che detiene nella fase iniziale, l’impresa che si integra è in grado di abusare di questo controllo nei confronti dei nuovi concorrenti o degli iniziali clienti.

Tra le ragioni strategiche che possono motivare l’integrazione verticale, vale richiamare: * Escludere o ridurre i concorreti che operano nel mercato dei beni finali * Erigere barriere all’entrata ai potenziali rivali * Accrescere i costi dei concorrenti * Porre in essere un’azione di “price o profit squeeze” nei confronti dei concorrenti; attraverso una aggressiva concorrenza di prezzo nei mercati dei beni finali.

IMPERFEZIONI DI MERCATO
Tra le diverse situazioni di mercati imperfetti che incentivano l’integrazione, quattro hanno assunto un particolare rilievo e trattazione teorica: a. Monopolio (upstream) e proporzioni variabili (downstream) con integrazione a valle b. Monopolio (upstream) e domanda (downstream) a diverse elasticità; con integrazione a valle con discriminazione prezzo c. Monopsonio downstream e integrazione a monte d. Monopoli in successione; con integrazione a valle ed eliminazione del doppio markup

MONOPOLI E PROPORZIONI VARIABILI
Ipotizziamo il caso in cui per produrre un output C occorrano un input A e un input B, e simuliamo che l’Input A sia prodotto da un monopolista A, mentre B da un mercato concorrenziiale; in questa situazione al monopolista converrà integrarsi a valle se le proporzioni per l’output C sono variabili, perché in tal caso, dovendo competere con B per fornire una proporzione maggiore il monopolista sarebbe costretto a mantenere un prezzo più basso, invece integrandosi il monopolista può garantirsi la proporzione maggiore. Se invece fossero fisse il monopolista non dovrebbe competere con B e ha interesse a mantenere il prezzo di monopolio.

In linea generale comunque si può affermare che: * Non è prevedibile a priori un aumento del prezzo C a seguito dell’integrazione * Il monopolista che si integra aumenta i propri profitti; internalizzando il guadagno derivante dalla maggiore efficienza produttiva e praticando prezzi più elevati dell’input * Nel caso di un aumento dei prezzi del bene C si ha una riduzione del benessere, che tuttavia è marginale

MONOPOLIO E DISCRIMINAZIONE DEL PREZZO
La scelta di integrarsi è riconducibile, in secondo luogo, alla possibilità di discriminare i prezzi di vendita ai diversi settori di utilizzo di un bene, così accrescendo i ricavi totali e, quindi i profitti totali.

Tre sono le condizioni che si richiedono perché una politica discriminatoria possa avere successo; 1. L’impresa deve poter disporre di un potere di mercato tale da consentirle di praticare un prezzo superiore a quello concorrenziale. 2. L’impresa deve conoscere le curve di domanda individuale 3. L’impresa deve essere in grado di impedire o ridurre molto la capacità di rivendita del bene da parte dei clienti che pagano un minor prezzo.

Le finalità della discriminazione del prezzo sono 2; accrescere il i ricavi totali e quindi i profitti totali, e accaparrarsi in parte o interamente il surplus dei consumatori; sfruttando la disponibilità a pagare così come espressa dalla curva di domanda.

Il monopolista ha un incentivo ad integrarsi a valle nel settore con la domanda relativamente più elastica perché: a. Può int tale settore diminuire i prezzi, aumentando la quantità a danno dei settori con domanda meno elastica a cui praticherà prezzi di monopolio b. Può praticare una strategia di price squeeze nei confronti dei concorrenti indipendenti che operano nel mercato a valle.

Il monopolista integrato ha la possibilità di diminuire il prezzo del bene finale, quel che le imprese rivali non possono fare, in quanto costrette a pagare il prezzo di monopolio per l’approvvigionamento dell’input

MONOPSONIO E INTEGRAZIONE A MONTE
Diversi e di diversa natura sono gli incentivi che spingono un’impresa a integrarsi a monte; a. L’obettivo di rafforzamento della propria capacità competitiva o la posizione dominante nei confronti dei concorrenti sono ad erigere barriere all’entrata di tipo finanziario. Il potenziale entrante dovrebbe, infatti, prevedere l’entrata in almeno due stadi del ciclo produttivo per non trovarsi svantaggiato nei confronti dell’incombente. b. Per aumentare i costi dei rivali: acquisendo input essenziali o facilities che di fatto spiazzano i concorrenti o ne impediscono l’entrata, perché l’integrazione sia economicamente conveniente è necessario che il costo opportunità del controllo di tali risorse sia inferiore al calo dei profitti c. Esigenza delle imprese di accrescere il livello di certezza integrandosi a monte, per garantirsi continuità delle forniture di INPUT essenziali.

MONOPOLI IN SUCCESSIONE (O DOPPIO MARKUP)
I monopoli in successione generano una contrazione dell’output e quindi dell’input, con un conseguente danno dei consumatori che si trovano a dover sopportare un doppio markup.

Una strategia di integrazione verticale migliorerebbe il benessere collettivo, poiché anche con prezzi più bassi i monopolisti otterrebbero profitti più elevati.

INCERTEZZA E INFORMAZIONE

Una particolare determinante è data dall’incertezza e dal deficit di informazioni che sono insiti in mercati concorrenziali che manifestino, per ragioni strutturali, condizioni di particolare instabilità e volatilità. L’integrazione verticolae costituisce la risposta strategica ed organizzatvia per accrescere la certezza nelle forniture degli input.

La ragione dell’incertezza risiede nella imperfezione dei mercati concorrenziali. Ovvero nell’incapacità di vendere le quantità di output. La ragione dell’incertezza risiede nella imperfezione dei mercati concorrenziali. Ovvero nell’incapacità di vendere la quantità d’output che l’impresa desidererebbe collocare ai prezzi prevalenti.

L’incertezza della domanda finale porta a interrogarsi, e quindi a una condizione di incertezza, su quanto produrre e a quanto vendere, le imprese a valle dispongono di informazioni limitate sulle condizioni economiche di accesso alle materie prime di cui necessitano.
Con l’integrazione a monte l’impresa trasformatrice è in grado di conoscere più direttamente e a fondo la realtà del mercato di approvvigionamento.
Per contro i produttori a monte, integrandosi a valle dispongono di feed back informativi sull’andamento dei consumi

INTEGRAZIONE VERTICALE E CICLO VITALE DELL’INDUSTRIA

George Stigler propone la suggestiva tesi secondo cui il grado di integrazione verticale di un’industria varia a seconda della dimensione dell’industra stessa, ovvero secondo le diverse fasi in cui si articola il suo ciclo vitale.
Decollo Sviluppo maturità declino
Alta integrazione alta integrazione disintegrazion reintegrazione
Decollo Sviluppo maturità declino
Alta integrazione alta integrazione disintegrazion reintegrazione

Consideriamo le diverse fasi in cui si vuole articolare la vita di un’industra, avremo quindi: * Forte integrazione verticale in fase di decollo e sviluppo * Disintegrazione nella fase di maturità * Reintegrazione nella fase di declino

L’incentivo all’integrazione deriva da un intreccio di motivazioni; la relazione costi output, e i costi di transazione e infine i problemi di incertezza e informazione, in particolare quando: a. Il mercato non è sufficientemente esteso b. Il mercato è sufficientemente esteso e la presenza nelle singole fasi non costituisce ragione particolare di vantaggio competitivo

A determinare il livello di vertical equilibrium in ogni fase del ciclo di vita di un industria concorrono quindi, secondo Stigler, più determinanti; la tecnologia di produzione e le funzioni di costo chene derivano; il tasso di crescita del mercaato e quindi il livello di output che è in grado di assorbire, la specializzazione produttia che risulti tecnologicamente possibile o dimensionalmente conveniente.

Il forte aumento della estensione dei mercati che si è accompagnato ai processi di liberalizzazione ed il conseguente aumento del commercio internazionale, hanno abbattuto le barriere entro cui si confinavano i ristretti mercati nazionali. Ne è risultata un’estensione degli spazi di competizione tra le imprese, così come la loro possibilità e convenienza di dislocare all’esterno attività prima integrate.

Il fatto che le grandi imprese integrate abbiano scelto la via della disintegrazione a fronte della convenienza economica a farlo, dimostra che l’integrazione era principalmente finalizzata, almeno nelle intenzioni iniziali a fare efficienza.

CRITERI DI MISURAZIONE

L’integrazione può essere analizzata nel confronto tra più imprese nella stessa industra o ancora nel confronto tra più industrie o nella sua evoluzione dinamica a livello di impresa o industria; Adelman ha proposto come grado di integrazione a livello di impresa il rapporto tra valore aggiunto e vendite;
I=VA/V

Dall’impresa petrolifera si estrae una certa quantità di petrolio estressa in unità fisiche (barili al giorno), ne trasferisce una parte alle proprie raffinerie cedendo l’altra al mercato e distribuendo la totalità del raffinato nei propri punti vendita. Il rapporto fra i flussi nelle diverse fasi dà conto del grado di integrazione.

INTEGAZIONE E ANTITRUST

Quando il ercato è caratterizzato da un moderato livello di integrazione verticale l’efficienza delle imprese produttrici viene messa alla prova in un gran numero di punti lungo la catena delle operazione, i costi di produzione sono distinti e separati per ogni stadio produttivo e il mercato agevola il costante confronto tra i costi e le utilità corrispondenti. (cit. Burns)

Per il chicago antitrust le intese o le pratiche verticali erano per sé lecite; perché non anticoncorrenziali ed economicamente efficeinti. Anzi maggiore er il potere di mercato di un’impresa nel mercato verticalmente correlato, maggiore era il beneficio che l’integrazione avrebbe determinato in termini di riduzione dei prezzi, per l’eliminazione della doppia marginalizzazione.

I concorrenti in altri termini posti in condizione di innalzare i loro prezzi dopo l’integrazione verticale, consentendo all’impresa integrante di innalzare a sua volta i suoi prezzi; con vantaggi sui profitti relativamente maggiori per i minori costi di approvvigionamento delle produzioni intermedie.

CONCLUSIONI

Dall’analisi dell’integrazione verticale emerge che: * L’integrazione costituisce una delle principali linee di azione volte a rafforzare la crescita delle imprese * Il grado di integrazione verticale ed orizzontale del sistema imprese di una determinata industria ne condiziona massimamente la struttura.
Maggiore è il grado di integrazione, minore è il ruolo che il mercato ha nella determinazione dei prezzi e maggiore è il potere di mercato delle imprese incombenti. * I processi di concentrazione oligopolistica derivanti da strategie di integrazione hanno assegnato ai processi di integrazione verticale sempre più valenza politica relativamente agli effetti che ne sarebbero potuti derivare sul piano della concorrenza. * La convenienza ad adottare strategie di integrazione muta nel tempo in relazionealla estensione del mercato; alla articolazione del sitema di imprese che operano nei diversi segmenti della catena del valore alla maturità dell’industria.

Capitolo 7; Restrizioni verticali

ASPETTI DEFINITORI

Con restrizioni o intese si intendono relazioni contrattuali che intervengono tra imprese che operano in fasi successive della medesima “filiera produttiva”, l’attenzione degli studiosi e delle autorità antitrust si è tuttavia rivolta soprattutto a rapporti che intervengono tra produttore e distributore finale o tra distributore all’ingrosso e distributore finale.

Dal comportamento di qusti ultimi dipenderanno quindi i risultati economici che il produttore sarà in grado di conseguire in termini di vendite, profitti, reputaizone e fidelizzazione dei consumatori.

Vi è tutavia un’altra faccia della medaglia, che potrebbe sottendere a tali restrizioni. L’intento cioè dei produttori di pervenire ad una qualche forma di collusione orrizontale, cioè tra i produttori, nelle politiche commerciali e distributive al fine di conseguire migliori condizioni di profittabilità

Le restrizioni verticali si articolano quindi in un duplice livello livello relazionale: * il primo livello è tra l produttore ed i diversi distributori a cui il primo affida la vendita del proprio prodotto, da tali relaizoni dipende la concorrenza intramarca, cioè tra i distributori che vendono lo stesso prodotto. * Il secondo livello è invece tra i produttori che concorrono nella vendita di prodotti similari, all’interno dei medesimi circuiti distributivi e all’interno di quello che suole definirsi mercato rilevante, da queste relazioni dipende la concorrenza intermarca.

Maggiore è l’intensità della concorrenza intermarche, minori saranno gli eventuali effetti restritttuvi sulla concorrenza indotti dalle restrizioni verticali intramarche, e viceversa.

L’aspetto che assume maggiore rilevanza è quindi ilgrado di scelta che il consumatore avrà all’inteo spettro dei prodotti similari venduti sul mercato da parte delle diverse marche tra loro in competizione.

RESTRIZIONI E DISTRIBUTORI

Le restrizioni verticali tra produttore e distributore finale si propongono l’obbiettivo di allineare interessi e comportamenti del distributore a quelli del produttore. Il successo, l’affidabilità e la reputaizone diogni produttre dipende da che ne vende i prodotti sul mercato.

Da qui la regione delle restrizioni verticali; obblighi contrattuali imposti al distributore al duplice fine di: * Assicurarsi il suo buon comprtamento eliminando comportamenti opportunistici. * Allineare gli interessi del distributore a quelli del produttre, così da garantirgli condizioni di massimo profitto
Sotto questo profilo le restrizioni sono succedeanee all’integrazione verticale; nell’intento di conseguirne i vantaggi senza doverne sopportare interamente i costi.

LA RIDUZIONE DELL’INCERTEZZA
L’incertezza è una delle principali determinanti dei costi di transazione specie se associata ad elevata specificità delle risorse; pertanto l’impresa ha convenienza a integrarsi verticalmente. Nel caso in cui i costi incrementali dell’integrazione siano ritenuti troppo elevati ha interesse comunque a cercare soluzioni intermedie tra mercato e gerarchia.

RISOLUZIONE DELLE ESTERNALITà
Divergenze di interessi tra produttori e distributori possono emergere, poi, in un ampio spettro di problemi che possono vedersi come effetti di esternalità; in particolare; a. Doppia marginalizzazione; produttore e distributore, in fora e in relaizone ai rispettivi poteri di mercato aggiungono entrambi un markup ai propri costi unitari. b. Concorrenza intramarca, in presenza di una scarsa differenzazione tra distributori, la concorrenza può portare ad una contrazione dei prezzi e dei margini dei distributori tale da non consentire loro una soddisfacente redditività, costringendoli quindi all’uscita dal mercato. c. Effetti free riding; ogni distributore che svolga attività promozionale con investimenti specifici genera delle esternalità positive di cui beneficiano gli altri distributori. In assenza di qualche forma di protezione di tali attività promozionali, attraverso specifici accordi, ne deriveraà una minor disponibiltà dei distributori a realizzarla ; con effetti negativi sulla possibilità di penetraizone di un bene. d. Effetti di localizzazione dei distributori; lasciando loro decidere i distributori sceglierebbero di distanziarsi geograficamente, così da rafforzare il loro potere di mercato e conseguire ricarichi sui prezzi superiori al normale, anche se non tali da favorire l’entrata di nuovi distributori.

TIPOLOGIE DI RESTRIZIONI

Le divergenze di interessi tra produttori e distributori hanno trobato soluzione in un variegata gamma di restrizioni verticali; nell’esaminarle è importante considerare com esse possanoavere spesso una duplice opposta valenza e interpretazione, come strumenti finalizzati, da un lato a contenere il potere di mercato dei distributori a tutto vantaggio dei consumatori, dall’altro a contenere la concorrenza a tutto danno dei consumatori.

IMPOSIZIONE DI PREZZI DI RIVENDITA
L’imposizione di prezzi di rivendita, massimi o minimi, da parte dei produttori ai distributori, è finalizzata ad impedirne comportamenti che che siano in conflitto con i loro interessi, il produttoe impone o consiglia un prezzo massimo al dettaglio, o crea incentivi in tal senso.

Vi è però il rischio (potrebbe insinuare l’antitrust) che le cose siano andate diversamente e con ben altre motivazioni; l’imposizione di prezzi massimi potrebbe infatti essere l’esito di pratiche collusive orrizonatali tra i produttori delle diverse marche o tra i produttori di una singola marca tesa ed evitare un’eccessiva concorrenza nei prezzi finali.

Prezzi di rivendita possono essere imposti anche nel senso di prezzi minimi, l’obbiettivo atteso è di eliminare una concorrenza eccessiva ta i distributori con guerra dei prezzi, caduta dei profitti, uscita dal mercato degli operatori meno efficeinti.

È ovvio che un siffatto strumento è efficace in mercati con un alto grado di differenzazione dei prodotti e in cui il consumatore ha un’elevata fedeltà di marca.

L’arma contattuale nella realzione tra poduttore e distributore è data dal contributo del rivenditore alla differenziazione del prodotto, in termini di promozione e/o assistenza pre e post vendita.

ACCORDI DI ESCLUSIVA
Gli accordi di distribuzione esclusiva possono dividersi in due sottoinsiemi, che talvolta si combinano tra loro in una medesima relazione contrattuale; * Accordi di esclusiva territoriale di vendita * Accordi di acquisto esclusivo a fini di rivendita; in cui il distributore si impegna ad acquistare e rivendere in esclusiva i prodotti di un’unica marca.

Va da sé che entrambe le tipologie di restrizioni conferiscono potere di mercato ai distributori; essi sono protetti dai distributori concorrenti, concorrenza intra marca, vuoi perché è ridotta la loro esposizione alla concorrenza di altri prodotti, concorrenza inter marca.

Quel che è particolarmente rilevante è il grado di concorrenza delle imprese produttrici di beni sostituibili. Un impresa che produca televisori e controlli una quota di mercato poco rilevantepuò sottoscrivere un accordo di esclusiva territoriale per rafforzare la distribuzione dei suoi prodotti senza effetti negativi per i consumatori; perché è la concorrenza tra i produttori di televisori che costituisce il fatto rilevante, e non quella tra i distributori.

ALTRE RESTRIZIONI

1. Obbligo di vendita minima; il produttore impone contrattualmente a vendere una quantità minima di prodotto, questo incentiverà il distributore a fare promozione e ad abbassare i prezzi, e di conseguenza il produttore non ha la necessità di limitare i prezzi 2. Franchising; accordo tra affiliante e affiliato che concede a quest’ultimo il diritto a vendere, in un certo ambito territoriale, più o meno ristretto, un determianto prodotto o servizio avvalendosi del marchio di affiliante, contro l’impegno di farlo nelle modalità indicate dall’affiliante. 3. Obbligo per il distributore di commercializzare altri prodotti della stessa marca 4. Sistema dei prezzi in due parti; il produttore può ricorrere a una politica (finalizzata a evitare doppi markup) di prezzi che vede, da parte dle distributore la corresponsione di un prezzo all’ingrosso, per l’acquisto del bene da rivendere e di un canone di concessione per il diritto esclusivo a poterlo fare. 5. Promozione diretta del produttore; per evitare problemi di free riding tra i distributori, il produttore può internalizzare l’attività promozionale imputandone poi il relativo costo ai distributori locali direttamente sui prezzi all’ingrosso o scaricandolo sui canoni di concessione.

FREE RIDING TRA PRODUTTORI
Si possono verificare anceh casi di comportamenti opportunistici da parte dei produttori, ad esempio nel qualcaso due produttori concorrenti si avvalgano dello stesso distributore.

EFFETTI DELLE RESTRIZIONI VERTICALI

Effetti desiderabili; in alcune circostanze il ricorso a restrizioni verticali può rappresentare una forma efficiente di organizzazione. Il produttore richiede, di conseguenza, al distributore la prestazione di un’attività specifica di dimostrazione, garanzia, assistenza. Questo interesse del produttore può tuttavia essere in conflitto con quelli del distributore; sia perché l’attività richiesta è onerosa sia perché essa può essere frustrata da comportamenti opportunistici di altri distributori.
Tali comportamenti possono però essere corretti mediante l’imposizione da parte del fornitore di un prezzo minimo di vendita: tale da consentire un margine appena sufficiente ad incentivare il rivenditore a fornire servizi addizionali.

In sintesi si può affermare che restrizioni verticali quali l’imposizione di un prezzo minimo di vendita o il diritto di esclusiva promuovono l’inter brand competition di uno stesso prodotto, garantendo al consumatore la completezza della fornitura e inducendo il distributore a fare investimenti.

Effetti indesiderabili;
Vi sono altre situazioni in cui l’intervento dell’antitrust appare più necessario, sul piano almeno dell’analisi economica, per rimuovere situazioni che potrebbero risultare lesive della concorrenza, con effetti quindi negativi sul benessere sociale.

* Market foreclosure; produttore che vincola, con rapporti di esclusiva, una parte rilevante dei canali di distribuzione, di fatto ostacolando l’entrata di produttori concorrenti, anche più efficienti. * Riduzione della concorrenza tra produttori; è il caso dell’esclusiva territoriale che attribuisce al distributore un certo potere di mercato, oppure è il caso di acquisto esclusivo. * Collusione; quando le intese consentono o rafforzano accordi collusivi tra produttori o distributori

Effetti ambigui; se considerassimo due gruppi di consumatori di cui uno è esperto e uno è principiante, e supponendo che il produttore applichi un prezzo minimo di vendita che consenta al distributore di offrire un servizio di asssistenza post vendita, in questa situazione il gruppo di consumatore esperto avrà una riduzione di benessere in quanto non ha bisogno di assistenza, mentre il principiante avrà un aumento di benessere.
Pertanto il rapporto del benessere è ambiguo.

RESTRIZIONI E POLITICHE ANTITRUST

L’ANTITRUST AMERICANO
Sull’atteggiamento più benevolo dell’antitrust usa ha avuto una forte influenza la posizione della scuola di Chicago, la finalità delle restrizioni verticali è essenzialmente quella di eliminare distorsioni dei prezzi nelle fasi a valle e nei processi produttivi.

Le restrizioni, secondo questa visione delle cose, non hanno sostanziali implicazioni anticoncorrenziali né determinano la trasmissione di potere di monopolio da una fase all’altra.

AlLa posizione della scuola di Chicago si contrappone un’ampia letteratura tesa a dimostrare come ai positivi effetti privati che alle parti contraenti possono derivare da accordi verticali, con ricadute benefiche in termini di efficienza, si affiancano, talvolta, effetti negativi in termini di chiusura dei mercati a potenziali entranti ed effetti restrittivi della concorrenza tra competitori già presenti sul mercato, in termini sia di inter marca di intra marca competition.

L’ANTITRUST EUROPEO
La pubblicazione nel 1997 da parte della commissione europea di un libro volto a promuovere un ampio dibattito sulla necessità e auspicabilità di riformare il diritto comunitario in materia di intese verticali ha confermato l’esigenza di un approccio meno giuridico formale e più impermiato di analisi economica.

L’approccio prima adottato ha portato infatti a ritenere lesiva della concorrenza, e quindi a sottoporre a divieto, qualsiasi limitaizone, pur se concordata della libertà di azione delle imprese che vi prendevano parte.

Un’interpretazione di tipo economico porta, invece, a valutare lesività o meno della concorrenza associata ad un’intesa verticale in relazione al suo impatto sulle condizioni economiche di mercato.

L’articolo 81 del trattato europeo la cui struttura lo rende strumento giuridico che consente una valutazione dell’impatto netto delle intese verticali, prendendo in considerazione effetti sia positivi che negativi. Tre le linee guida del regolamento: * utilizzo del criterio della quota di mercato; * previsioni di restrizioni non indispensabili * condizioni di durata delle esenzioni

il regolamento ha posto come vincolo massimo consentito il 30% sia per quanto riguarda la quota di mercato sia l’integrazione dei mercati. Infatti il regolamento esclude Il rischio di una significativa restrizione della concorrenza laddove entrambe le parti detengano quote superiori al 30%, stessa soglia per l’obiettivo di integrazione dei mercati.

Il regolamento si concentra su un’esauriente analisi economica dei vantaggi che l’accordo può apportare e degli effetti che ne possono derivare sulla struttura del mercato e sui consumatori.

Tuttavia sembra comunque prevalere una propensione dei regolatori di Bruxelles a tutelare l’interesse dei competitori dell’impresa messa sul banco degli imputati più che quello dell’insieme dei consumatori.

Capitolo 8; Barriere all’entrata

Le imprese operano all’interno di una duplice sfera concorrenziale e simmetricamente di una duplice forma di interdipendenza decisionale; quella tra incombenti (concorrenza effettiva), e quella tra incombenti e potenziali entranti (concorrenza potenziale).
La concorrenza potenziale produce i medesimi esiti di quella effettiva, a condizione vi sia piena libertà di entrata e di uscita.

Tali barrire quindi costituiscono, quindi,la principale fonte del potere di mercato di cui le imprese che già operano su un mercato si trovano a disporre e dovrebbero quindi, costituire la principale base di riferimento per ogni analisi in materia di concorrenza e sua tutela.

Le azioni poste in essere da parte degli incombenti al consapevole fine di erigere barriere all’entrata sono indicate come “comportamenti strategici”. L’inviduazione preventiva di tali cimportamenti è tuttavia tutt’altro che facile.
Le barriere sono spesso più visibili per gli aspetti che provocano, in termini di prezzi e quantità, che non per il loro palese manifestarsi.

La nozione di entrata a cui fare riferimento è quella di “entrata diretta”; che comporta la creazione di un’impresa del tutto nuova e quindi di una capacità produttiva addizionale rispetto a quella già esistente e di un’offerta ugualmente addizionale.

L’entrata è tipicamente un processo di lungo periodo ed il fattore tempo rappresenta di per sé un ostacolo all’entrata. Tanto è maggiore il tempo necessario ad un nuovo entrante per avviare la sua attività sul mercato, tanto è maggiore la capacità degli incombenti di porre in essere azioni che ostacolino tale entrata, modificando le condizioni di mercato sulla cui base essa fu assunta

ASPETTI DEFINITORI

Joe Bain fu il primo ad esaminare le barriere all’entrata, nel tentativo di spiegare le ragioni che spingono le imprese già presenti su un mercato a fissare prezzi superiori al costo marginale ma inferiori al prezzo di monopolio.
La sua conclusione fu che il prezzo è fissato ad un livello superiore a quello concorrenziale per l’esistenza di barriere all’entrata mentre è inferiore a quello di monopolio al fine di prevenire l’entrata.

Bain definì la condizione di entrata come “lo svantaggio delle imprese potenzialmente entranti rispetto alle imprese già operanti o, all’opposto, il vantaggio relativo delle imprese operanti su quelle potenzialmente entranti”.

Stigler sottolineando l’esistenza di asimmetrie nelle condizioni sia di costo che di domanda tra potenziali entranti e incombenti, a vantaggio di questi ultimi, definisce le barriere all’entrata; “un costo di produzione deve essere sostenuto da un’impresa che cerca di entrare in un’industria, ma non è sostenuto dalle imprese che sono già attive in essa”.

Demesetz restrinse il concetto di barriere all’entrata alla limitazioni stabilite dal governo: che determinano, al di là di impedimenti legali talora insormontabili, un incremento dei costi di produzione. Solo il governo secondo l’economista, ha il potee di limitare l’entrata di nuove imprese sul mercato e di limitare, di conseguenza la concorrenza.

Le barriere all’entrata vengono così definite come impedimenti di varia natura, che riducono la libertà di entrata delle imprese conferendo a quelle esistenti un potere di mercato che consente loro di applciare prezzi superiori a quelli di concorrenza.

Questi impedimenti possono essere suddivisi in tre tipologie; 1. condizioni strutturali 2. comportamenti strategici degli incombenti 3. vincoli di natura regolamentativa

CONDIZIONI STRUTTURALI

Nell’impostazione di Bain le barriereall’entrata sono essenzialmente di natura strutturale, nel senso che la loro origine è da ricercarsi nella struttura stessa dell’industria.

VANTAGGI ASSOLUTI DI COSTO
Le imprese già operanti sul mercato possono beneficiare rispetto ai potenziali entranti di costi di produzione per ogni livello di output.

Questi vantaggi possono derivare da: * controllo di tecniche di produzioni superiori; attraverso brevetti o licenze * proprietà esclusiva o accesso privilegiato a risorse primarie fondamentali per la produzione del bene, causato ad esempio da un’integrazione verticale * impedimenti per il nuove entrante nell’acquisizione di altri fattori di produzione o nella distribuzione dei prodotti a condizioni di costo competitive come quelle consentite agli incombenti. * Fattore esperienza * Peggiori condizioni nell’accesso al mercato dei capitali per i nuovi entranti * Esternalità nella domanda per l’effetto rete; che accresce il valore del bene o servizio aumentare proporzionalmente al loro grado di penetrazione.

L’individuazione delle barriere all’entrata riconducibili a vantaggi di costo è, quindi, operazione tutt’altro che facile ed immediata. Questo assume rilvanza soprattutto ai fini delle politiche antitrust.
Altro aspetto rilevante è la natura spesso temporanea dei vantaggi di costo; la loro permanenza può ipotizzarsi solo in ambienti statici; caratterizzati da scarso dinamismo tecnologico e quindi da ridotte spinte competitive effettive o potenziali.

Innovazione tecnologica, globalizzazione dei mercati, riorganizzazione dei processi porduttivihanno, in conclusione, scalzato posizioni di quasi rendita di cui gli incombenti di un gran numero di industrie beneficiavano; rendendo meno rilevanti i vantaggi di costo come barriere all’entrata.

L’innovazione tecnologica, secondo Schumpeter, sbriciola letteralemnte le barriere all’entrata; al punto da renderne più ostaggi gli incombenti che penalizzati gli entranti.

LE ECONOMIE DI SCALA
Le economie di scala costituiscono una barriera all’entrata quando l’estensione del mercato non consentono all’entrante di operare a livello di DOM.

La dimensione efficiente dell’incombente preclude, quindi l’entrata: a) Nella misura in cui determini una caduta dei prezzi correnti nel momento in cui il newcomer entra sul mercato con una capacità produttiva almeno pari alla DOM b) Se casua all’entrante costi superiori all’incombente.

Le economie di scala non rappresentano per sé un vantaggio per l’incombente ed una barriera all’entrata. Tale esito dipende dal momento in cui si combinano tra loro le seguenti variabili; * L’entità assoluta della DOM * Il rapporto tra la DOM e l’estensione del mercato. * La pendenza della curva dei costi medi di lungo periodo; che indica diquanto aumenta il costo di produzione quando l’impianto è di dimensione minore alla DOM * Il numero di imprese già operanti nell’industria * L’elasticità della curva di domanda ai prezzi

Gli effetti che le economie di scala esercitano sulla possiblità di entrata di newcomers dipendono dal gioco delle aspettative, ovvero dalle interdipendenze decisionali tra incombenti e nuovi entranti sui possibili rispettivi comportamenti. In particolare le aspettative che le imprese entranti formulano sulla possibile reazione dell’incombente e le aspettative dell’incombente .

Bain nel suo studio analizzava sei possibili schemi di reazione, in termini di congettura del nuovo entrante sul possibile comportamento dell’incombente.

ECONOMIE DI SCALA E PREZZO LIMITE
Tra gli schemi di reazione congetturale tra entrante e incombente, quello noto come “postulato di Sylos” ha assunto particolare rilevo; l’intento di Sylos fu quello di elaborare un modello di formazione dei prezzi di equilibrio di lungo periodo in un contesto di oligopolio relativamente concentrato caratterizzato da elevate economie di scala.

La soluzione proposta riconduce alla formazione dei prezzi a tre ordini di variabilli; * La struttura dell’industria * La strategia delle grandi imprese, che in forza dei loro minori costi consentiti dalle economie di scala * La strategia delle imprese potenzialmente entranti.

Secondo il postulato di Sylos Labini se le potenziali entranti entrano sul mercato le incombenti continueranno a produrre quanto producevano prima, non solo per scoraggiare l’entrata di nuove imprese, ma anche perché si riducessero la produzione dovrebbero sostenere un maggior costo totale medio.

Sylos Labini chiama il prezzo equivalente alla quantità X’ prezzo limite, che rappresenta il più alto prezzo praticato dall’impresa per bloccare l’entrata di un nuovo concorrente; in corrispondenza del prezzo limite la curva di domanda del potenziale concorrente giace al di sotto della curva del costo medio, perciò l’entrante produrrebbe con gravi perdite.

La teoria del prezzo limite è stato oggetto di diverse critiche, la prima concerne la possibilità che il mercato non sia un monopolio ma un oligopolio; in questo caso le imprese incombenti troverebbero molte difficoltà a coordinarsi per piazzarsi sul prezzo limite, ovvero si rischia al fine di coordinarsi di finire in una situzione di oligopolio collusivo; la seconda critica riguarda il prezzo limite, che potrebbe essere tale da non massimizzare il profitto, infine l’ultima e più importante critica; l’entrante formula un’ipotesi irrazionale circa la reazione dell’incombente, nel senso non si spiega il motivo per cui qeusti dovrebbe continuare a produrre la stessa quantità prima e dopo l’entrata di una nuova impresa.

LA DIFFERENZIAZIONE DEL PRODOTTO
La differenziazione del prodotto rappresenta una barriera all’entrata poiché i consumatori tendono ad affezionarsi prodotti delle marche esistenti, ciò accade quando i consumatori non considerano due beni come perfetti sostituti, o, in altri termini quando è bassa l’elasticità incrociata domanda-prezzi.

La barriera all’entrata di questo tipo nasce per lo più dall’inerzia del consumatore e dalla sua abitudinarietà negli acquisti, nonché dalla buona reputazione che un’impresa ha saputo costruirsi nel tempo.

I costi di informazione sono la più consistente barriera all’entrata, una completa conoscenza sui prodotti e le imprese renderebbe la brand loyalty inutile sia per i consumatori che per i venditori.

Un ulteriore ragione di ostacolo all’entrata, in qualche modo connessa alla differenzazione del prodotto, data dai suoi metodi e canali di distribuzione. In particolare l’esistenza di eventuali restrizioni verticali nei rapporti contrattuali tra produttori incombenti e distributori.

Un’ultima tipologia di barriere all’entrata connesse alla qualità del prodotto è data dai vantaggi differenziali idi cui l’incombente beneficia rispetto ai rivali nei rapporti coi consumatori.

Occorre evidenziare l’esistenza di costi di conversione che il conumatore deve sostenere per passare da un venditore a un altro, l’incombente può essere poi avvantaggiato dal controllo di beni o servizi complementari, come è per i servizi di assistenza o di riparazione di guasti.

COMPORTAMENTI STRATEGICI
I comportamenti strategici volti ad erigere barriere all’entrata hanno assunto un interesse crescete; perché centralli alla nuova economia industriale, che vede la struttura come variabile endogena alla politiche d’impresa.

Possiamo definire il comportamento strategico come un insieme di azioni che un’impresa intraprende per influenzare la situazione di mercato in modo tale da aumentare i propri profitti.

Le imprese incombenti, in forza del potere di mercato di cui dispongono, cercano, in sostanza, di manipolare la struttura di mercato allo scopo di ridurne il grado di concorrenza.

Perché questi comportamenti abbiano successo si richiedono due specifiche pre-condizioni: * Vantaggio della prima mossa, possibilità dell’incombente di poter agire contro i rivali prima che possano agire loro * Impegno vincolante, l’incombente adotta decisioni che lo vincolano in futuro ad un determinato corso di azione; pagandone anticipatamente il costo rendendo così pienamente credibile agli occhi del nuove entrante
La credibilità della minaccia da parte dell’incombente è la questione centrale all’analisi dei comportamenti strategici, una minaccia risulta credibile se è nell’interesse di chi l’ha espressa porla poi in essere nel caso in cui vengano a creare le condizoni che l’hanno originata. Elemento fondamentale perché l’impegno possa dirsi efficace e cioè vincolante è la sua irreversibilità, il atto cioè che esso comporti per chi l’ha assunto un costo irrecuperabile.

PROLIFERAZOINE DEI PRODOTTI
L’impresa attiva può differenziare il prodotto saturando il mercato con nuovi modelli o nuove marche e sostenendone la diffusione e fidelizzazione dei clienti con politiche pubblicitarie, per coprire tutti i segmenti in cui potrebbero entrare nuovi concorrenti. In questo modo l’incombente può fissare prezzi superiori ai costi medi, realizzando profitti elevati.

Un problema connesso alla proliferazone dei prodotti come deterrenza all’entrata è rappresentato dalla strategia del nuovo entrante di imitazione dei prodotti e marche esistenti e la parallela concorrenza di prezzo.

PRATICHE PREDATORIE
Si tratta di comportamenti che sono profittevoli se inducono l’uscita dei concorrenti o prevengono l’entrata di nuovi concorrenti, una politica predatoria dei prezzi viene attuata da un’impresa quando:
“in una prima fase, riduce il proprio prezzo ad un livello molto basso per spingere i concorrenti ad uscire dall’attività e per scoraggiare l’entrata di potenziali imprese, in una seconda fase, quando i rivali sono usciti dal mercato, aumenta il prezzo”

a) Ridurre il prezzo al prezzo limite per scoraggiare entranti e conquistare quota di mercato b) Ridurre la quota di mercato dei concorrenti c) Spingere i concorrenti fuori dal mercato

L’impresa incombente riesce a spingere i concorrenti fuori dal mercato se è in grado di praticare il prezzo più basso e a mantenerlo fino alla loro uscita definitiva.

L’alterazione del gioco della concorrenza che ne deriva rientra tra i casi punibili da parte dell’autorità antitrust, anche se può risultare difficile distinguere tra una pratica predatoria e una riduzione del prezzo causata da una riduzione dei costi.

A questo proposito, la regola proposta da Areeda e Turner è stata applicata in molti casi per la sua relativa semplicità; se il prezzo è superiore al costo marginale, il comportamento dell’impresa è lecito, mentre se scende al di sotto del costo marginale ci ritroviamo in presenza di un comportamento illecito ovvero di una politica predatoria.

Questa regola al di là delle difficoltà di calcolo dei costi marginali non tiene tuttavia conto del fatto che pratiche predatorie possano prescindere dal livello dei costi marginali, potendosi ricondursi a motivazioni quali; * Asimmetrie finanziarie; l’impresa dominante ha a disposizione una maggiore quantità di risorse finanziarie rispetto ai concorrenti, potendo sopportare più a lungo una guerra di prezzi * Effetti di reputazione; un impresa ha interessa a perseguire strategie aggressive per crearsi una reputazione di dominatrice del mercato per scoraggiare nuovi potenziali entranti. * Asimmetrie informative; in condizioni di informazione imperfetta, quale quella esistente tra incombente ed entrante .

I concorrenti si lamentano delle aggressioni delle rivali, che chiamano predatori, soprattutto quando questi sono efficienti , e quindi difficilmente affrontabili se non cercando protezione nei regolatori pubblici. Anche nei casi in cui le asserite pratiche predatorie sono tese a danneggiare i rivali, i consumatori ne beneficeranno in termini di minori prezzi o migliori condizioni d’altro tipo.

“un onniscente corte dovrebbe proibire i bassi prezzi solo quando ha la prova che il danno ai consumatori sarà in futuro superiore ai benefici che attualemente conseguono dai minori prezzi”.

In assenza di regolazione, l’incombente verticalmente integrato potrebbe adottare comportamenti discriminatori verso i rivali e a vantaggio delle proprie produzioni che si pongono in concorrenza con loro. Da qui la necessità di imporre agli incombenti il breakup aziendale tra le diverse fasi o nel caso estremo di collocare la proprietà e gestione di tali infrastrutture sotto controllo pubblico.

VINCOLI DI NATURA REGOLAMENTATIVI (BARRIERE LEGALI)
L’esercizio di una determinata attività può essere subordinato al rilascio di un’autorizzazione e/o licenza amministrativa da parte dello Stato o addirittura può essere riservato in via esclusiva ad organi dello Stato.
Questo avviene nei settori in cui non vi è strutturalmente concorrenza o nei settori dove la concorenza è ritenuta socialmente indesiderabile.

BARRIERE E POLITICHE PUBBLICHE
Se in passato le politiche pubbliche di stampo interventista si sono caratterizzate nell’innalzare barriere legali d’ogni tipo e a prestare scarsa attenzione a quelle economiche, la preoccupazione oggi prevalente è come smantellare le barriere legali e come assicurare parità d’armi nello scontro concorrenziale.

Le politiche hanno operato in più direzioni; processi di liberalizzazione dei mercati; politiche volte a correggere le asimmetrie tra incombenti e nuovi entranti; politiche antitrust.
Tra le pratiche del secondo tipo merita rammentare: * i sussidi finanziari ai nuovi entranti * l’esenzione per l’entrante di obblighi imposti all’incombente. * Misure per ridurre i costi di conversione * Accesso alle essential facilities

Correggere le asimmetrie può essere opportuna pratica regolatoria sotto una duplice condizione; a) Che vi sia relativa certezza che l’entrata arrecherà significative benefiche esternalità b) Che a beneficiarne siano i consumatori prima che i potenziali competitori

Capitolo 9; Verso un nuovo ordinamento

La forte contrazione dei tassi di crescita; l’insostenibilità di spese pubbliche discrezionali e di una rete di protezione sociale divenuta universalistica: le sempre più gravi crisi fiscali, provocarono nelle opinioni pubbliche, come nelle classi dirigenti più avvertite, una profonda crisi di sfiducia nell’ordinamento economico esistente. In particolare nelle virtù salvifiche dello Stato interventista e nella superiorità delle sue capacità cognitive rispetto a quelle dell’istituzione del mercato.

I nuovi sviluppi teorici tendono a dimostrare limiti ed insuccessi dello Stato interventista. Critiche e strali si levano verso; i guasti prodotti dalla incontrollata crescita della spesa pubblica, i fallimenti della proprietà pubblica e i danni indotti da una regolamentazione pubbliche che aveva progressivamente avvilito l’ambito dell’iniziativa privata.

Spesa pubblica, ritenuta in larga pare improduttiva, ed alta pressione fiscale vengono per lo più percepiti come vincoli alla crescita delle economie ed al riassorbimento della disoccupaizone e come fattori di penalizzazione di una competizione.

Le politiche universalistiche il più delle volte non andavano a vantaggio delle categorie più bisognose ma di quelle politicamente più protette.

Se largamente condivisa è l’analisi delle criticità che emergevano dalla nuova fase del capitalismo, molto diverse erano nei singoli paesi le risposte politiche con cui si intendeva fronteggiarle.

Due posizioni estreme si fronteggiavano; finendo per costittuire ostacolo a razionali ed equilibrati processi di riforma. Da un lato quella di chi avrebbe voluto ritornare ad una radicale politica di laissez faire ; portando al centro dei sistemi sociali profitto, accumulazione, mercato con un radicale smantellamento della rete di protezione sociale.

Dall’altro quella di chi specie nella sinistra europea nulla avrebbe voluto modificare nella assoluta difesa della sacralità delle conquiste dello Stato sociale e dello Stato onnipresente.

Dopo decenni di pesante inteventismo, gli stati avrebbero dovuto ritrarsi dalla gestione e dal controllo soffocante dell’economia; cedendo diritti di proprietà che copiosamente avevano accumulato ed il potere di controllo che ad essi si associava.

Non più quindi uno stato protettore che assicurava al cittadino assistenza per tutta la vita, ma uno stato in grado di attivare nuove opportunità per il tramite di un sistema di incentivi di cui il cittadino avrebbe potuto beneficiare con spirito di intrapresa e di sacrificio.

Alle motivazioni interne che stavano alla base della ridefinizione del ruolo degli stati e altre se ne aggiungevano di ordine internazionale. In primo luogo i processi di integrazione politico economica, in primis l’UE che fissando rigidi vincoli all’operato degli Stati nazionali ne determinavano la conseguente cessione di sovranità
In secondo luogo il progressivo formarsi di un mercato globale, quale effetto combinato dei processi di liberalizzazione dei mercati nazionali; dell’accresciuta facilità degli scambi internazionali; della internazionalizzazione delle politiche aziendali; dei formidabili progressi consentiti dall’IT e dal nascere della new economy.

L’affermarsi di un mercato globale ha reso sempre più impossibile l’adozione da parte dei singoli Stati nazionali di politiche differenziate; pena il rischio della loro marginalizzazione nella competizione internazionale. Motivazioni interne e internazionali hanno portato al graduale restingimento dell’area di intervento statale.

L’irreversibile declino dell’economia mista avrebbe innescato profondi processi di riforma relativamente in particolare a: * Ordinamenti normativi * Organismi istituzionali * Assetti proprietari delle imprese controllate dallo Stat * Forme di governo delle imprese; nella tutela dei diritti dei vari shareholders.

A partire dagli anni 80 sono stati avviati queste riforme con più o meno intensità a seconda se: a. Specifiche condizioni di ciascun paese b. Consenso politico che i governi riuscivano a coagulare intorno a tali riforme c. Stabilità del quadro politico e dei governi d. Livello di sviluppo dei mercati finanziari e. Condizioni della finanza pubblica

Sono emersi problemi e contraddizioni, ma non limitano l’importanza della rivoluzione liberale che ha attraversato il mondo intero a fine 900 e inizio 2000, rivoluzione che aveva trovato nelle teorie economiche della nuova economia industriale un formidabile supporto di analisi, di idee, di proposte innovative, questa rivoluzione si sarebbe articolata in quattro processi di riforma di diversa natura; * Liberalizzazione, eliminazione parziale o totale dei diritti di esclusiva dei monopoli * Deregolamentazione, rimozione dei vincoli legislativi * Privatizzazione, cessione da parte dello stato del controllo delle imprese di cui deteneva la proprietà * Ri-regolamentazione, revisione delle politiche di regolazione

LIBERALIZZAZIONI E DEREGOLAMENTAZIONI

RAGIONI E CONDIZIONI DEL LORO SUCCESSO
Col termine liberalizzazione si intende la limitazione dei diritti di esclusiva che consentivano solo a pochi soggetti, o a un solo soggetto, di poter operare nell’ambito di determinate industrie.

Essi hanno per lo più interessato il settore dei servizi di pubblica utilità per due motivi; 1. Perché è in essi che si sono per lo più osservate condizioni di monopolio naturale 2. Perché erano in essi presenti interessi d’ordine generale che gli stati ritenevano non pienamente raggiungibili in un contesto concorrenziale.

Quali le ragioni di questo cambiamento delle politiche pubbliche? 1. Il convincimento che assetti monopolistici nell’intera filiera dei settori interessati allontanassero da condizioni di ottimalità produttiva 2. Le innovazioni tecnologiche che hanno superato le condizioni che stavano alla base del monopolio naturale 3. L’appartenenza ad ordinamenti sovranazionali

Il passaggio dal monopolio alla concorrenza è quindi scelta condivisa nella generalità dei paesi industrializzati.

Per valutarne il successo è necessario infatti che essi producano nei settori interessati una concorrenza efficace e reale. Una concorrenza in grado da un lato di migliorare l’efficienza produttiva delle imprese vecchie e nuove che vi operano e, dall’altra, di far traslare una parte dei minori costi sui prezzi finali.

La capacità di migliorare le cose attraverso le liberalizzazioni è data quindi dall’incentivo che si dà ai consumatori di cambiare fornitore, possibilità prima preclusa.

La possibilità di conseguire tali positivi risultati è funzione di più fattori; 1. Dal modo in cui si disegnano le leggi di riforma, il modello organizzativo dei settori interessati che si prescegli in termini di; grado di integrazione verticale e orizzontale, modalità di entrata dei nuovi operatori e criteri di accesso alle essential facilities; tuttavia non esiste un modello organizzativo che possa dirsi ottimale rispetto agli altri 2. Dall’efficacia della regolazione; dalla capacità cioè di chi è titolato a definire e afar rispettare le nuove regole di funzionamento dei mercati nel loro delicato traghettamento dal monopolio alla concorrenza. 3. Dalle ragioni storiche che motivaron la scelta dei diritti esclusivi di monopolio nella più parte dei public utilities, esse erano principalmente 3; a. Esistenza di condizioni di monopolio naturale b. Essitenza di economie di coordinamento c. Possilbità consentita da un assetto monopolistico di applicare schemi di discriminazione tariffaria, ritenuti socialmente e politicamente vantaggiosi.

Il superamento delle ragioni che un tempo motivarono modelli monopolistici apre, non di meno, alcuni interrogativi a cui il regolatore è chiamato a dare risposte e dalla cui efficacia dipende il successo finale delle liberalizzazioni; * se e come può l’incombente recuperare investimenti realizzati prima della liberalizzazione, e non più recuperabili in un contesto di mercato concorrenziale * a che prezzi gli incombenti devono garantire ai nuovi entranti l’accesso alle essential facilities * come possono i regolatori finanziare programmi di sostegno sociale in modo economicamente più razionale.

L’IMPORTANZA DELLA STRUTTURA
La struttura di un’industria è determinante primaria della condotta delle imprese, e quindi, dei suoi risultati, modificando la prima si modificano l’una e gli altri. L’idea che la ristrutturazione risolva di per sé i problemi posti dal monopolio è, tuttavia semplicistica e molto meno lineare di quanto la si faccia apparire, per tre motivi; * perché il monopolio può essere naturale e intal caso la disintegrazione delle imprese può ridurne l’efficienza produttiva; * perché come normalmente accade nelle public utilities, monopolio e concorrenza possono combinarsi e la loro separazione non è senza problemi * perché l’approccio strutturalista assume che non vi siano altre vie per raggiungere i medesimi risultati.

L’integrazione verticale si ritiene abbia pesanti effetti anticoncorrenziali; per la possibilità che l’incombente ha di adottare coportamenti strategici o di disporre di vantaggi assoluti nei confronti dei potenziali entranti. Essa peraltro minimizzava i costi d transazione e ottimizzava i costi di coordinamento.

L’analisi costi/benefici dovrebbe proprio consentire di valutare quale tipo di cooordinamento (mercato o gerarchia) risulta più efficiente nei singoli contesti a cui si fa riferimento. Anche se da tale analisi si dovesse evincere che l’integrazione è la scelta migliore, il regolatore potrebbe, tuttavia, impedirla nel timore di comportamenti anticoncorrenziali.

La struttura di un settore non può essere determinata a priori come scelta meramente ideologica. Essa deve derivare da un’attenta valutazione comparata, da una parte, dei maggiori costi di transazione che discenderebbero da un’ipotesi di disintegrazione, e dall’altra, dei benefici dei comportamenti anticoncorrenziali e delle asimmetrie informative che deriverebbero dal mantenimento dell’integrazione.

DEREGOLAMENTAZIONE
Col termine deregulation si intende la eliminazione, riduzione o anche solo semplificazione delle norme prima predisposte, in via legislativa o amministrativa, all’ordinamento di determinate attività economiche o sociali.

All’origine della regolazione vi era infatti una forte sfiducia nei meccanismi di funzionamento dei mercati, ma non era estranea “l’idea che i problemi degli uomini dovessero essere affrontati e risolti non dagli individui ma dalle istituzione “(cit. Amato).

L’economic deregulation si avvia dalla fine degli anni settanta dapprima negli stati uniti e in GB quindi poi nel resto d’europa.

Una modifica quindi alla quantità delle norme piuttosto che della loro qualità in senso liberale, tale però da rendere più speditivi i processi autorizzativi o ridurre, comunque, il peso delle burocrazie nelle decisioni adottate dalle imprese.

PRIVATIZZAZIONI

UN PROCESSO IRREVERSIBILE
Dei processi di riforma che hanno segnato la fine dello scorso secolo quello delle privatizzazioni ha assunto, forse, la maggior rilevanza politica e istituzionale; sino a costituire il punto di più evidente discontinuità rispetto ai precedenti modi di intervento dello Stato in economia.

Ciò è accaduto per più motivi: 1. perché ha interessato tutte le aree economiche mondiali; dai paesi ad economia di mercato, a quelli a economia pianificata, ove la proprietà privata era per definizione assente 2. perché è stato trasversale a tutti i comparti industriali, anceh se ad esserne interessato è stato soprattutto il settore delle pubblic utilities. 3. Perhcè la via delle privatizzazioni è il segno più emblematico della ritirata dello stato.

La bandiera delle privatizzazioni verrà in seguito issata dagli altri paesi europei e dalla generalità di quelli emergenti che si andavano affacciando sui mercati internazionali; perché quello era considerato la discriminante del cambiamento delle politiche pubbliche.
In italia nel 1992, quando in GB aveva già ceduto ai privati circa i 2/6 del capitale impiegato, lo stato non aveva ceduto una sola zione di sua proprietà, non aveva liberalizzato null, non aveva introdotto alcuna forma di moderna regolazione dei settoir che dovevano andarsi a privatizzare

In quell’anno il Governo guidato da Amato aveva operato una trasformazione istantanea in società per azioni dei maggiori enti pubblici economici, primo passo per avviarne la privatizzazione, assegnando loro a titolo di concessione “tutte le attività nonché i diritti minerari già attribuiti o riservati per legge.

ASPETTI DEFINITORI, MOTIVAZIONI, OBIETTIVI
Per privatizzazione possiamo definire “un processo mediante il quale si trasferisce un’azienda di proprietà pubblica al settore privato.; due sono quindi le principali tipologie: * La vendita ai privati del pieno controllo di imprese pubbliche * L’affidamento a soggetti privati di funzioni, di attività o di servizi prima svolti direttamente dal settore pubblico. * La cessione ai privati d quote di minoranza della proprietà di imprese pubbliche * Iniziative e deliberazioni che hanno modificato le tipologie comportamentali degli amministratori pubblici avvicinandole a quelle dei manager privati.

Molteplici sono le motivazioni addotte a sostegno delle privatizzazioni, così come gli obiettivi; a. Aumentare l’efficienza delle imprese b. Favorire con strutture di controllo privatistiche l’apertura dei mercati protetti alla concorrenza. c. Ridurre lo stock di debito pubblico d. Favorire lo sviluppo di un vasto mercato dei capitali e. Rendere i sistemi economici più adeguati ad affrontare le sfide poste dalla globalizzazione dei mercati

Vendere in fretta, prima di aver realizzato nuovi istituti e modelli di regolazione, avrebbe poi comportato il grave rischio di cadere dalla padella di un monopolio pubblico alla brace di un monopolio privato. Ancora frammentare le vendite per favorire i piccoli azionisti poteva configgere con l’obbiettivo di sottoporre i comportamenti dei manager ad una effettiva disciplina del mercato dei capitali.

Nell’amplissima letteratura sulle privatizzazioni, il fallimento della proprietà pubblica, a cui le privatizzazioni, avrebbero dovuto porre rimedio è stato normalmente ricondotto alle seguenti ragioni: * Eccessiva intrusione della politica nelle scelte gestionali delle imprese pubbliche che si vedevano addossate “oneri impropri”. * Vaghezza, contradditorietà, variabilità degli obiettivi posti ai managers pubblici * Debolezza del management di fronte alle pressioni sindacali * L’inefficiente uso delle risorse e la bassa produttività che ne deriava anche per l’assenza di adeguati incentivi di mercato

Imprese quindi non costrette al confronto con altre imprese, sottratte per definizione alla minaccia di scalata, al rischio di bancarotta o alla necessità di dover reperire altro denaro dal mercato.

La forma di mercato quindi più che la forma di proprietà è alla base dei fallimenti della proprietà pubblica. L’effetto positivo che la competizione ha sull’efficienza è fuori discussione, sia in termini teorici che empirici, non altrattanto può dirsi per la privatizzazione.

IL CASO ITALIANO

UN CASO DAVVERO PARTICOLARE
Agli inizi delgi anni settanta, esattamente nel 1973 si potevano contare in italia ben 443 imprese pubbliche con più di 20 addetti, articolate in quattro categorie; * Imprese a partecipazione statale * Imprese gestite da enti locali * Aziende autonome dello stato * Altre imprese pubbliche

In base all’importanza relativa nei settori di appartenenza le imprese pubbliche potevano ripartirsi in tre grandi categorie * Settori ad elevato controllo pubblico (50-90%) * Setttori misti pubblico privato con medio grado di controllo pubblico (30%) * Settori a basso controllo pubblico (2-10%)
La presenza pubblica era concentrata principalmente nell’alta industria italiana

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Capitolo 10; La Regolazione

REGOLAZIONE IN SENSO LATO
Intendiamo con queso termine l’insieme delle politiche pubbliche volte a condizionare il comportamento delle imprese verso determinate finalità di interesse generale ovvero a controllare attività che si reputa abbiano particolare rilevanza sociale.

La politica di regolazione così intesa ha assunto nel tempo carattere multidimensionale; in relazione alle diverse sfere dell’agire delle imprese e alle diverse implicazioni che ne sarebbero potute derivare. Ne possiamo in particolare rilevare 3: 1. Regolazione della condotta economica delle imprese 2. Regolazione della condotta sociale delle imprese 3. Regolazione tecnica delle industrie che comportano problemi di interconnessione e di inter operabilità con altre infrastrutture interno o esterne al mercato.

La distinzione in particolare tra regolazione economica e sociale è tanto più importante perché ad un indubbio sensibile allentamento della regolazione del primo tipo, quella economica, che siè osservata attraverso il processo di riforma che si è definito come deregulation, si è contrapposto un altrettanto indubbio e sensibile rafforzamento della regolazione del secondo tipo; quella sociale.

Con il regredire dell’ingerenza pubblica, la regolaizone in senso lato è andata affievolendosi. Di politica industriale ve ne è così almeno in apparenza, ormai ben poca, anche se in alcuni paesi come la Francia o la Germania, essa continua a essere svolta in modo pregnante dai rispettivi governi anche se in forme meno palesi d quelle di un tempo.

All’interventismo dello stato si è sostituito il contemporaneo rafforzamento della politica di tutela della concorrenza e del mercato attraverso istituzioni a tale scopo predisposte, il livello sia nazionale che sovranazionale. L’interesse del mercato ed il suo efficiente funzionamento sono divenute l’asse portante dell’interventismo pubblico.

Due esigenze son venute a contrapporsi; * la prima esigenza è se e come impedire che la libertà economica degenerasse in un potere privato tale da minacciare la libertà altrui * la seconda esigenza è se e come impedire che il potere confidato a qeusto scopo alle istituzioni non ingigantisca se stesso e non giunga a distruggere le libertà che esso dovrebbe proteggere.

REGOLAIZONE IN SENSO STRETTO
Intendiamo la regolazione di settori che per ragioni strutturali conoscono impedimenti alla concorrenza e ai quali è connessa una particolare rilevanza sociale.

Attraverso tale regolazione il potere pubblico punta a conseguire dagli operatori comportamenti e risultati similari a quelli che si avrebbero in stuazioni concorrenziali. Essa opera quando la concorrenza è impossiblie o solo parzialmente possibile.

Tutela della concorrenza e regolazione sono oggi demandate ad Autorità indipendenti. Loro funzione precipua è garantire l’eguaglianza intesa come parità delle armi, come pari possilbità di contendere, data a soggetti economici in uno spazio operativo chiamato mercato.

L’affermazione dello Stato regolatore si sostanzia su tre presupposti: * istituzione delle autorità di regolazione indipendenti; cui lo Stato trasferisce parte dei compiti un tempo svolti dalle burocrazie ministeriali * adozione di regole formali di governo delle relazioni interne alla amministrazione così come quelle che intercorrono tra imprese e potere centrale * separazione tra funzioni operative e funzioni di formulazione delle politiche

LE AUTORITà INDIPENDENTI

DEFINIZIONE
La regolazione economica sia in senso lato che in senso stretto viene demandata ad Autorità dette indipendenti perché pur facenti parte dell’apparato statale, osno formalmente separate dall’amministrazione centrale (ministeri) anche se mantengono un rapporto di subordinazione istituzionale con l’autorità politica.

Perché la loro attività è stata sottratta alle burocrazie ministeriali ed alla stessa politca di cui esse sono emanazione? 1. Alta professionalità e specializzazione richieste come condizione imprescindible per svolger un’accurata ed avanzata attività di regolaizone in settori spesso altamente complessi, con caratteristiche come asimmetrie informative, rapida evoluzione tecnologica che necessitano di tempestivi interventi correttivi, e la tempestività non è una caratteristica della burocrazia politica. 2. La bassa credibilità degli impegni che lo sTato e le burocrazie ministeriali che ne costituiscono il braccio operativo sono in grado di assumere nei confronti dei soggetti economici sottoposti a regolazione.

La ragion d’essere dell’autorità indipendente può essere definita come “l’illuminata volontà del potere politico di legarsi le mani per il futuro; delegando attraverso apposite leggi, i poteri di regolaizone. Di rendere cioè credibili le politiche e gli impegni che si intendono assumere nei confronti dei soggetti che operino in un determinato settore nellla aspettativa di averne in cambio politiche tese al miglioramento dell’efficienza.

OBIETTIVI E SFERE DI INTERVENTO
L’obiettivo primo della regolaizone è di assicurare ai soggetti economici parità di contendere sull’arena del marecato, garantire che vi sia effettiva concorrenza nei settori ove essa è pienamente dispiegabile, favorendone i presupposti laddove era stata impedita da barriere legali.

Gli obiettivi e le funzioni assegnate alle Autorità indipendenti sono generalmente fissati con apposita legge istitutiva; che ne determina i limiti di azione, i margini di discrezionalità, i controlli giurisdizionali cui è soggetta. Gli obiettivi generalmente fissati per le autorità possono così elencarsi: 1. Correggere i fallimenti del mercato 2. Promuovere la concorrenza 3. Simulare la concorrenza 4. Assicurare la trasparenza delle regole 5. Tutelare l’utenza finale

La regolazione delle Autorità indipendenti si sviluppa su due sfere di intervento; a) La struttura del settore; per favorirne la transizione alla concorrenza, là evidentemente ove essa non incontra impedimenti fisiologici b) I comportamenti delle imprese, per allinearli a quelli che si avrebbero in condizioni concorrenziali.

Gli strumenti con cui le Autorità intervengono principalmente sono: * Definizione delle modalità di entrata nei mercati liberalizzti * Determinazione delle tariffe nei settori ove la concorrenza non può operare * Controllo dei prezzi e delle modalità di accesso alle essential facilities * Determinazione di misure di sostegno alla entrata di nuove imprese * Definizione delgi standard di qualità dei servizi e misure di tutela dei consumatori

LE PRECONDIZIONI; INDIPENDENZA E PROFESSIONALITà
La prima condizione è data dall’autonomia e indipendenza che deve caratterizzare l’operato delle Autorità, da intendersi come neutralità dagli interessi di parte, dal certo e dal ciclo politico, dal potere esecutivo e dalle lobby sindacali, e dagli stessi umori dell’opinione pubblica e delle associazioni che sostengono di rappresentare e difendere gli interessi dei consumatori.

La condizione di indipendenza poggia non solo sull’effettiva condotta dei regolatori ma anche su alcuni specifici pre requisiti; in particolare i criteri di nomina dei membri degli organi delle autorità, l’autonomia finanziaria delle autorità e lo status giuridico del personale.

La seconda correlata condizione per il buon operato delle autorità è quella della professionalità dei suoi vertici e della loro struttura interna; La necessità di disporre di competenze altamente specializzate e apolitche cui delegare poteri amministrativi in settori ad elevata complessità e rilevanza sociale.

TEORIE DELLA REGOLAZIONE
Con teorie della regolazione intendiamo le teorie sulle cause politiche che stanno alla base della regolazione, esse sono andate evolvendo nel tempo in due filoni; * Uno tradizionale, che vede nell’intervento statale l’unica via attraverso cui correggere situaizoni di fallimento del mercato, ed è la teoria dell’interesse pubblico. * Uno antitetico, che riconduce l’intervento dello stato a specifiche richieste di aiuto di ristretti interessi; è la teoria dell’interesse privato

TEORIA DELL’INTERESSE PUBBLICO
Secondo questa teoria, la regolazione è richiesta quando i mercati non conduconospontaneamente ad esiti efficienti, anche nel pieno rispetto delle sue regole di funzionamento. L’intervento pubblico è richiesto nell’interesse della colelttività, per un duplice fine: a) Conciliare interessi indviduali ed interessi generali b) Correggere i fallimenti del mercato
Nella presunzione che la regolazione pubblica sia il metodo più efficace.
Questa teoria ha largamente dominato la politica di regolazione sino algi anni sessanta, strattamente combinandosi con le politiche keynesiane.

La risposta prevalente in Europa è stata la proprietà pubblica; in particolare; 1. Sviluppo degli investimenti nelle infrastutture essenziali (particolarmente imporante dopo la seconda guerra mondiale) 2. Riequilibrio territoriale nei paesi come l’Italia con economie duali 3. Sicurezza ed affidabilità dei servizi pubblici sia nel breve che nel lungo termine 4. Tutela dei consumatori dall’eccessivo potere dei produttori 5. Azione supplettiva del capitale privato.

La necessità di un intervento diretto e pervasivo dello Stato traeva origine da più ordini di considerazioni; * Il carattere strategico di industrie come quelle petrolifere o di pubblica utilità * Le condizioni di grave arretratezza dell’Italia nel dopoguerra * La scarsa propensione dei capitali privati ad impegnarvisi * L’esistenza di condizoni produttive tipiche dei monopoli naturali.

Quel modello dominante di struttura di mercato e di regolaizon è stato messo in discussione negli anni 80 per diversi motivi: * Il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo originari * La minor efficienza a cui i monopolisti pubblici erano stati costretti dall’assenza di concorrenza * Le pesanti intrusioni della politica.

Le critiche rivolte ai monopoli pubblici muovono, quindi dai loro insoddisfacenti livelli di efficienza produttiva. Se è vero infatti che il gestore unico in condizioni di monopolio naturale ha la possibilità di scendere molto in basso lungo la curva dei costi unitari di produzione, non è affatto sicuro che questa sia la curva più bassa.

Queste considerazioni hanno portato ad una forte richiesta di privatizzazioni e di liberalizzazioni, nel convincimento che le caratteristiche strategiche e sociali dei servizi di pubblica utlità non necessariamente risultano sacrificate da una gestione privata, e che il progresso tecnologico tende oggi a circoscrivere l fasi produttive in condizioni di monopolio naturale.

Duplice è il compito che lo stato si trova ad assumere; definire le regole e le linee di condotta che le imprese devono seguire nello svolgimento della propria attività produttiva e osservare che le imprese rispettino le regole fissate dallo stato attraverso una regolazione forte di imprese private.

TEORIA DELL’INTERESSE PRIVATO
Secondo questa teoria “la regolazione non viene introdotta nell’interesse pubblico, ma viene comprata da una data industria e progettata e gestita in primo luogo a beneficio di questa”.

Nelle più recenti teorie in tema di regolaizone è espresso il convincimento che le politiche governative non rispondano tanto al mero verificarsi di un supposto fallimento del mercato, ma piuttosto ad una vera e propria domanda di regolazione proveniente da particolari gruppi di interesse.

Stigler delinea una teoria dei cartelli, sostenendo che essi difficilmente riescono ad operare in modo efficace; preservando accordi sui prezzi in presenza di un elevato numero di imprese.
Per contro, nei settori caratterizzati da un numero limitato di imprese, i problemi di operatività del cartello sono di minore peso, così come l’entrata di nuovi concorrenti nel mercato.

La richiesta di regolamentazione può risultare più forte nelle industrie caratterizzate da elevata numerosità dei partecipanti; ove i nuovi ingressi incontrino minori ostacoli.

Perciò diventa necessario anche per i free riders di allinearsi al gruppo di interesse con le proprie richieste, essendo consapevoli che restando esclusi dalla possibilità di beneficiare della regolaizone richiesta dai più, non potranno operare alcuna successiva azione per appropriarsene.

LA TEORIA DELLA CATTURA
Secondo questa teoria esisterebbe uno stretto collegamento tra interessi privati e regolazione secondo la quale esisterebbe uno stretto collegametnto tra interessi privati e regolazione. Secondo tale teoria, col passare del tempo, i funzionari addetti alla regolazione finiscono col prescindere dalle originali linee guida che dovevano ispirare il loro operato e vengono ad essere “catturati” da coloro che si riteneva dovessero essere sottoposti a regolazione.

In un'altra visione più generale entrambe le teorie possono essere ricomprese nel più ampio tema della “rent seeking”; tentativo posto in essre dai componenti di un determinato settore di sfruttare una determinata forma di ordinamento istituzionale a proprio vantaggio, con l’effetto ad esempio di prevenire l’entrata o di erodere le rendite economiche delle imprese esistenti.

La rent seeking può avere luogo nell’ambito di una vasta gamma di settori, anche potenzialmente caratterizzati da una struttra competitiva.

FORME DI MERCATO , INTERESSI GENERALI, REGOLAZIONE

Una scarsa coerenza interna tra le modalità di attuazione di ciascuno di tali processi non può che indurre inefficienze sistemiche e portare a risultati difformi, se on addirittura opposti a quelli voluti; l’esito insoddisfacente delle riforme dovrbbe ricondursi non già al loro merito ma allo specifico modo in cui sono disegnate.
Tale interdipendenza è riconducibile principalmente a due ordini di ragioni; a. Relazioni di interdipendenza che corrono tra forme di mercato e modelli di regolazione b. Sussistenza di interessi generali connessi all’erogazione dei servizi di pubblica utilità

La regolazione, si è detto più volte, è chiamata a garantire condizioni di piena concorrenza laddove essa non trova impedimenti strutturali, attraverso le istituzioni antitrust; sostituirsi o simulare la concorrenza quando sussistono impedimenti strutturali

Maggiore è il grado di monopolio maggiore è l’intensità della regolazione che si rende necessaria e viceversa, la regolazione è giustificata per definizione dall’assenza della concorrenza; dovendo coerentemente ritrarsi là dove essa è in grado di avanzare.

Elementi imprescindibili di ogni politica di regolazione sono gli interessi generali che ogni comunità ritiene collegati all’erogazione dei servizi di pubblica utilità.

Gli interessi generali difficilmente possono essere spontaneamente conseguiti dal mercato e dagli interessi particolari a cui i singoli produttori mirano.

L’esperienza storica e le schematizzazioni teoriche propongono sostanzialmente tre modelli organizzativi dei settori delle public utilities a cui corrispondo altrettanti modelli di regolazione; 1. monopolio verticalmente integrato proprietà pubblica e regolazione debole.
Questo modello forniva maggiori garanzie di continuità ed armonia tra gli obiettivi attesi dallo Stato ed obiettivi perseguiti dalle aziende sotto il suo controllo, ma avrebbe iimpattato negativamente con i normali problemi di inefficienza tipici della proprietà pubblica

2. monopolio verticlamente integrato proprietà privata regolazione forte.
È il modello con più contraddizioni, perché a fronte dei benefici dell’integrazione deve fronteggiare maggiori oneri per l’assenza di concorrenza

3. Monopolio/concorrenza proprietà privata regolazione forte, è quello verso cui tendono oggi i processi di riforma, esso vede la combinazione di una regolazione forte nei segmenti che operano in condizioni di monopolio naturale.

Tre sono le dimensioni che più rilevano nel concetto di servizio pubblico: * La natura di tali servizi, con particolare riferimento ai caratteri di essenzialità o di meritorietà * Gli obblighi che ne conseguono per le imprese titolate all’erogazione di tali servizi, quanto a loro accessibilità * La capacità del mercato di assicurare nella spontaneità dei suoi meccanismi di funzionamento , il pieno soddisfacimento delle finalità sociali.

Il giudizio sulla validità di ogni modello non può che derivare dalla sua capacità di conseguire esattamente gli obiettivi prefissati.

Per definire al meglio la nozione di servizio pubblico appare utile richiamare le due teorie che nel tempo sono prevalse in europa: 1. Teoria Soggettiva; individua come servizio pubblico ogni attività di erogazione di prestazioni a favore dei cittdini e direttamente svolta dalla pubblica amministrazione, non vi è alcuna distinzione tra il loro carattere pubblico e la natura pubblica del soggetto erogatore 2. Teoria Oggettiva; supera la univocità del rapporto Stato/interesse generale e carattere pubblico del servizio / natura pubblica del soggetto che eroga, per includervi la possiblità che anche soggetti privati possano svolgerli sotto il vincolo del rispetoo di determinati obblighi, si è pervenuti a un concetto di servizio pubblico quale; attività economica indirizzata e coordinata a fini sociali attraverso programmi e controlli pubblici
Quindi la teoria oggettiva intende che il servizio pubblico si qualifica per i propri caratteri, indipendentemente dal fatto che a svolgerlo sia un soggetto pubblico o privato.

Il modello organizzativo del monopolio pubblico si rifà alla teoria soggettiva, e questo fa perno su due pilastri: * L’assetto monopolistico dei settori interessati; motivato con l’esistenza di condizioni di monopolio naturale nei sistemi a rete e con la possibilità di realizzare un sistema di sussidi incrociati capace di fianziare le attività non redditizie con quelle redditizie. * La proprietà pubblica dei soggetti erogatori nel duplice convincimento che le finalità di interesse generale avessero maggiori possibilità di essere soddisfatte e che si desse più efficace soluzione ai delicati problemi di regolazione posti dal trade off tra monopolio e proprietà privata.

Nel nostro paese l’ordinamento giuridico dei servizi pubblici ha fatto tradizionalmente perno su una duplice componente; il regime della riserva; la quale sottrae, in sostanza, a tutti i soggetti economici la legittimazione ad assumere la qualità di imprenditori nei settori da essa interessati, nel timore che il perseguimento di esclusivi finidi profitto potesse provocare un danno all’interesse generale.
La seconda componente oltre al regime della riserva è la specifica modalità con cui lo stato assegnava a terzi l’esercizio dei servizi pubblici interessati, attraverso la gestione diretta, la gestione indiretta attraverso un ente pubblico, o la gestione tramite concessione a società private sotto il controllo pubblico.

Base della disciplina comunitaria è la separazione tra il carattere pubblico del servizio e la natura pubblica o privata del gestore.

FALLIMENTI DEL MERCATO E DELLA REGOLAZIONE

La politica di regolazione nei servizi pubblici ha continuato a basarsi sostanzialmente sulla teoria dell’interesse pubblico, anche se le teorie dell’interesse privato e della cattura ne hanno sempre più condizionato i modi e gli strumenti con cui è andata esprimendosi.

Nei servizi di pubblica utilità capita spesso che si registrino condizioni di costo di un monopolio naturale, bisogna considerare a quel punto l’assenza di contendibilità oppure il rischio che una competizione possa essere distruttiva per il mercato, quindi nel caso del monopolio naturale le inefficienze associate sono così rilevanti da preferire la regolazione al mercato.

Poiché le utilities entrano nei processi produttivi in qualità di input e sono trasversali a tutti i settori, la loro fornitura in condizioni di affidabilità e sicurezza è fondamentale. Livelli socialmente efficienti di investimenti nelle infrastrutture sono essenziali per le industrie a valle delle utilities, così come sono essenziali allo sviluppo territoriali

Per vari motivi i consumatori possono esprimere una domanda di servizi inferirore a quella socialmente desiderabile, il problema conseguente a insufficienza di informazioni e a finalità pubbliche di equità sociale. Tali finalità sono in parte conseguenti alla struttura dei costi dovuta a economie di densità.

Il regolatore può optare così per l’uniformità dei prezzi in senso spaziale, prima della riforma dei mercati in senso liberista si combinavano diversi elementi; * L’obbligo per l’impresa di assicurare il servizio universale * Diritti di esclusiva su un’area abbastanza estesa per permettere la perequazione/compensazione fra zone con bassa e alta densità * Imposizione della tariffa unica

Tra i fallimenti della regolazione assumono particolare importanza: * La cattura del regolatore * Legami intertemporali, le decisioni attuali delle imprese dipendono dalle aspettative sulle future politiche del regolatore * Costi della regolazione, devono comunque risultare inferiori ai costi sostenuti se il regolatore fosse assente * Pluralità degli effetti, la decisione del regolatore in merito alla variabile A, genera effetti sulla variabile B potendo così determinare effetti nel lungo periodo inattesi.

ASSETTO DELLA REGOLAZIONE

Il processo della regolazione si articola in momenti diversi: a. Fissazione degli obiettivi b. Fissazione delle regole c. Attribuzione delle responsabilità
Questo processo si sviluppa nel tempo in relazione alle forme di emrcato e al modello organizzativo di regolazione che più gli si addice.

Definiamo con assetto di regolazione l’assieme di funzioni, istituzioni, strumenti in cui si articola il processo di regolazione
In linea di massima i soggetti che vi interagiscono sono: * Parlamento * Governo * Autorità di regolazione * Autorità di tutela della concorrenza * Tribunali amministrativi

POLITICA DI FISSAZIONE DEI PREZZI

IMPORTANZA E COMPLESSITà
Nell’insieme dei compiti assegnati al regolatore, la fissazione dei prezzi rappresenta quello più importante; perché è da questa decisione che si misura la capacità professionale del regolatore di trovare un giusto “punto di equilibrio” e di vedersi riconosciuti i costi sostenuti e un equo ritorno sui capitali.

Decidere i prezzi è anche il compito più complesso; per l’intrinseca difficoltà tecnica a tradurre in concreto la politica tariffaria che si intende adottare evitando trappole ed errori, per la difficoltà stessa a valutare la bontà delle decisioni di prezzo in tutti i suoi possibili effetti, non potendola certo farsi derivare come pure di solito accade dal segno della loro variazione.

Possiamo arrivare a trarre tre conclusioni; a. Che la bontà delle decisioni di prezzo del regolatore non può misurarsi sul segno delle loro variazioni in un ottica di interessi parziali b. Che ogni valutazione deve conseguentemente, tenere conto di tutti gli stakeholders in gioco in un orizzonte sia di breve che di lungo periodo c. Che è necessario tenere conto di tutti gli effetti sia diretti che indiretti

La bontà della regolazione dei prezzi è inoltre funzione; * Degli obiettivi che si vogliono conseguire * Dello specifico schema di regolazione dei prezzi scelto dal regolatre tra quelli proposti dalla teoria e dalla prassi regolatoria.

PRINCIPI GENERALI DI TARIFFAZIONE
La fissazione dei prezzi da parte del regolatore dovrebbe esse ristretta ai monopoli naturali, se il regolatore fissa anche i prezzi di settori potenzialmente concorrenziali, lo fa in via del tutto temporanea; fino a quando la concorrenza non abbia modo di attecchire e di esprimersi compiutamente.

Sulla insostenibilità, a fronte di una curva dei costi medi crescente, di principi di fisssazione dei prezzi di first best; la dove il prezzo eguaglia il costo marginale. Tale uguaglianza causerebbe infatti perdite strutturali alle imprese produttrici, portando inoltre il basso interesse dei produttori a conseguire condizioni di minimizzazione dei costi, l’aumentare dei rischi di cattura del regolatore da parte delle imprese regolamenteate per accrescere tali sussidi.

Le tariffe a volte sono fissate in posizione di second best, sulla base della determinazione dei costi, comprensivi di un profitto normale, che il regolatore ritiene necessario per rispettare l’obbligo di fornitura e garantire la continuità e la qualità del servizio sotto il vincolo di un’eguaglianza tra costi totali e ricavi totali.
In sintesi il regolatore fissa un prezzo uguale al costo medio e vi applica un margine ulteriore per remunerare adeguatamente il capitale investito. Questa soluzione risulta essere intermedia tra qeulla del prezzo uguale al costo marginale e quella del monopolio non regolamentato.

Purtroppo anche la rilevazione dei costi medi risulta essere tutt’altro che facile, per i noti problemi di “asimmetria informativa” tra regolato e regolatore, anche per il rischio che il regolatore venga catturato, per la assenza di incentivi per le imprese regolate ad essere efficiente data la possibilità di vedersi.

Il gap informativo riguarda soprattutto: * Quale sia l’effettivo livello dei costi sostenuti dall’impres * Quali siano le condizioni della domanda

Tra le politiche di prezzo che abbiamo definito di second best, due hanno assunto maggiore rilevo: * Cost of service regulation; basate sul riconoscimento del costo pieno alle imprese * Incentive regulation, finalizzate ad incentivare l’impresa a conseguire livelli di efficienza e comportamenti ritenuti meritevoli.

COST OF SERVICE REGULATION (METODO COST PLUS)
Secondo questo metodo I prezzi sono fissati in modo tale da assicurare piena copertura dei costi ragionevolmente sostenuti dall’impresa, più un equo tasso di ritorno sugli investimenti effettuati.

Il metodo del cost plus non era di per sé esente da difetti, ma molte dele critiche che gli sono state mosse sono dovute a questi mutamenti di scenari ed alle concrete modalità della sua applicazione più che ai principi a cui si inspirava.
In particolare; * Disincentivo all’efficienza produttiva * Forte discrezionalità degli organismi di regolazione * Eccesso di investimenti

Per la convenienza delle imprese ad investire al di là della necessità, nella misura in cui il tasso di rendimento ad esse riconosciuto fosse superiore al costo del capitale ed il regolatore applicasse con larghezza di vedute il criterio di ragionevolezza dei costi sostenuti.

INCENTIVE REGULATION (METDO PRICE CAP)
Un metodo teso al controllo dei prezzi piuttosto che dei profitti com’era per il sistema del cost plus, in grado di attrarre gli investimenti e di procurare un’assicurazione contro l’inflazione e le variazioni nei costi.

Più che di un nuovo criterio per la fissazione dei prezzi si tratta di un metodo che prsenta i seguenti vantaggi e si propone i seguenti obiettivi: a. Consente l’aggiornamento automatico annuale delle tariffe b. Mira a incentivare l’impresa a comportamenti virtuosi in termini di efficienza produttiva c. Rende compatibili interessi particolari dell’impresa con interessi generali che lo Stato intenda conseguire. d. Assicura condizioni di certezza ai diversi soggetti e. Garantisce ai consumatori una riduzione in termini reali delle tariffe f. Assicura un’equa remunerazione degli investimenti

Il metodo del price cap è strutturato nel seguente modo; * Si fissa un arco di tempo nel quale il prezzo base può variare annulamente * Si fissa il prezzo o la tariffa base * I prezzi potranno variare ogni anno di una percentuale pari al tasso di inflazione meno un tasso programmato di incremento della produttività globale
La regola del price cap può così esprimersi nella sua formula più elementare:
P= Pbase + delta Pbase

Dove: deltaPbase=RPI-X; dove RPI dovrebbe garantire l’impresa dagli effetti dell’inflazione, mentre X garantisce i cosnumatori che una parte dei miglioramenti di efficienza andrà a loro beneficio.

Le imprese vedranno accrescere i loro profitti se sapranno conseguire miglioramenti di produttività maggiori di quelli imposti dal regolatore.

Al termine del time review il regolatore potrà variare sia Pbase che si suoi meccanismi di indicizzazione.

Il costo riconosciuto sarà determinato in funzione: * Dei costi operativi ritenuti efficienti * un equo ritorno sugli investimenti * recupero degli ammortamenti

l’unica garanzia per l’impresa regolata è a reputazione del regolatore, maggiore è la reputazione minori saranno il rischio ed il costo della regolazione.

Una seconda possibile variante della formula semplice del price cap è data dalla translazione sui prezzi delle voci di costo ce sono completamente al di fuori del controllo dell’impresa regolata e che sono pienamente osservabili come ad esempio i combustibili.

Ove si verifichino tali condizioni il regolatore può riconoscer una traslazione piena delle variazioni di tali costi sui prezzi finali attraverso un meccanismo automatico di calcolo e di periodicità dei suoi aggiornament.

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