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La Razza Invisibile Giapponese

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Words 5589
Pages 23
| La Razza Invisibile Giapponese | Dalle Origini all’Emancipazione | | | Eleonora Rosin Num. Matricola 820887 |

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Quello delle minoranze è un tema poco noto ai più in Occidente. Nel 1986 l’allora primo ministro Yasuhiro Nakasone definì il Giappone “una nazione omogenea”, dove non esisteva discriminazione semplicemente perché non esistevano minoranze. La frase fece il giro del mondo e destò non poche proteste da parte delle comunità, ma in realtà quella che Nakasone aveva espresso pubblicamente era un’idea molto diffusa tra i giapponesi e la costituzione nipponica stessa non riconosce alcuna minoranza.

Il cosiddetto “mito dell’omogeneità” - una razza, una lingua, una cultura – è in realtà un’invenzione di chi, a fine ‘800, si trovò a dover unificare un Paese diviso in province scarsamente in contatto tra di loro, e creare a tavolino un’identità nazionale fino allora inesistente tra una popolazione di fatto eterogenea, per gettare così le basi del moderno stato-nazione che avrebbe rapidamente conquistato la scena mondiale.
Non è risaputo il fatto che il Giappone abbia sperimentato nel passato delle discriminazioni, che continuano tutt’oggi, contro un gruppo del tutto non distinguibile in senso fisico dal resto della popolazione, ma la cui segregazione è stata a lungo giustificata in termini razziali.
La storia dei fuori casta in Giappone, come quella di molte classi sociali basse in generale, è poco documentata. Le testimonianze disponibili sono state scritte da un’elite minoritaria che viveva intorno alla capitale o nei maggiori villaggi e quindi non registrano fedelmente la cultura delle comunità nelle campagne. Poiché i fuori casta sono ideologicamente al di fuori della normale società, sono spesso stati ignorati e le informazioni riguardanti questo gruppo distorte. Durante il periodo Tokugawa (1603-1868 d.C.) i fuori casta erano spesso non elencati nei tabulati censori e quando lo erano risultavano in liste separate dalle “persone”. Alcune mappe erano disegnate escludendo gli insediamenti dei fuori casta e le distanze indicate erano addirittura ridotte per escludere queste comunità. Dopo la loro emancipazione nel 1871, essi furono ufficialmente definiti come cittadini comuni e poi comunque ampiamente ignorati in termini pratici.
Nonostante molte teorie sul fatto che i fuori casta possano essere discendenti da popolazioni esterne al Giappone, gli studi hanno rilevato che le prime comunità nacquero nel Kansai, il cuore della cultura storica giapponese, piuttosto che nell’estremo ovest dove avrebbero potuto trovare influenze coreane o nell’estremo nord dove sono presenti gli Ainu. Pur non essendoci in effetti differenze etniche sostanziali, si tratta di una cosiddetta “razza invisibile”, ovvero visibile solo agli occhi dei membri della tradizione culturale giapponese.
Per oltre mille anni è rimasta l’idea fra il popolo che alcuni individui appartenenti alle caste più basse fossero anche fisicamente inferiori ai giapponesi “ordinari”. In principio questa inferiorità era attribuita alla pratica di commerci cosiddetti “contaminati” e all’associazione con sangue e morte. Dopo un lungo contatto con impurità –fossero esse mondane o sovrannaturali- si credeva che la natura propria di un uomo cambiasse. Questo cambiamento, ovviamente in negativo, veniva poi non solo trasmesso ai propri discendenti, ma in qualche modo risultava contagioso: la semplice presenza di un fuori casta, o “intoccabile”, era contaminante.
Nel periodo Tokugawa i fuori casta erano normalmente identificabili, almeno all’interno di una certa area, dalle comunità residenziali, dal loro lavoro, dai legami di parentela e spesso da caratteristiche aggiuntive come vestiario (un pezzo di cuoio cucito sul kimono), i capelli legati da paglia, piedi scalzi o un comportamento sottomesso. Il dogma di traffici ritualmente contaminanti rappresentava ancora una corrente forte, ma le variazioni locali richiesero ulteriori categorie: intere comunità buraku non praticavano più tali attività da secoli.
La credenza nella diversità fisica dei fuori casta arrivò a giustificarsi coinvolgendo il consumo di carne nella dieta, malattie particolari, relazioni incestuose e anormalità ereditarie. Una delle teorie prevalenti dell’ultimo secolo per la supposta inferiorità fisica dei fuori casta è che derivassero da una razza inferiore o un gruppo etnico simile agli animali. L’idea dell’affinità con gli animali risulta spesso nella tradizione: sono ricorrenti nel folklore giapponese frasi quali “Manca loro una costola”, “Hanno le ossa di un cane”, “Hanno organi sessuali distorti”, “Hanno organi escretori difettosi”, “Sono animali, lo sporco non si attacca ai loro piedi quando sono scalzi”.
Lo stato di fuori casta e i comportamenti nei confronti dell’”intoccabilità” si sono sviluppati nella cultura medievale giapponese a causa di una serie complessa di condizioni economiche, sociali, politiche e ideologiche e, una volta stabilito, lo status di fuori casta aveva una forte resistenza. Le spiegazioni razionali e le proteste da membri della società maggioritaria, o da parte dei fuori casta stessi, avevano poco effetto nel portare dei cambiamenti nella loro storia. La proclamazione ufficiale dell’emancipazione e più tardi i movimenti di liberazione sono interpretabili come prodotti della moderna rivoluzione sociale del Giappone in generale, ma non hanno avuto esito in nessun cambiamento nel comportamento e l’atteggiamento radicato nei confronti degli individui fuori casta.

LE ORIGINI

Le prime origini sufficientemente documentate delle caste in Giappone possono essere tracciate dalla diffusione della specializzazione occupazionale nel nono e decimo secolo. La regione geografica dello sviluppo dei fuori casta era quella della capitale imperiale, costruita ad imitazione della capitale della dinastia Tang in Cina, dove la diversità economica e la gerarchia sociale erano all’apice. La cultura giapponese, sotto l’influenza del Buddhismo importato dalla Cina, dipendeva da piante e vegetali piuttosto che da alimenti di origine animale e aveva orrore dell’impurità rituale di sangue e morte. Il bestiame era allevato per arare i campi o altri lavori agricoli piuttosto che per ottenere carne o latte. La crescente popolarità del Buddhismo, con le sue restrizioni sul togliere la vita, aiutò a produrre un segmento distaccato dalla società composto da comunità specializzate in attività come il macello e la trasformazione di prodotti animali. Ma il buddhismo da solo non fu una causa sufficiente per creare lo status di fuori casta, era solo una delle numerose forze che contribuirono alla sua formazione: infatti, alcune occupazioni definite “fuori casta” erano solo remotamente connesse all’uccisione, come la cura dei falchi (usati per la caccia) e la sorveglianza dei cimiteri. Nonostante questi gruppi apparissero molto oltre la regione della capitale, erano specialisti di un’occupazione fissa e invariabile che operavano all’interno e per un’economia locale di piccola scala. Essi emersero come uno dei segmenti funzionali di comunità di imprese relativamente chiuse dove l’interdipendenza economica e l’ereditarietà delle occupazioni e della posizione sociale aiutava a rinforzare l’endogamia richiesta da una casta separata dalla società normale. I ruoli occupazionali tradizionali diventarono sfere di monopolio dal momento in cui i fuori casta formarono delle corporazioni, posti davanti alla competizione economica e la crescente e severa discriminazione che iniziò dal quindicesimo e durò fino al diciannovesimo secolo. In concomitanza con la crescita della concorrenza, le comunità basate sulle aziende a carattere familiare si smembrarono, crebbe il trasporto a livello nazionale, si espansero le reti di commercio e si rinforzò la cristallizzazione ideologica della struttura sociale a classi. Nel periodo Tokugawa (1603-1868 d.C.) il sistema legalizzato delle caste e l’intoccabilità raggiunsero l’apice in Giappone.

La cultura giapponese ebbe inizio con il periodo Yayoi (350 a.C.-250 d.C.) e l’introduzione della coltivazione del riso dal continente. Questa agricoltura altamente produttiva generò un surplus economico che, insieme ad una sempre più complessa struttura sociale, fece notevolmente avanzare il grado di evoluzione culturale nel paese. Alcune delle tendenze della struttura sociale giapponese che nacquero in questo periodo e che si dimostrarono poi a lungo termine furono la posizione centrale del gruppo rispetto all’individuo, una forte gerarchia, l’ereditarietà di occupazioni e di comunità specializzate in determinate attività.
La cooperazione di gruppo era richiesta nel condividere l’acqua per l’irrigazione nelle piccole valli e nel vivere in villaggi relativamente compatti per permettere alle terre più marginali di essere adibite all’agricoltura. Con la crescita demografica e la conseguente richiesta di terra coltivabile, i gruppi di consanguinei si espansero, si allearono, e formarono territori governati da capitribù in cui lealtà e servizio al gruppo erano essenziali.
In termini politici, è nel periodo Nara (650-794) che viene marcato l’emergere dello stato arcaico giapponese, che aveva come dogma il monopolio centralizzato dell’uso legittimo della forza. L’imperatore come capo del cosiddetto “Tenno uji”, ovvero il clan imperiale, aveva stabilito una leadership forte nell’area Yamato e aveva esteso il suo controllo politico, militare ed economico nelle aree circostanti. Con la crescente grandezza e complessità, l’uji acquisì il controllo di comunità chiamate be che erano essenzialmente agricole e si trovavano all’interno dell’area governata, ma non erano collegate alla stirpe del clan e i cui membri dovevano corrispondere servizi economici e non solo: spesso erano incaricati di attività collaterali come tessitura, lavorazione del ferro, ceramica e conceria. Queste occupazioni tendevano ad essere ereditarie per le comunità be e per gli individui stessi. Annessi ad alcuni degli uji e be c’erano alcuni dei cosidetti yakko, schiavi per conquista, crimini o debiti che potevano essere comprati e venduti. Le occupazioni degli schiavi erano divise in guardiani di tombe (ryōko), coltivatori per il governo (kwankō), servi del tempio o privati (kenin o yatsuko), schiavi del governo (kunhui), e schiavi privati (shinhui), in accordo al sistema cinese leggermente modificato. I codici Taihō e Yōrō del periodo Nara proibirono il matrimonio tra uomini liberi e schiavi o tra schiavi delle prime tre categorie e quelli delle ultime due.
La schiavitù fu abolita nel periodo Heian (794-1185) e nei periodi successivi da decreti governativi, ma continuò ad esistere un corpo di semi-schiavi composto da servitù, servi con legami di debito e affittuari legati da contratti. Durante il periodo Kamakura (1185-1392) esistevano uomini d’affari chiamati hitoakibito coinvolti nella compravendita di uomini e nel periodo Ashikaga (1392-1603) i bambini venivano spesso rapiti e venduti o comprati per essere cresciuti come servi. Nel periodo Tokugawa (1603-1868) infine furono emanati dei decreti affinché questo diventasse un’offesa capitale e per limitare il termine di ingaggio dei servi a dieci anni, ma è stato soltanto nell’ultimo secolo di grande crescita economica, con lo sviluppo di reale carenza di lavoro, riforme terriere e la diffusione dell’idea di egualitarismo che la servitù si è realmente estinta. La casta di schiavi nel periodo Nara, in particolare i guardiani di tombe e in alcune aree la servitù privata, formavano una parte significativa del gruppo di persone su cui fu disegnata la figura del fuori casta nel periodo Heian. Senza il mercato del lavoro a basso costo costituito dalla servitù, i fuori casta non sarebbero potuti rimanere per secoli un gruppo con occupazioni di basso profilo. Alla base c’erano condizioni economiche precarie che alimentavano solidarietà di gruppo, dipendenza, poca mobilità geografica e rigidità economica.
Il mercato del lavoro nel Giappone antico aveva caratteristiche diverse rispetto a quello che si è sviluppato nel paese negli ultimi secoli: era uno stato socialmente segmentato, stratificato e arcaico con una debole integrazione tra le varie aree locali. Ogni zona tendeva ad essere una comunità aziendale a carattere familiare ed esistevano diritti e doveri economici complessi e prestabiliti e in accordo alla posizione sociale all’interno della rete sociale locale. Ogni segmento della società aveva il suo ruolo ed aveva un interesse personale nel buon funzionamento del sistema nel suo insieme: persino le attività dei fuori casta o intoccabili erano significativi per il funzionamento dell’economia locale. Di conseguenza numerosi meccanismi come la garanzia di monopoli, l’uso esente dalle tasse della terra, e l’autorizzazione di una leadership nel gruppo dei fuori casta, furono creati dalla cultura maggioritaria per assicurare che i gruppi persistessero nel dedicarsi alle “occupazioni contaminate”.
Le antiche credenze religiose enfatizzarono la contaminazione rituale (kegare), la riluttanza al contatto fisico (imi) e le offerte per la propiziazione (harai) a causa dell’associazione con sangue e morte. La macellazione di animali era associata al rituale agricolo per assicurarsi piogge sufficienti. Ci sono prove che nel periodo pre-Nara la gente comune si spostava dalle proprie case quando c’era un decesso in famiglia, e alla morte di un capo o un imperatore veniva selezionata una nuova capitale per il paese in cui trasferirsi. La nascita dei bambini, le mestruazioni, le malattie, le ferite, i cadaveri e in alcuni casi anche semplicemente la sporcizia di terra o sudore erano contaminanti, e coloro che erano professionalmente associati ad esse, come l’assistente funebre per i gruppi elitari più ricchi, erano considerati di condizione molto bassa. L’impurità rituale che era inevitabile in ogni condizione di vita poteva essere cancellata con cerimonie di purificazione, ad esempio separando le donne incinte dalle loro case in baracche dove partorivano e facendo vivere le coppie appena sposate in appositi capanni.
Il concetto shintoista dell’impurità come il più grave tsumi (cosa non gradita agli dei) contribuì allo sviluppo della classe degli Eta (letteralmente “pieni di sporcizia”). Dal momento in cui erano contaminati, non solo era loro proibito venerare gli dei, ma gli individui che entravano in contatto con essi erano trattati con disapprovazione poiché la contaminazione era creduta contagiosa. Essi erano indispensabili come smaltimento di oggetti “inquinati” in procinto dei templi shintoisti. Il buddhismo si diffuse in Giappone nell’ottavo e nono secolo, portando con se il divieto di ostacolare il ciclo della vita e della morte e prescrisse l’uccisione di animali e il consumo di carne, oltre a far cadere in disuso il sacrificio animale per ingraziarsi gli dei.
Durante il periodo Heian le comunità be e la servitù con occupazioni in relazione con morte e prodotti animali cominciarono ad essere forzate al di fuori della società. Le persone coinvolte in queste attività vennero a formare il corpo principale dei fuori casta in Giappone e allo stesso tempo un certo numero di altre occupazioni considerate di basso stato subirono lo stesso trattamento. I kakibe, una delle categorie dei gruppi di contadini dei villaggi be e artigiani che non erano sotto controllo diretto del clan imperiale, erano divisi in due segmenti. Uno dei due riguardava “occupazioni degradanti” come sorvegliare le tombe e la cura degli uccelli: uno degli sport preferiti dall’elite del tempo era la falconeria, e coloro che badavano ai falchi erano chiamati etori. Il primo uso scritto conosciuto del termine Eta, nel documento Chiri-Bukuro, presenta un’esplicita connessione tra le parole eta ed etori. Lo stesso documento indica che i preti più poveri, gli orfani, i mendicanti e i criminali chiamati hinin (letteralmente “non umani”) erano raggruppati con gli Eta nella stessa categoria sociale e che fino alla metà del sedicesimo secolo i termini Eta e Hinin erano usati con approssimazione senza differenza.
Il periodo Ashikaga (1392-1603) fu un periodo di guerre civili, durante le quali la mobilità geografica e sociale aumentò notevolmente. I fuori casta potevano muoversi più liberamente di prima e varie prove testimoniano che gli Eta erano spesso incoraggiati dai signori feudali (daimyō) a stabilirsi nelle loro tenute (shōen) per produrre beni di cuoio e provvedere ad altri servizi. Intere famiglie o addirittura famiglie estese si spostavano e nel caso in cui gli individui si spostassero da soli, mantenevano legami con la famiglia e le loro origini tramite visite ripetute, nonostante la natura criminale dell’abbandonare una tenuta feudale spesso prevenisse il ritorno ad essa. Anche oggi circa l’80% dei villaggi di fuori casta sono collocati nella periferia dei villaggi che circondano vecchi castelli. Ai fuori casta era permesso di usare la terra come abusivi e non erano tassati, o tassati leggermente sui propri prodotti o servizi. Poiché gli Eta si svilupparono intorno a specializzazioni lavorative che erano tabù per i non-Eta, detenevano essenzialmente il monopolio dei loro affari. Data la tendenza generale del Giappone all’ereditarietà della professione e ad una rigida gerarchia socio-economica, fu proprio il carattere monopolistico, insieme alla sedentarietà della loro vita, che mantenne gli Eta un gruppo di fuori casta per un millennio. Durante il periodo Ashikaga, gli Eta erano i più fortunati tra le caste più basse (Eta e Hinin). Essi avevano capacità speciali e monopoli economici, una proprietà e una vita comune stabile. D’altro canto però le attività degli Hinin solitamente richiedevano meno abilità, per cui potevano passare da un’occupazione ad un'altra con relativa facilità. Anche geograficamente, gli Hinin erano più mobili: potevano entrare ed uscire dai propri villaggi o intraprendere un lavoro rispettabile in un villaggio comune, e col tempo diventare addirittura un cittadino normale. Registri scritti e persino leggi del periodo Tokugawa affermavano che gli Eta erano fuori casta permanenti per via ereditaria mentre gli Hinin erano fuori casta solo per occupazione e stato sociale. Tramite il cosiddetto “ashi arai” (lavaggio dei piedi) e il supporto dei parenti, un cittadino comune che era diventato Hinin poteva tornare al suo stato precedente nell’arco di 10 anni. Lo shogun Yoshimune degradò coloro che scappavano dai propri villaggi, i ladri sotto i quindici anni di età, scommettitori a giochi illegali e coloro che tentavano il doppio suicidio allo stato di Hinin come punizione.
Oltre al semplice macello di animali e conciatura delle pelli, le capacità degli Eta nella lavorazione del cuoio, dell’osso, le interiora e le pellicce erano così richieste per la manifattura di selle, armature, corde per archi e strumenti musicali e altri beni che i signori militari in competizione gareggiavano per ottenere i loro servizi. Gli Eta, oltre alle attività di monopolio, erano legati a occupazioni considerate degradanti, come guardiani dei villaggi, esecuzioni in pubblico, servizi mortuari. Gli Hinin erano più spesso associati ad affari transitori, come l’elemosina, prostituzione, proprietari di tiro a segno, addestratori di scimmie o cani, incantatori di serpenti, giocolieri, acrobati, domatori di volpi. I criminali, che diventavano Hinin solo per operare al di fuori della comunità, erano spesso banditi o addirittura imprigionati nei villaggi Eta. Elencando queste occupazioni bisogna ricordare che l’agricoltura non fu mai abbandonata dagli Eta né da nessun altro gruppo di fuori casta stabilitosi permanentemente in un appezzamento di terra arabile fin dalla preistoria. Mentre il capofamiglia era un macellaio, ad esempio, la moglie e i figli si dedicavano probabilmente a provvedere a mantenere le colture.
Sotto molti aspetti la casta degli Eta è essenzialmente un fenomeno Tokugawa, poiché è in questo periodo di circa 250 anni di pace che furono spinti da forze più o meno legittime a rappresentare una classe distinta e un segmento intoccabile della società. I monopoli cruciali del periodo Ashikaga che erano legati all’arte della guerra, come la concia e il lavoro del cuoio, perse la sua importanza in periodo di pace, mentre l’idea della natura contaminata degli Eta si era consolidata. Decisioni giudiziarie e decreti legislativi indicavano che gli Eta erano legalmente trattati come fuori casta. La politica Tokugawa di mantenere gli status quo della società fu un duro colpo per gli Eta; poiché erano considerati la più bassa delle classi, addirittura inferiori agli Hinin, essi non solo incontrarono il disprezzo di ogni parte della comunità ma soffrirono di alcune restrizioni legali: un Eta doveva sposare un Eta e non aveva il permesso di risiedere al di fuori del suo villaggio; non poteva entrare al servizio di un cittadino comune come servo; non poteva acconciarsi in maniera convenzionale né indossare le geta. Quando approcciava la casa di un comune cittadino doveva togliere il copricapo e le calzature prima di entrare nel cortile e non gli era permesso di varcare la soglia. Inoltre, il privilegio di sedere, mangiare e fumare in compagnia dei comuni cittadini era loro negato e nei tribunali erano sempre seduti in posizione inferiore. Nonostante la politica di governo Tokugawa fosse molto discriminatoria, rispettava il corpo di consuetudini di autogoverno degli Eta e Hinin, e entrò in azione per fermare l’invasione commerciale dei cittadini comuni nei monopoli degli Eta.

Nel periodo Edo, la capitale (Tokyo) non fu mai un centro popolato dai fuori casta. Tuttavia, poiché la gente di Edo era più acculturata rispetto al resto del paese, si hanno molte più informazioni di questa città che possono documentare la loro organizzazione sociale. Nel 1800 esisteva soltanto una comunità Eta ad Edo. Essa, con una popolazione di 800-900 abitanti, era situata ad Inai, più tardi chiamata Asakusa. Un sondaggio del 1920 mostrò che Tokyo riportava meno dell’1% del totale delle unità dell’intero paese.
Una classificazione sociale dettagliata fu costruita da Ishii nei registri Tokugawa. Egli concluse che collettivamente la popolazione comune poteva essere chiamata ryōmin (brava gente), differenziandola dai gruppi più bassi, senmin (plebe). Nel primo periodo Tokugawa tra le due classi se ne poneva una terza, quella dei gōmune (mendicanti vagabondi), stato non ereditario che permetteva il matrimonio con cittadini comuni. Tra i senmin, Iishi elencava cinque gruppi in ordine discendente di stato: shuku (agricoltori fuori casta), chasen (produttori di tè), sakurai (allevatori di scimmie), Hinin e Eta.
Insieme ad un’ondata di riorganizzazione rivoluzionaria nel governo e in molte altre sfere, nel periodo Meiji i termini Eta e Hinin fuorono ufficialmente aboliti ed essi da quel momento in poi avrebbero ricevuto un trattamento alla pari con la gente comune (heimin) nelle occupazioni e nella posizione sociale. Ma i 383.000 fuori casta enumerati nel censimento del 1871, l’anno della loro supposta liberazione, invece di sparire come parte indistinta della società giapponese, continuarono a vivere un’esistenza segregata, segnati e marchiati dai costumi sociali. Non solo non si sono integrati, ma negli ultimi 150 anni c’è stata una certa espansione del gruppo, al punto che sono diventati uno dei maggiori problemi sociali irrisolti del Giappone moderno.

EMANCIPAZIONE: CRESCITA E TRASFORMAZIONE

Nell’Aprile 1869, una commissione di ufficiali dei clan feudali deliberò su come rettificare quello che era chiamato da alcuni “una vergogna nazionale ad occhi stranieri” e “un difetto nel governo imperiale”. Il soggetto di questi incontri riguardava i gruppi di fuori casta nel nuovo Giappone moderno. Nei due anni successivi ci furono molti suggerimenti sulla risoluzione di questo problema: per esempio, fu raccomandato al governo che lo stato di Eta-Hinin fosse abolito e che fossero assegnati aiuti finanziari per avviare una nuova attività con cui i fuori casta potessero supportarsi. Infine, un certo numero di leader di queste “comunità speciali” sottoposero petizioni ufficiali al governo richiedendo l’emancipazione.
La Camera Bassa (Kōgisho) finalmente suggerì la liberazione totale degli Eta-Hinin con un voto schiacciante di 172 a 29. Nell’agosto 1871 il governo emanò l’Editto di Emancipazione (Eta kaihō rei). Alla base di esso c’era senza dubbio il desiderio del governo di abolire l’intero sistema degli stati ereditari, delle caste e dei privilegi, eccetto che per la famiglia imperiale, poiché solo in questo modo i nuovi gruppi dirigenti potevano dare il potere pieno ed indipendente al nuovo governo che avevano creato. C’era però anche un’importante ragione economica: durante il periodo Edo le terre possedute dai fuori casta, anche se piccole e sparpagliate, erano state designate come “terre esenti da tasse”. Per fare in modo di includerle nei piani di tassazione ordinari, era necessario dare ai proprietari lo stesso status degli altri contadini. Così, gli interessi della politica di governo più che il benessere delle vittime della discriminazione portarono all’emancipazione. Per dare a ciò un vero senso sociale però il governo Meiji avrebbe dovuto far seguire ulteriori misure amministrative; a quel tempo ne era probabilmente incapace, perché era in carenza di denaro e di personale. La semplice legislazione non era sufficiente a cambiare attitudini sociali di discriminazione formatesi nei secoli. Infatti questi “nuovi cittadini comuni” (shin-heimin) non solo persero i privilegi che la società feudale aveva accordato loro, come i monopoli economici, senza alcuna compensazione, ma dovevano pagare le tasse e prestare servizio militare nei termini stabiliti.
Al momento dell’emancipazione, le persone classificate come Hinin erano più predisposte a fondersi con la maggioranza della popolazione, poiché la maggior parte di loro aveva un’occupazione itinerante. La maggior parte degli Eta, invece, era legata alle comunità locali poiché le entrate derivavano dalla rete di relazioni sociali e finanziarie che tradizionalmente supportavano i villaggi stessi. L’Editto di Emancipazione era parte del processo di abolizione di tutti i diritti feudali speciali, avviato affinchè potesse essere istituito il nuovo sistema di proprietà privata della terra, che culminò nel censimento agricolo dell’impero completato nel 1881. Agli abitanti delle comunità speciali, ora chiamati Burakumin, fu confermato il diritto di possedere le aree agricole minori in cui erano stati precedentemente relegati, o rimasero fittavoli lavorando la terra posseduta dai grossi latifondisti.
A causa dei cambiamenti portati dalla Restaurazione Meiji, anche i cittadini ordinari furono afflitti da gravi difficoltà finanziarie, creando nella società tensioni e ostilità che erano spesso indirizzate nei confronti degli ex fuori casta che divennero un capro espiatorio e oggetto di aggressioni da parte delle comunità vicine. In certi casi si può parlare persino di “caccia agli Eta” (eta-gari) o di “campagne di sterminio degli Eta” (eta-seibatsu). Inoltre molte famiglie povere di contadini pensarono che l’emancipazione degli Eta avrebbe portato ad un incremento della concorrenza per la terra e temevano di essere socialmente declassati. Molti tendevano ad incolpare il governo per ogni problema che sorgeva e l’ansia e la frustrazione tra i comuni cittadini, specialmente nei villaggi rurali, scoppiò in una serie diffusa di sommosse. Di certo gli attacchi contro i Burakumin erano sporadici e generalmente diretti a loro solo come capro espiatorio, ma includevano vari simboli dell’autorità statale e degli ufficiali locali. Molti contadini temevano semplicemente che la politica di governo li stesse trasformando in Burakumin.
La vita quotidiana degli shin-heimin era stata migliorata molto poco dall’emancipazione. C’era una costante paura di attacchi da parte dei villaggi confinanti e la discriminazione sociale continuò in ogni aspetto della vita, incluse le nuove scuole fondate per portare all’istruzione universale. Alcune delle diverse origini e posizioni sociali del passato rimanevano, riflesse nelle varietà locali e spesso colloquiali dei nomi per i Burakumin. La maggior parte di esse danno enfasi all’occupazione, ma alcune facevano ancora riferimento alla natura animale, all’inferiorità delle loro aree residenziali, ai loro leader o sono semplicemente eufemismi moderni.
Le funzioni sociali ed economiche che supportavano l’esistenza dei fuori casta sparirono con la fenomenale modernizzazione del Giappone post-Tokugawa, e le tendenze gerarchiche dell’organizzazione sociale e dell’ideologia tradizionali furono fortemente indebolite da questa crescita economica. L’ideologia egualitaria moderna, più in linea con una società industriale socialmente mobile, aveva travolto il Giappone.

I Burakumin non furono però partecipanti passivi nel processo di discriminazione e, liberati dalle norme feudali, crebbe il loro desiderio di creare un movimento nazionale. Nel 1903 si tenne ad Osaka la prima conferenza nazionale dei Burakumin, la Dai Nippon Dōhō Yūwakai (Società di conciliazione fraterna del Grande Giappone) a cui parteciparono 300 Burakumin da tutto il Giappone, ma fallì nello sviluppo di un programma d’azione a lungo termine. La sua principale debolezza era che i partecipanti stessi accettavano l’idea dominante che ci fosse qualcosa di sbagliato in loro. Pensavano quindi che dovesse essere corretto affinché venissero integrati dalla società. Inoltre, le attività indipendenti dagli organi statali vennero ostacolate dalla politica di matrice oligarchica del governo Meiji che mirava ad indebolire l’influenza delle idee socialiste e liberali, considerate pericolose. Nonostante ciò, con l’ondata rivoluzionaria portata dalle idee socialiste dalla Russia, nel 1922 venne formata la Suiheisha, l’Associazione giapponese per l’uguaglianza dei diritti (letteralmente “società al livello dell’acqua”, ad indicare la parità fra i membri dell’intera società), che inizialmente si dedicò alla lotta contro la discriminazione incoraggiando anche le associazioni di Burakumin a insistere nella costruzione di un proprio movimento indipendente, e che negli anni venti e trenta si impose come istituzione contro la militarizzazione e la crescita del fascismo in Giappone. Come nel caso della maggior parte dei movimenti di massa, dopo i primi anni l’entusiasmo venne meno, frenando l’attività, ed esplosero dibattiti sulle tattiche più appropriate per portare avanti il movimento. Rimase attiva fino al 1942, quando fu sciolta su richiesta della classe dirigente militarista.
Anche se la Suiheisha cessò di esistere durante la Seconda Guerra Mondiale, l’ex leader Matsumoto Jiichiro restò a far parte della Dieta e rappresentò una figura centrale negli eventi che portarono alla ricostruzione del movimento dopo la sconfitta. Qualche giorno appena dopo la resa, gli ex leader della Suiheisha si incontrarono per considerare come poteva essere riformata: nel 1946 fu lanciato il Comitato Nazionale per la Liberazione dei Burakumin, con il supporto della maggior parte dei partiti di centro sinistra. Grazie alla nuova impronta democratica dell’occupazione americana che aveva incluso i diritti umani nella costituzione e al successo del comitato nel perpetrare la propria campagna contro la discriminazione, continuò a salire il numero di consensi, e nel 1955 fu rilanciato come Buraku Kaihō Dōmei (Lega per la Liberazione dei Buraku – BLL), un nome che si pensava più accattivante del precedente “comitato nazionale”. Fu proprio il BLL che, nonostante le opposizioni sia da parte dei gruppi di destra che di sinistra, ha dato il via al processo di liberazione effettiva del popolo dei buraku.
Nel 1969 il governo passò la Legge Speciale per l’Integrazione per fornire fondi a queste comunità. Il progetto è terminato nel 2002 raggiungendo lo scopo di migliorare gli standard di vita dei villaggi.
Ciononostante le discriminazioni nei confronti dei Burakumin è ancora un grosso problema sociale in alcune regioni. L’argomento è poco coperto dai media a causa della sua natura tabù e spesso i giapponesi stessi si stupiscono che sia un problema tuttora esistente. I pregiudizi si riscontrano soprattutto nei matrimoni e sul lavoro, poiché le origini familiari possono ancora essere rintracciate tramite i registri familiari.

I fuori casta in Giappone oggi non rappresentano una sottocultura distinta e separata, ma piuttosto risiedendo in comunità sparpagliate riflettono le variazioni locali e regionali della cultura nel paese. Mentre il carattere di segregazione delle loro comunità aiuta ad alimentare e perpetuare alcuni attributi di una subcultura a se stante, il carattere distaccato delle comunità tende a indebolire paragoni trasversali tra i vari gruppi. Dal momento in cui i fuori casta non hanno tratti fisici distintivi e oggi possiedono pochi segni culturali caratteristici, essi possono integrarsi nella normale società una volta al di fuori delle loro aree di origine. Nonostante ciò, lo status di fuori casta sta scomparendo a un passo estremamente lento.

Bibliografia

* GEORGE DE VOS & HIROSHI WAGATSUMA, Japan’s Invisible Race, University of California Press (1967). * TIMOTHY D. AMOS, Embodying Difference – The making of Burakumin in Modern Japan, University of Hawaii Press (2011). * NINOMIYA SHIGEAKI, An Inquiry Concerning the Origin, Development, and Present Situation of the Eta in Relation to the History of Social Classes in Japan, University of Washington (1933) * IAN NEARY, “Burakumin in Contemporary Japan” in: Japan's Minorities: The Illusion of Homogeneity, a cura di Michael Weiner, Routledge Press (2009) * ROSA CAROLI, Il mito dell'omogeneità giapponese: storia di Okinawa, Franco Angeli (1999).

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[ 1 ]. Si trovano spesso termini che associano i fuori casta con gli animali: ad esempio yotsu (“quattro”, meno di cinque, il numero perfetto, o riferito a “quattro gambe”, intendendo gli animali) che ha un uso metaforico, o ningai (“al di fuori dell’umano), inequivocabile nel significato.
[ 2 ]. “An Inquiry Concerning the Origin, Development, and Present Situation of the Eta in Relation to the History of Social Classes in Japan” di Ninomiya Shigeaki (1933), p.47-60.
[ 3 ]. Codice di leggi avviato da Tenmu ed emanato nel 702 col nome di Codice Taihō , conosciuto anche come Codice Ritsuryō in quanto comprendeva due parti: le sanzioni penali (ritsu) e le istruzioni per i funzionari (ryō). Questo codice costituì l'ultimo atto del processo di riforme avviate da Shotoku Taishi ed enfatizzò ulteriormente l'autorità dell'imperatore e, di conseguenza, la centralizzazione del potere. Esso gettò così le basi di un sistema amministrativo che sarebbe durato, almeno formalmente, fino al XIX secolo. Il codice Ritsuryō stabiliva una nuovo ordine sociale e gerarchico composto unicamente da "sudditi" classificati in base al rapporto che li legava al sovrano e divisi sostanzialmente in sudditi liberi (ryōmin) e sudditi non liberi (senmin).
[ 4 ]. Il codice Yōrō fu completato per la maggior parte nel 718 come revisione o modifica del precedente codice Taihō. Il codice non entrò in vigore fino al 757 quando Fujiwara no Nakamaro lo promulgò sotto il potere dell’Imperatrice Kōken. In termini di contenuto le differenze dal codice Taihō erano limitate.
[ 5 ]. Un nome dato spesso ai fuori casta era sanjo no mono (persone di sostegno), che si crede riferito o ai nomadi che occupavano le baracche destinate al parto o agli assistenti al parto, il cui lavoro era considerato impuro.
[ 6 ]. Sorta di enciclopedia del tredicesimo secolo composto da undici manoscritti. In esso si analizzavano le origini delle cose con un innovativo formato domanda e risposta, molto imitato durante tutto il periodo medievale.
[ 7 ]. Ottavo shōgun (capo militare dello stato) e grande riformatore per molti anni dopo il 1716.
[ 8 ]. Ci fu una decisione significativa nel 1859: un giovane Eta fu ucciso da uno scontro tra una gang Eta e una di cittadini comuni; il magistrato incaricato di deliberare in merito dichiarò: “un Eta vale un settimo di una qualunque altra persona. Se volete che io punisca la parte colpevole, fate uccidere altri sei degli Eta.” (Ninomiya p.97-98).
[ 9 ]. Akio Ishii, studioso delle minoranze in Giappone e scrittore di libri sulla discriminazione nei loro confronti e abusi di altri diritti.
[ 10 ]. Il termine buraku si riferisce a i piccoli villaggi rurali, quindi la parola burakumin può essere tradotta come “popolo dei villaggi rurali”.
[ 11 ]. Hagi (conciatore di pelli), kawata (lavoratore di pelli), onbō (crematore, colui che si occupa dei funerali), banta (guardiano dei cadaveri dei criminali dopo l’esecuzione), shuku (guardiano di tombe), chasen (indovino che utilizzava le foglie di tè), kojiki (mendicante), doetta (dannato etta o eta) e kaito (“all’interno del recinto”, ovvero servitù impiegata in un grande stabilimento).
[ 12 ]. Oltre ai già citati yotsu e ningai, yaban (selvaggio), kawara mono (colui che abita sulle rive dei fiumi), yama no mono (abitante delle montagne), danzaemon (il nome di un leader dei fuori casta nella Edo del diciannovesimo secolo diventato un soprannome dopo la sua morte), shin-heimin (nuova gente comune), ichibu kokumin (minoranza).

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